Hanno tentato di assestare all'Italia una paurosa botta di secessione, ducismo e caos. Lo hanno fatto coloro che volevano la secessione, coloro che volevano il caos (se non altro per il bene del malaffare) e chi voleva proclamarsi duce. Era la cosiddetta riforma Bossi-Berlusconi. Chi non frequenta la politica non aveva che i Media per capire e per decidere. Chi non legge i giornali (la maggioranza) non aveva che radio e televisione. Le televisioni di proprietà di Berlusconi hanno mentito sempre.
La televisione di Stato, con l'eccezione del TG3, ha trasmesso ‟schede” che avrebbero reso plausibili anche le leggi razziali. In tali schede si dicevano in rapido elenco i cambiamenti della Bossi-Berlusconi, senza che si potesse capire in cambio di che cosa o a confronto con che cosa. E niente sulle ragioni di votare NO. Nei dibattiti ‟tagliati su misura come un vestito” (cfr. Bruno Vespa nelle note intercettazioni) i rappresentanti della Casa delle Libertà ripetevano una ventina di volte per sera la storia del taglio dei deputati (appena duecento, e solo nel 2016) spacciandolo per un risparmio. Mai nessuno ha fatto notare che il costo di una inutile e pericolosa polizia regionale di migliaia di uomini e mezzi per ogni regione sarebbe costata mille volte di più del presunto risparmio dei deputati, e per sempre. L’imbroglio è stato immenso, il pericolo grande perché gambizzare la Costituzione avrebbe significato rendere zoppo e squilibrato il Paese.
Ma il Paese ha ripetuto certi miracoli che avvengono silenziosamente e quasi da soli in Italia. Come in quegli inspiegabili girotondi in cui i cittadini si presentavano da soli a centinaia di migliaia per dire NO alle leggi di Berlusconi (e infatti sono diventati la bestia nera delle destre, anche se non solo delle destre) come quelle inattese e inspiegabili code per votare, pagando un euro, nelle primarie di Prodi (quattro milioni e mezzo di elettori volontari). Accade adesso che, nel giorno più caldo dell'anno e forse del decennio, a scuole chiuse, in una data calcolata apposta perché il più possibile degli elettori, per giunta stanchi e sfiancati da elezioni politiche ed elezioni locali, si trovassero al mare, c'è stato l'afflusso più alto di ogni referendum della storia repubblicana.
C' è stato un risultato che è clamoroso non solo per la cifra assoluta (una valanga di NO che supera il 60 per cento) ma perché quella clamorosa, inaspettata, appassionata corsa al NO e alla salvezza della Costituzione è stata guidata da un vecchio signore - Oscar Luigi Scalfaro, già presidente della Repubblica - che è stato oggetto di isolamento, di scherno, di insulti, di gesti di teppismo (anche al Senato) che non hanno precedenti, salvo che nell'epoca che ha preceduto il fascismo. Per fortuna hanno portato un frutto. Tra Berlusconi e Scalfaro, fra Bossi e Scalfaro, fra Fini e Scalfaro, fra Cicchitto e Scalfaro, gli italiani senza esitazione hanno scelto Scalfaro. E poiché i referendum sono elezioni un po' astratte in cui non tutti e non sempre possono avere sottomano il senso complessivo della materia in discussione, il simbolo visibile e umano di una vita spesa per la Costituzione, dalla Resistenza agli insulti dei dipendenti di Berlusconi, ha immensamente giovato, e spinto tanti italiani alla scelta giusta.
Dunque, il primo pensiero, un pensiero di immensa gratitudine, oggi va a Scalfaro che ha capito subito il pericolo, lo ha fatto senza risparmiarsi un giorno e un'ora di fatica e di impegno, e ha tenuto testa all'insulto con la dignità di chi non ha mai perduto il senso di ciò che ha significato la resistenza. Per capire che cosa intendo dire fermatevi per un istante a pensare all'Italia e alla televisione italiana in cui avessero vinto Bossi, Berlusconi e i dipendenti di Berlusconi. Pensate alle loro frasi, alle espressioni che avrebbero dedicato agli sconfitti, alla Costituzione battuta e al Paese sottomesso alla legge "schifo" (definizione limpida del politologo Sartori), alla legge "porcata", (secondo l'espressione autorevole ed efficace dell'ex ministro Calderoli, quello della maglietta che è costata quattordici morti in Libia), alla legge caos (descrizione del costituzionalista Leopoldo Elia).
Ma forse lo ha capito bene chi ha sostato, nel pomeriggio di ieri, di fronte allo schermo di Sky TG 24, nel corso della trasmissione condotta da Maria Latella.
Nel suo studio, nonostante la decisione di Roberto Zaccaria (uno degli ospiti) di essere buon testimone di una vittoria storica, prevaleva il lutto. Era espresso dal volto grave e scontento del direttore del Secolo XIX Vaccari, da una scarmigliata Jole Santelli, già dello studio Previti e dello studio Castelli, da un silenzioso e preoccupato Paolo Franchi, nuovo direttore del Riformista, a cui probabilmente è sembrato di cattivo gusto manifestare un pur minimo segno di festa. In quell'ambiente cupo, in cui il principale problema sembrava essere di accertare davvero se Zaccaria e Paolo Cento, pur essendo della stessa parte politica, condividevano o no il proposito di fare "adesso" una cosa insieme con gli illustri perdenti (e chi non ha visto la trasmissione non può sapere con quanto impegno e tenacia la conduttrice è tornata su questo punto essenziale, mentre la cifra del NO, sovrastampata alla sua immagine, raggiungeva e superava il 60 per cento) improvvisamente è apparso, pallido, il fantasma di Tajani, ex di tutto di Forza Italia. Tajani ha dato un drammatico annuncio: "ancora una volta si stanno verificando brogli nel seggio elettorale di Castelnuovo di Porto, dove confluiscono i voti degli italiani all'estero. Ricominciamo con i brogli e le manomissioni di voti e nostri deputati sono già accorsi sul posto. Si ricomincia come nelle elezioni politiche, la stessa storia". In un film di Aldo, Giovanni e Giacomo (o in uno dei loro ottimi spot pubblicitari) la gag avrebbe potuto funzionare. Infatti, è una gag basata sulla presa in giro del protagonista del "dramma".
