Il debutto in grande del terrorismo, l’11 settembre, ha cambiato la storia. Da allora non c’è più la pace come l’abbiamo sempre concepita: intervallo fra i conflitti. Da allora c’è un lungo percorso di incertezza, di ambiguità, di turbolenza.
Senza la pace, ci può essere la guerra? La prossima ‟conferenza di Roma” (che segna la fine dell’Italia come soprammobile di altri governi, e il ritorno dell’Italia come governo con una propria faccia e una propria identità) dovrà rispondere a questa domanda impossibile: come, con chi fanno la pace gli Stati attaccati da non eserciti, circondati e minacciati da pericoli estremi che però non si vedono e dunque fanno apparire folle ogni mossa di chi tenta di reagire, come i gesti contro il mare di coloro che temono di annegare?
Questa guerra che improvvisamente è apparsa con il suo volto tremendo in Medio Oriente sembra avere una maledizione in più. Ha privato tanti di noi della capacità di riconoscere i fatti. Abbiamo la stessa ansia ma non vediamo le stesse cose.
Non solo visioni radicalmente diverse si contrappongono prima ancora dei fatti, ma narrano fatti completamente diversi. O elencano sequenze di responsabilità, di colpe, di accuse, in cui non vi è quasi alcun punto di coincidenza. Riesce inimmaginabile disegnare una condivisa via d’uscita, che pure è richiesta da tutti ed è disperatamente necessaria.
Non solo si oppongono una visione palestinese e una visione israeliana delle colpe, delle responsabilità, delle vittime. Ma profonde divisioni separano la guerra di alcuni fatta in nome dell’Occidente e contro tutto l’Islam terrorista, dalla guerra inglese-americana per il controllo dell’area dopo la caduta di Saddam Hussein. E tutto ciò è altra cosa dai combattimenti che - ti dicono gli israeliani - sono costretti a condurre per garantire la sopravvivenza del loro Paese nel momento più buio della storia di quel Paese.
Anche le controparti di Israele compaiono in versioni completamente diverse e non sovrapponibili.
Il Libano mostra al mondo la sua distruzione e appare innocente, colpito dagli israeliani per pura cattiveria e desiderio di far male. Oppure colpito goffamente, come se bombardare case e scuole servisse a snidare le formazioni Hezbollah.
Hezbollah appare di volta in volta un partito democraticamente eletto, una associazione islamica di sostegno e soccorso per le vittime degli attacchi israeliani (Giuseppe Zaccaria nel programma Controcorrente di Sky Tg 24) «una parte della nostra cultura» (l’ambasciatore libanese alle Nazioni Unite) e la organizzazione militare meglio armata e meglio organizzata fra quelle che tengono sotto tiro Israele.
Israele è per la prima volta assediato. Migliaia di missili di vario tipo e gittata l’hanno finora colpita, ed è un fatto senza precedenti. Ma «sono giocattoli» (Nemer Ammad, alla televisione italiana) e comunque non dovrebbero dare luogo ad una reazione «sproporzionata» (governi d’Europa).
I palestinesi, d’altra parte, sono allo stesso tempo occupati e oppressi a cui viene negata la pace. Ma con due diverse continuazioni per questo discorso. Una estende, più o meno chiaramente il concetto di occupazione a tutto il territorio palestinese del 1948 e dunque pace vuol dire che Israele deve scomparire. L’altra non considera importante che Hamas, nuova maggioranza e nuovo governo palestinese, neghi a Israele ogni riconoscimento. Dunque è Israele che non vuole la pace. Questa affermazione è molto popolare anche perché evita di affrontare il problema: come si fa la pace con chi rifiuta di riconoscere che esisti?
Un altro drammatico sdoppiamento di immagini si verifica in tutti i telegiornali del mondo e questo spiega perché, persino a New York, l’opinione pubblica sia nettamente divisa. La guerra di Israele si vede. Si vedono soldati, carri armati, aerei. L’impressione è che siano impegnati con un immenso rastrellamento militare, contro bande disperse su territori innocenti e contro popolazioni che sono ingiustamente colpite.
Hezbollah non si vede, non ha uniformi. I suoi quartieri generali sono fra le case di cui vediamo le macerie, le sue caserme sono case di abitazioni dove stanno anche molte famiglie. Le rampe lanciamissili sono dovunque, anche accanto a un campeggio, a una scuola, a un ospedale. Una possibilità di visione comune sarebbe di ammettere la spietata crudeltà di questo tipo di guerra in cui tutto si gioca a carico delle popolazioni civili, da una parte e dall’altra.
