L'agricoltura biologica sta diventando sempre più popolare in Cina, e lo testimonia il successo avuto dalla Fiera dei prodotti agricoli delle ‟Grandi regioni selvagge del nord”, tenuta a Pechino in maggio. Sono chiamate così le zone del nordest della Cina, considerate tra le più incontaminate: è soprattutto là che negli ultimi anni si è diffusa l'agricoltura biologica. La crescita di questo settore dell'agricoltura è tirata soprattutto dalla domanda straniera, ma anche il mercato interno comincia ad avere una certa consistenza. Ne è un segnale appunto la fiera a Pechino: in quei 5 giorni sono state vendute 20 tonnellate di riso biologico, riferiva un servizio dell'agenzia Ips.
La notizia è per molti versi sorprendente. La Cina è una delle nazioni che si è buttata a capofitto nella ricerca sull'ingegneria genetica (e ha cominciato molto presto a coltivare specie geneticamente modificate, in pieno campo e su grandi estensioni). D'altra parte è la nazione che deve sfamare un quinto della popolazione mondiale (circa 1,4 miliardi di persone) avendo appena un settimo delle terre arabili del pianeta: proprio come nella vicina India, raggiungere l'‟autosufficenza alimentare” è una priorità che ha guidato tutte le scelte di politica economica interna, per esempio ha spinto all'uso massiccio di fertilizzanti azotati. Nell'ultimo decennio, per di più, la Cina ha cominciato a registrare un declino della produzione agricola, un po' perché le terre arabili diminuiscono a favore di altri usi (urbani, industriali), un po' perché alla coltivazione di grano e riso si sostituiscono colture più redditizie per i mercati urbani come frutta e ortaggi, un po' perché le terre si degradano (per sovrasfruttamento agricolo o pastorale) e i deserti avanzano...
Insomma, sembrava che la Cina fosse l'ultimo posto dove l'agricoltura ‟verde” dovesse mettere piede. Ma non è così. Negli ultimi anni la produzione biologica ha sperimentato un vero boom. All'inizio guidata dalla domanda dei mercati esteri: l'export di prodotti biologici cinesi ha totalizzato 142 milioni di dollari nel 2003 e 200 milioni nel 2004; la Cina ha esportato ortaggi, semi di girasole, soja principalmente in Europa, in secondo luogo in Giappone e negli Usa. L'export continua a crescere, ma ormai esiste anche una domanda interna. ‟Nei primi anni '90 non c'era un mercato interno per i prodotti biologici”, spiega (alla Ips) Li Debo, vice-direttore del Organic Food Research Centre (Centro di ricerca sul cibo biologico) dell'Ente di stato per la protezione ambientale : ‟Ora però grandi città come Pechino o Shanghai hanno parecchi negozi specializzati in prodotti biologici che vendono verdure, tè, riso, miele, frutta”.
La domanda di prodotti organics è aumentata un po' grazie all'aumento dei redditi nelle aree urbane: è una domanda concentrata tra le classi benestanti di città. E' stata aiutata anche da sempre più frequenti scandali riguardanti il cibo: come quando nel 2004 nelle maggiori città cinesi furono vietati gli spaghettini di soia trasparenti (i ‟glass noodles”) perché era risultato che le maggiori marche usavano uno sbiancante contenente piombo. O l'anno prima, quando in una città meridionale 78 scolari delle elementari erano stati avvelenati da un latte di soja contaminato. Tutti episodi che provocano allarme - e domande su come è prodotto e trattato il cibo.
Certo, il biologico resta sempre una nicchia: l'1% del mercato alimentare. Circa 2 milioni di ettari di terra agricola sono sotto coltivazioni biologiche, e ci sono circa 1.400 aziende agricole ‟certificate” come biologiche (non sappiamo molto sui criteri e standard di questa certificazione). Gran parte sono nel nordest: ‟Possiamo capitalizzare sulla nostra reputazione di regione lontana dalle grandi fonti di inquinamento, lavoriamo terre che non sono state trattate con input chimici negli ultimi 60 anni”, dice Sui Fengfu, direttore dell'Ufficio per la bonifica agricola (Agricoltural Reclamation Bureau) della provincia nordorientale del Helongjiang.
Una delle particolarità cinesi è che qui la riconversione all'agricoltura biologica è pianificata dal governo. I suoi sostenitori ora sottolineano che l'agricoltura ‟verde” rientra perfettamente nelle linee quinquennali di sviluppo economico approvate quest'anno dal Congresso Nazionale del Popolo, che intende aumentare il reddito dei circa 800 milioni di cinesi delle aree rurali e diminuire lo squilibrio nella distribuzione della ricchetta tra campagne e città. Restano gli scettici. Ma un noto economista, Wen Tiejun (citato dalla Ips) aggiunge: creare zone pilota di agricoltura organiza attorno alle città (il mercato di sbocco) può dare occupazione ai lavoratori migranti e disoccupati, assorbendo un potenziale conflitto sociale...
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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