Imbracciata la doppietta, l’onorevole forzista Maurizio Paniz ha ieri sbagliato mira. E per amore della Juve ha sparato al cuore rossonero del Cavaliere, che deve averlo guardato come Cesare guardò inorridito il ‟suo” Bruto in quelle fatali idi di marzo: ‟Non capisco quali siano le differenze tra Moggi e Meani: la gravità dei reati e quindi delle pene è stata decisa in base all’esposizione mediatica e quindi a Moggi è andata molto peggio”. E, nel suo ruolo di presidente del club bianconero di Montecitorio, ha detto anche di più. Proporre la C per la Vecchia Signora e solo la B per il Milan, ha detto Paniz, è una ‟richiesta semplicemente ingiusta”. ‟Solo” la B? Colpito in ciò che ha di più caro, Silvio Berlusconi ha sentito una fitta: come poteva, quel suo apostolo bellunese, tradirlo così? Come poteva non associarsi al suo sdegno? Eppure, la dichiarazione che aveva dettato era chiarissima: ‟esterrefatto e indignato”, rivendicava come la sua società fosse ‟al primo posto in Europa nella classifica ufficiale dei club” e quindi vantasse ‟il grande merito di tenere e di aver sempre tenuto alto il prestigio del calcio italiano e dell’Italia sulla scena internazionale”. E sentenziava, visto che ‟l’addetto agli arbitri del Milan ha solo protestato e chiesto la designazione di assistenti corretti”, che gli era ‟difficile non vedere in questa assurda e spropositata richiesta dell’accusa un movente ed una volontà politica assolutamente inaccettabili nell’ambito dello sport”. Tesi istantaneamente sposata dalla quasi totalità dei forzisti. A partire da Isabella Bertolini e Sandro Bondi. I quali, scoperte un’improvvisa passione sportiva e una competenza pallonara di cui non esisteva traccia negli archivi e nella memoria dei biografi, si sono catapultati a manganellare le toghe calcistiche con la foga che da anni impiegano nel manganellare le ‟toghe rosse”. La prima ha spiegato che la richiesta di retrocessione per il Milan, ‟profondamente ingiusta e lontana anni luce dalla realtà”, altro non è se non ‟la diramazione sportiva del rito ambrosiano che ha firmato l’incivile accanimento giudiziario-politico che da anni colpisce in modo barbaro Berlusconi”. Il secondo è andato più in là. E dopo avere catalogato le accuse alla società rossonera come i soliti ‟teoremi di Borrelli” ha garantito: ‟Il Milan non ha nessuna colpa”. Di più: ‟Ha invece il diritto di vedersi riconosciuti due titoli di campione d’Italia che gli sono stati ingiustamente sottratti. È assolutamente inaccettabile che al danno si aggiunga la beffa”. Di rincalzo, sono arrivati gli altri. Dai senatori Maria Burani Procaccini e Antonio Gentile (‟Il Milan non c’entra niente con Calciopoli e farlo entrare in questa vicenda significa coltivare un’antica ossessione contro Berlusconi”) al deputato Maurizio Lupi: ‟È un’ingiustizia sommaria”. Fino a Gianfranco Rotondi, il leader della micro-Dc, che dopo aver ricordato di essere stato il primo a dire che lo scandalo era ‟un modo per arrivare a colpire Berlusconi”, ha sancito: ‟La richiesta di penalizzare il Milan ha un chiaro intento e scopo politico”. Non bastasse, mentre Roberto Calderoli svicolava (‟Io voglio solo che l’Atalanta sia in A...”) e il portavoce di An Andrea Ronchi si teneva alla larga dalle denunce di complotti augurandosi che la giustizia sportiva faccia chiarezza così da avere ‟forse finalmente un campionato regolare...”, si è alzato a sinistra un polverone uguale e contrario. Sollevato dal radical-socialista Salvatore Buglio (‟Non ci sono nessun movente e nessuna vendetta politica nella richiesta di retrocessione per il Milan”), dal verde Paolo ‟Piotta” Cento (‟Quello di politicizzare il processo è un tentativo di fuggire le responsabilità di chi, per anni, ha governato il mondo del calcio con gli inganni”) e dal comunista dilibertiano Pino Sgobio: ‟Berlusconi vede complotti dappertutto”. Come andrà a finire? Si vedrà. Certo è che, comunque lo si guardi, il pasticciaccio di oggi ha radici profonde. Molto prima di coinvolgere Arrigo Sacchi, Paolo Maldini, Billy Costacurta e Andriy Shevchenko (‟Presidente molto buono, quando papà malato lui ogni giorno telefonava...”) nella famosa serata-spot confezionatagli alla vigilia delle ultime elezioni da Irene Pivetti su Retequattro, il Cavaliere aveva già tracciato infatti mille volte un parallelo tra il Milan e la politica. Cominciò rivelando di essere andato a pregare in un santuario, prima della finale di Coppa dei campioni con la Steaua di Bucarest, per chiedere alla Madonnina di aiutarlo ‟a battere i comunisti”. Proseguì invitando il Paese a ‟sforzarsi di adottare il modello Milan”. Benedisse Adriano Galliani che additava il Milan come ‟la perfetta creatura di Berlusconi: ridevano del turn over, delle crostate, delle scelte di Sacchi quasi sconosciuto e Capello yes man, ma sono le scelte di uno che poi va in politica e in due mesi diventa presidente del Consiglio”. E poi commissionava a Luigi Crespi sondaggi per sapere quanto potevano incidere sui suoi successi elettorali i risultati dei rossoneri. E incitava gli azzurri (quelli veri) in partenza per i Mondiali dicendo loro: ‟La mia missione politica è come ricostruire una squadra di calcio”. E rispondeva a chi gli chiedeva se confermasse o no Fabio Capello dopo una stagione così così: ‟Decideremo dopo le elezioni”. E spiegava: ‟Il calcio è metafora di vita: dai successi del Milan la gente ha capito che la mia è una filosofia vincente, che lavorando si possono raggiungere risultati ambiziosi”. E pubblicava nell’agiografia ‟Una vita italiana” foto in cui lui era in panchina, a conferma di ciò che avrebbe rivendicato in un’intervista al Corriere: ‟Sono io che da diciotto anni faccio le formazioni”. Come osano, mandarlo in serie B?
Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella è inviato ed editorialista del “Corriere della Sera”. Tra i suoi libri Schei, L’Orda, Negri, froci, giudei & co. e i romanzi Il Maestro magro, La bambina, il pugile e il canguro, I misteri di via dell’Amorino. Insieme a Sergio Rizzo ha scritto, per Rizzoli, La Casta, La Deriva, Vandali e Licenziare i  padreterni. Con Feltrinelli ha pubblicato Tribù s.p.a. Foto di gruppo con Cavaliere bis (2005), Bolli, sempre bolli, fortissamente bolli (2014) e Se muore il Sud (con Sergio Rizzo, 2013; Premio Benedetto Croce 2014).

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