Il fatto è che se un missile Hezbollah o Hamas fa centro, colpisce il ‟nemico”, cioè gli israeliani, militari e militaristi, una azione che in guerra appare normale o almeno ammissibile. Quando l’ordigno di Israele distrugge case e persone perché il nemico, chiunque esso sia è lì, dove ci sono donne, bambini e intere famiglie, è un ordigno assassino. È vero. È stato vero anche a Stalingrado, che tutto il mondo democratico ha celebrato. Ma qui sono le immagini quasi in diretta a sdoppiare la percezione degli eventi: militari potentemente armati da una parte, civili che fuggono o restano sotto le macerie dall’altra. La visione sdoppiata riguarda anche le Nazioni Unite. In questo caso non dipende dai media, ma da vari e diversi strati della politica di destra e di sinistra.
A destra le Nazioni Unite sono odiate al punto che giornali padronali italiani dei tempi di Berlusconi hanno dedicato pagine intere a pubblicare capi d’accusa di tutti i tipi, dal furto allo stupro.
Sempre a destra, le Nazioni Unite servono per autorizzare l’invio delle truppe italiane ‟di pace” in Iraq (non è vero, l’Onu ha dato un generico assenso dopo l’invio delle truppe italiane). E servono per tranquillizzare su ciò che accade o potrebbe accadere in Afghanistan (ed è vero, coordinano gran parte dell’azione umanitaria e non militare in quel Paese). Nel campo opposto c’è uno sdoppiamento quasi simmetrico. Le Nazioni Unite sono una foglia di fico che non garantisce la pace, dicono coloro che vogliono votare no alla presenza italiana in Afghanistan. Però, sì, le Nazioni Unite sono la via d’uscita per togliere l’iniziativa di guerra a Israele e interporre una barriera che fermi Tzahal, dicono quasi le stesse voci.
Siamo dunque in presenza di narrazioni radicalmente diverse e non sovrapponibili. Sono narrazioni che riguardano soprattutto la sinistra per due ragioni. La prima è che solo la sinistra si tormenta su guerra e pace. Alla cultura di destra la guerra va sempre bene, prima ancora di andare troppo per il sottile sulle ragioni o sui mezzi per farla.
La seconda è che le sinistre europee, e quella italiana più di tutte, si sono tenute sempre a distanza da Israele, la conoscono poco e condividono (in molti) la ragione che viene dalla guerra fredda: Israele avamposto americano dunque imperialista.
Comunque hanno visto sempre la causa palestinese, terrorismo o no, come appartenente al mondo da liberare dalla occupazione coloniale. Si radica qui la persuasione molto diffusa a sinistra che Israele sia sempre e comunque un Paese occupante, per 100 chilometri o per un metro. E abbiamo visto che non a tutti è chiaro se vi sia un punto, una frontiera, in cui l’occupazione finisce e comincia il legittimo Stato di Israele che può vivere, garantito e riconosciuto accanto all’altro Stato che resta da fare. Diffusa è la persuasione che sia Israele, in modo unilaterale, a rendere impossibile questo secondo Stato. Come lo rende impossibile? Lo rende impossibile con la sua esistenza.
Ma il rifiuto di riconoscere sia l’esistenza che la continuazione di Israele sembra un incidente poco importante, o perché viene inteso come un naturale atto di rifiuto della occupazione, o perché appare ad alcuni (e non sono pochi) come la legittima ritorsione contro le malefatte del potente Paese vicino che ha un suo Stato (e qui il discorso rinvia a come è nato, quando, perché, e si accumulano dubbi e obiezioni sulla legittimità concessa dalle Nazioni Unite) ma non vuole permettere che nasca lo Stato dei palestinesi.
E qui la storia è un film che ricomincia sempre da capo, come è facile constatare nei dibattiti che su questo tema si accendono continuamente a sinistra, anche quando non c’è la guerra, e persino nei miracolosi momenti in cui si stava quasi facendo la pace.
