Quali sono le più grandi minacce alla sicurezza mondiale? Dopo gli attacchi alle Torri gemelle di New York l'11 settembre del 2001, sembra che la risposta sia una sola: il terrorismo internazionale è diventato il nemico principale. ‟Il terrorismo è la maggiore minaccia del 21esimo secolo”, aveva detto il premier britannico Tony Blair nel novembre 2003 ricevendo il presidente degli Stati uniti George W. Bush: la ‟guerra al terrorismo” dichiarata dagli Stati uniti è una sorta di nuova ortodossia della sicurezza.
Ma è davvero il terrorismo internazionale la maggiore minaccia mondiale? Viene alla mente la definizione di ‟sicurezza” del Rapporto sullo Sviluppo Umano pubblicato nel 1994 dall'Undp (Programma Onu per lo sviluppo): protezione non solo da violenza interna o esterna ma anche dalle minacce di fame, malattie, disoccupazione, criminalità, repressione politica, degrado ambientale.
Riletta dopo anni di ‟guerra preventiva” quella definizione suona remota, nel migliore dei casi ingenua. Eppure il discorso va riaperto. ‟Le minacce contemporanee sono spesso interconnesse, ... il terrorismo internazionale o i conflitti armati non possono essere affrontati separatamente dall'estrema povertà o dal degrado ambientale”, leggiamo in un lungo documento (‟Global responses to global threats. Sustainable security for the 21st century”) pubblicato in giugno dal Oxford Research Group (accessibile su internet). Gli autori Chris Abbot, Paul Rogers e John Sloboda (direttore del Oxford Research Group e fondatore del progetto Iraqi Body Count, sulle vittime civili del conflitto iracheno) non sono ambientalisti ma esperti in questioni di guerra, armamenti e di sicurezza globale (e non fanno riferimento ai rapporti sullo Sviluppo umano). Sostengono che ‟il terrorismo internazionale è una minaccia relativamente piccola se confrontata con altre tendenze globali più gravi”, che elencano così: ‟il cambiamento del clima, la competizione per le risorse, l'emarginazione della maggioranza della popolazione mondiale, la crescita del militarismo globale”. Questi sono i fattori che con più verosimiglianza possono portare a ‟grave instabilità globale e regionale, e a perdite di vite umane su larga scala, in dimensioni ineguagliate da altre potenziali minacce”.
Il clima, ad esempio: ormai la comunità scientifica ha chiarito che gli effetti immediati del riscaldamento della temperatura terrestre saranno l'innalzamento degli oceani e una serie di scuilibri nel regime delle piogge, con conseguenti grandi spostamenti di popolazione dalle zone costiere e dei delta fluviali, disastri naturali, successioni di alluvioni e siccità che produrranno carestie, grande sofferenza umana e probabili conflitti sociali: ‟Questo ha implicazioni a lungo termine sulla sicurezza molto più gravi, durevoli e distruttive che quelle del terrorismo internazionale”. E questo rimanda, dicono i tre studiosi, all'urgenza di rivedere le politiche energetiche a favore delle energie rinnovabili (ma avvertono: il nucleare non è una soluzione, sia per i problemi ambientali e di sicurezza legati alla gestione delle scorie ad alta radioattività, sia perché moltiplicare gli impianti nucleari aumenta i rischi di sicurezza e quindi la necessità di sistemi di controllo a scapito delle libertà personali e dunque della democrazia). Alla voce ‟competizione per le risorse” gli autori si diffondono su petrolio e gas, da cui dipendono le economie industriali (e quelle in via di industrializzazione): competizione più acuta da quando sono entrati in scena attori come la Cina, con una domanda di energia in espansione. Anche qui la conclusione è che il mondo deve diminuire la dipendenza dai combustibili fossili e passare a energie rinnovabili. Il documento parla poi di distribuzione diseguale della ricchezza, del peggioramento degli indicatori di sviluppo umano - fame, malnutrizione, mortalità infantile e così via - e di aumento dell'emarginazione di grandi masse mondiali, ‟esacerbata dalla crescente oppressione ed esclusione politica”.
‟L'agenda della sicurezza è stata sequestrata dalla ‟guerra al terrorismo”, scrivono i ricercatori di Oxford, ma queste sono le minacce che fanno affrontte alla radice. Non sono loro i primi considerare il degrado ambientale o competizione per le risorse come ‟minaccie”, ma è importante che il discorso abbia raggiunto gli esperti di sicurezza. E sono importanti le conclusioni: bisogna passare dal ‟paradigma del controllo” a quello di una ‟sicurezza sostenibile”, dice l'Oxford Research Group. E' un invito rivolto anche alle ‟ong e l'intera società civile, inclusi i giornalisti”: è necessario guardare in modo interdipendente alle questioni della pace, lo sviluppo e le crisi ambientali, legare i movimenti contro la guerra a quelli ambientalisti e sociali.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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