Gli spettatori (che avendo appena votato, per il sessanta per cento, un clamoroso NO a Bossi e a Berlusconi, saranno certo stati inclini a una bella risata) hanno visto però la conduttrice seriamente colpita dalla denuncia volgersi verso gli ospiti in studio e dire esattamente queste parole: "ma è possibile, è accettabile che in ogni elezione un Paese civile e democratico debba vivere in una atmosfera di brogli, paura di brogli, brogli oscuri e misteriosi?". Nel silenzio preoccupato dello studio c'è stata solo la voce di Zaccaria che ha chiesto: "ma signora, dice sul serio? Ad ogni elezione? Quando?"
Una buona via d'uscita è stato di chiedere a Bassanini, entrato in collegamento con lo studio, una sua opinione sulla formazione con cui avrebbe giocato la squadra italiana contro l'Australia. Ora bisogna sapere che Bassanini, ex senatore DS, è stato, con Stefano Passigli e Sandra Bonsanti uno degli infaticabili organizzatori del Comitato per il NO, e dunque uno dei vincitori, uno da congratulare insieme a Scalfaro e insieme al sessanta e più per cento della massa di italiani che ha partecipato al voto.
E infatti Bassanini ha risposto con gentilezza: "beh, adesso mi faccia pensare al trionfo del NO. Dopo penserò alla partita".
Però la pesante eredità di cinque lunghi anni di regime berlusconiano, in cui devi sempre partire da qualcosa che dicono loro (in genere una accusa) per poi passare al resto del tempo a difenderti da quella accusa inventata per l'occasione, lascia ancora il suo segno. Uno dei loro slogan prediletti era: o votare SI e approvate la Bossi-Berlusconi o la Costituzione non si potrà più cambiare. Falso, naturalmente. Ma il peso deformante di questo modo di "dialogare" si è sentito, forse inconsciamente, persino in una domanda di Bianca Berlinguer, nello speciale TG 3 dedicato al referendum rivolta a Franco Giordano e Willer Bordon chiede: ‟quali garanzie date voi che non lascerete tutto come prima?”.
C'è un istante di brivido, perché la domanda implica che "tutto come prima" sia peggio della "porcata" dei quattro di Lorenzago.
Per fortuna c'è in collegamento, proprio in quel momento, Oscar Luigi Scalfaro che risponde netto: "non confondiamo".
Primo, salvare la Costituzione. E l'abbiamo fatto. La Costituzione , così com'è, nella sua integrità, funziona.
Secondo, prima di toccarla ancora, si assicurino coloro che pensano di farlo, di avere una larghissima adesione e condivisione in Parlamento, altrimenti si dovrà tornare al referendum. Il referendum lo abbiamo fatto oggi. E abbiamo detto che, senza consenso largo e condiviso, la risposta è NO”. Come si vede, per gli studi TV, su cui grava ancora l'afosa nebbia berlusconiana, la parola "conservatori" per definire chi ha salvato la Costituzione.
Per fortuna, forse a causa di una intercettazione fra diversi canali, non si sa dove e perché, entra in video un certo Rotondi che viene definito "la Democrazia Cristiana", benché non abbia voti, non abbia deputati ma, presumibilmente, soltanto un biglietto da visita e un passaggio dentro Forza Italia. Dichiara durissimo Rotondi che lui non è disposto ad alcun dialogo con chi ha detto NO alla Bossi-Berlusconi (che lui naturalmente chiama "riforma"). E' la fine di un incubo. Ma è inevitabile una riflessione. Questo Rotondi è in televisione ogni due giorni. Possibile che nei media italiani basti auto-definirsi "la Democrazia Cristiana" per occupare un simile spazio di comunicazione, anche senza Dossetti, De Gasperi, La Pira e Fanfani?
Le dichiarazioni sdegnate dei grandi italiani non sono finite. Sentite che cosa ha da dire Speroni, già capo di gabinetto di Bossi, quando Bossi era ministro delle Riforme (rassegnatevi, è vero, Bossi è stato davvero ministro delle Riforme della Repubblica italiana e Speroni è stato davvero il suo capo di gabinetto): "gli italiani fanno schifo e l'Italia fa schifo perché non vuole essere moderna".
Adesso capisco perché da Torino, in una affettuosa telefonata dalla Casa di Riposo delle anziane signore ebree, Giorgina Arian Levi, anni novantacinque e una straordinaria vita di antifascista, mi ha detto felice: "Qui c'è una festa. Tutte le signore hanno votato. Sai che cosa ha unito tanta gente? Hanno votato contro il marciume".
Ha pensato - credo - alle intercettazioni di casa Savoia e di casa Fini. Io in quel momento avevo davanti il televideo, pag. 101, ore 17.32 e ho pensato al rischio di cui si è liberata l'Italia. Il rischio di personaggi al governo come Bossi, come Speroni. L'abbiamo scampata bella. E abbiamo scoperto che la modernità sono coloro che non dimenticano e non si vendono. La modernità è stare lontani dalla televisione dove "tagliano i dibattiti politici su misura" e dove le conversazioni partono dalle verità di regime. Gran Paese l'Italia. Che ne abbia schifo uno come Speroni è una garanzia.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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