Un ex soldato degli Stati uniti, da poco dimesso dal servizio, è stato formalmente imputato di stupro e omicidio commessi mentre era in Iraq. Steven Green, 21 anni, era stato arrestato venerdì sera ed è comparso ieri in tribunale a Charlotte, in Carolina del Nord, dove il giudice gli ha comunicato le accuse: aver sparato e ucciso un uomo, una donna, una bambina (loro figlia), poi aver violentato e ucciso una giovane donna (l’altra figlia). Tutto ciò è avvenuto l’11marzo a Mahmoudiya, città irachena a sud di Baghdad. Le autorità militari Usa a Baghdad avevano annunciato la settimana scorsa di aver aperto un’inchiesta sull’episodio e incriminato quattro soldati del 502esimo reggimento di fanteria (parte della quarta divisione di fanteria). Dei quattro, Green è l’unico che sia tornato negli Stati uniti, esonerato a causa di "disturbi della personalità". Quello di Mahmoudiya non è il primo caso in cui soldati americani sono incriminati per l’uccisione di civili iracheni: ma è forse uno dei più odiosi, perché accompagnato dalla violenza sessuale. Anzi, sembra che lo stupro sia stato l’unico movente. Così dicono ad esempio le testimonianze raccolte dal Washington Post. Un vicino di casa, il signor Omar Janabi, ha raccontato che la famiglia viveva vicino a un posto di blocco americano e che la madre, Kakhriyah, il 10 marzo gli aveva confidato di essere preoccupata per la figlia 15enne, Abeer Qasim Hamza: ogni giorno doveva attraversare il checkpoint e i soldati le facevano avances molto spinte. Negli ultimi giorni più volte la ragazza aveva detto di aver paura, e lamadre temeva che i soldati venissero a cercarla a casa. Il giorno dopo, 11 marzo, il medesimo vicino è stato tra i primi ad arrivare in casa Hamza dopo l’attacco: la figlia maggiore era in un angolo, vestiti sollevati fino al collo, capelli e corpo bruciacchiati ("Ho capito che i sospetti della madre erano giusti"). Si sono salvati dalla strage due fratelli, che erano a scuola. Il signor Janabi, incontrato dai reporter del Giornale di Washington in casa di un capo tribale di Mahmoudiya, riferisce inoltre che per parecchie ore la casa è stata sorvegliata da truppe Usa, dopo il fatto, e che i soldati hanno detto che era stato un attacco di "ribelli sunniti". La cosa aveva stupito, dato che la famiglia è sunnita (della tribu dei Janabi). I vicini hanno pensato che si trattasse piuttosto di un attacco sciita. I corpi delle vittime sono stati trasferiti all’ospedale di Mahmoudiya il 12 marzo, identificati, e il giorno dopo un parente li ha presi in consegna per la sepoltura. La storia sembrava chiusa. Poi però due soldati della 502esima divisione sono stati rapiti e uccisi nei pressi di Mahmoudiya, e il giorno dopo altri due di quella unità hanno detto ai loro superiori che quel fatto di marzo, attribuito ai "ribelli", era invece opera di alcuni commilitoni. E’ così tre mesi dopo i fatti l’esercito ha avviato la sua indagine. Restano delle discrepanze tra le testimonianze raccolte dal Washington Post e altre versioni circolate - se la ragazza violentata e uccisa avesse 15 anni o 20 come dicono le fonti militari, ad esempio. Ma i contorni della storia sembrano abbastanza chiari. Domenica, quando la notizia dell’inchiesta è circolata, l’Associazione dei teologi musulmani sunniti dell’Iraq ha commentato che il caso "rivela la reale, orribile faccia dell’America". Le autorità americane si limitano a riconoscere che il caso di Mahmoudiya è "potenzialmente molto dannoso" per l’immagine degli Stati uniti" in Iraq, e questo, dicono, perché lo stupro è soggetto tabù in una società conservatrice e regolata da rigide norme dell’onore (viene da pensare: forse in una società meno conservatrice uno stupro sarebbe un’aggressione poco grave?).
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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