Tutti i sentimenti, le idee, le obiezioni con cui ci si incontra in questi duri e pericolosi giorni di guerra sembrano fare la spola fra due soli momenti della storia: quando Israele comincia (comincia a danno dei palestinesi, sottrae terra, produce profughi); e adesso, quando Israele «come al solito fa la guerra», che non viene mai intravista come difesa. Nel più benevolo dei casi si dice che «esagera». Ma non si precisa rispetto a che cosa. Mille missili su Israele sono una buona ragione per reagire? Duemila?
Una guerra è un fatto gravissimo. La farebbe a cuor leggero un Paese democratico con buone condizioni di vita, la farebbe tutto un popolo unito senza alcuna frammentazione e divergenza, intellettuali e classe media, pacifisti e militari, mettendo tutto in gioco, vite e beni, case e figli, come in un’ultima estrema partita, se questa fosse solo la decisione capricciosa di un governo incline alla violenza? La farebbero, insieme, scrittori pacifisti come Amos Oz, Abraham Bet Yehoshua, Meir Shalev, David Grossman?
Questa domanda viene di solito saltata, per arrivare subito alla sentenza e affermare: «Israele adesso esagera». Nel dire questa frase si fa rimbombare un’area vuota, o meglio svuotata di eventi. Si parla, cioè, come se Sadat non fosse stato assassinato per aver fatto la pace con Israele, come se Rabin non fosse stato assassinato perché stava facendo la pace con gli arabi, come se Sharon non avesse abbracciato la strada dei «territori in cambio di pace». E come se in mezzo, in decenni di faticosi, sanguinosi ma pieni di tentativi di pace, non ci fossero stati Camp David, Oslo, Madrid, l’offerta del primo ministro Barak che metteva sul piatto delle trattative anche una parte di Gerusalemme, la cosiddetta (discussa, misconosciuta, però avvenuta) «intesa di Ginevra» in cui israeliani e palestinesi (intellettuali con intellettuali, militari con militari, politici con politici, ex comandanti ed ex leaders delle due parti), avevano disegnato punto per punto frontiere e divisioni di territorio e risorse.
Osservare che non c’è petrolio in quest’area e che perciò non si applicano tanti tradizionali sillogismi su imperialismo e occupazione serve a poco. L’argomento viene superato ritornando a giudizi che si possono dare solo ignorando decenni in cui non si è mai smesso di cercare una porta di pace.
Osservare che il petrolio c’è, in quest’area, ma è tutto nelle mani dei Paesi arabi che sono contro Israele e lo boicottano e ne chiedono la cancellazione, e finanziano tutti gli Hezbollah e tutte le Hamas della regione serve a poco. Infatti il problema non viene visto come assedio di potenti nemici arabi che mandano avanti i palestinesi e i civili libanesi. Viene visto come il rifiuto di Israele di permettere la nascita dello Stato palestinese. E come invito esplicito a sgombrare l’area. Ecco il problema che ci ha portati a questa tragica situazione, da una parte guerra aperta di un Paese che si sente morire, di un popolo unito che non vuole scomparire. Dall’altro un popolo spossessato che rivuole la sua terra usurpata. Con l’aiuto legittimo della potenza militare siriana e iraniana.
È come se fossimo impegnati a raccontare due storie diverse. Due percorsi che nella memoria, nella cognizione, e dunque nel giudizio e nei sentimenti, non si incontrano mai. E quando si scontrano e scoppia un conflitto che potrebbe essere mondiale, non c’è un solo punto, argomento ragione o dato storico che possa essere usato dalle due parti, se non altro per trovare un contesto logico (che non vuole dire un accordo), per cominciare anche solo a parlare.
La spaccatura s’allarga, diventa una faglia profonda. In questa faglia precipitano speranze e occasioni di pace. La strategia di attacco fortissimo e invisibile che segue l’appello iraniano a cancellare Israele, non ha scandalizzato nessuno e prosegue con tenacia e bravura. Migliaia di missili sulle città israeliane hanno colpito poco la coscienza e l’emozione del mondo, perché quel che si vede sono le tremende distruzioni nel Libano. Vere, tragiche. Ma le migliaia di missili (quelli a lunga gittata pesano tonnellate) non si fabbricano in Libano. Arrivano dai porti, dagli aeroporti, dalle autostrade, dai ponti. Un ponte in meno diminuisce per forza l’arrivo di nuovi missili e nuove rampe
Forse occorre cercare di rispondere a una domanda centrandola con onestà su questo preciso, tragico momento: che cosa fareste voi, se foste cittadini di Israele, oggi, stasera, in questo momento?
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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