Le persone si possono valutare, a posteriori, anche da quel che lasciano. E non si parla di eredità materiali ma di eredità spirituali. Per esempio, andando a sfogliare le lettere e i documenti di Gina Lagorio, confluiti per sua volontà negli archivi del Centro Apice di Milano, nessuno avrebbe dubbi nel considerare la scrittrice piemontese, morta esattamente un anno fa, un personaggio del tutto straordinario. Perché Gina Lagorio ha intrattenuto rapporti umani e intellettuali con gran parte della cultura italiana e straniera, in un lavorio generoso e instancabile. Un migliaio circa i suoi corrispondenti, occasionali alcuni, regolari altri, che vanno da Dario Bellezza a Giovanni Berlinguer, da Carlo Betocchi a Giorgio Bocca, da Alessandro Natta a Oscar Luigi Scalfaro, da Valentino Bompiani a Claudio Magris, da Geno Pampaloni e Sandro Pertini. Con le testimonianze privilegiate dei suoi primi amici Fenoglio, Barile, Sbarbaro. Un fondo epistolare preziosissimo, cui si aggiungono i manoscritti dei vari romanzi, le bozze, le rassegne stampa, conferenze inedite, articoli e saggi dispersi, addirittura un archivio topografico da lei stessa organizzato, che documenta i suoi numerosissimi viaggi compiuti senza risparmio di energie e di curiosità. E ancora, molte carte provenienti dalla casa editrice Garzanti (dove ha lavorato per anni a fianco dell’editore e compagno Livio), racconti e taccuini inediti. La donazione gratuita delle carte, voluta dalla scrittrice, è stata favorita, dopo la sua morte, dalle figlie Simonetta e Silvia. Un vero pozzo di San Patrizio dove si può pescare di tutto. In un faldone gli storici dell’editoria troveranno persino le ‟delibere di pubblicazione” della Treves, datate 1938, anno in cui Aldo Garzanti rilevò la casa editrice milanese. Nella riunione del 17 novembre veniva affrontato il caso Bacchelli, che chiedeva ‟un trattamento continuativo che gli permetta di lavorare tranquillamente per un certo numero di anni”. Esaminata la situazione economica dei suoi conti, l’editore deliberava per ‟l’impossibilità di concedere quanto desiderato”, mentre tra le stesse carte compare il nullaosta a un’Enciclopedia littoria della giovinezza italiana, ‟genialmente concepita ed attuata con notevole fedeltà al programma”. Spingendosi ben più avanti negli anni, ai cacciatori di polemiche letterarie, non sarà difficile trovare pane per i loro denti: un Barberi Squarotti che nel ‘69 si lamenta perché le carte di Fenoglio rischiano di finire ‟nelle mani incaute e inesperte di una persona come Lajolo, notoriamente incapace di qualsiasi discorso serio”. Oppure rintracciare un’invettiva di Attilio Bertolucci contro Ruggero Guarini. Siamo nel 1977 e l’uscita di una raccolta di saggi di Guarini, Punto e a capo, scatena il furore del poeta: quel libro conteneva una stroncatura di Novecento, il film del figlio Bernardo. Autore della casa e consulente di primo piano, Attilio scrive una lettera a Garzanti in cui se la prende con il ‟killer Guarini” e con ‟l’imbecillità o la malafede di chi della casa editrice ha accettato, prodotto e ormai messo fuori il libro”. Prosegue presentando le dimissioni: ‟Io per ora non posso sentirmi entro la sigla che comprende Guarini (...)”. Ancora un passo indietro e nelle carte anni 60 si trova il materiale che testimonia la contesa Garzanti-Einaudi sui diritti di Fenoglio, con lo scrittore preoccupato di non scontentare nessuno. A questo periodo, risale anche l’amicizia di Gina Lagorio con i due poeti liguri Angelo Barile e Camillo Sbarbaro, il cantore dei licheni. E una vecchia busta conserva ancora religiosamente l’ultimo lichene raccolto da Sbarbaro nel ‘61 dietro un cimitero. Proprio a questi intensi rapporti, fa riferimento una bella lettera-confessione del ‘79 a Carlo Betocchi. La scrittrice ha un pensiero per le persone care: ‟Mia madre che cantava davvero sotto gli angeli barocchi della Madonna del popolo, Angelo e Camillo che sono stati buoni con me e mi hanno dato un aiuto d’intelligenza, di anima, che ogni giorno sento essere stato un lievito determinante. Forse, senza quella madre che aveva fatto le elementari soltanto, ma leggeva le lettere di Leopardi, la bambina ch’ero io non sarebbe cresciuta con l’amore dei libri e forse nel momento difficile del matrimonio e della maternità, quando anche l’amore per la letteratura può apparire ingiusto e non necessario, come un amore clandestino, senza l’amicizia protettiva e sorridente, stimolante ma discreta (...) dei miei due vecchi amici, oggi io non sarei qui a scrivere a lei, pensando anche a loro, e a tutto, a tutta la mia vita”. Chi volesse studiare la scrittrice non avrebbe che l’imbarazzo della scelta, tante e tali sono le lettere di critici e autori che commentano l’opera della Lagorio. Accanto agli entusiasmi (per esempio, quelli di un lettore fedele come Sebastiano Timpanaro), campeggia qualche ‟stroncatura”. In una lettera Romano Bilenchi, in veste di consulente della Vallecchi, si soffermava su Un ciclone chiamato Titti: ‟È vero, il suo romanzo (se così si può chiamare) è scritto in maniera pulita; ma questo, a mio parere, non basta per essere pubblicato (...). Questa rappresentazione di una tranquilla vita borghese non si solleva dal fatto "privato". Troppo discorsivo, troppo superficiale (...). Manca inoltre di una struttura narrativa in qualche modo accettabile”. A proposito del tessuto di relazioni generosamente intrecciato in prima persona da Gina Lagorio, non mancano interlocutori del mondo politico vicino alla scrittrice e senatrice eletta nell’87 tra gli Indipendenti di sinistra. L’amicizia con Nilde Jotti e con il vecchio Alessandro Natta, che da Imperia nel ‘94 le confessa la delusione per la sua stessa parte politica che ha sottovalutato ‟questa destra fascistoide e cialtronesca dei Berlusconi”: ‟Spero che le forze democratiche e di sinistra si siano rese conto che il disastro è cominciato proprio con i cedimenti, le abdicazioni, le subalternità di fronte all’ondata di destra: dai revisionismi storici ai tentativi di liquidare le idealità e i valori repubblicani, allo stravolgimento dei principi e delle regole democratiche. Ora siamo a un passaggio cruciale. L’augurio è che questo tronfio avventuriero e la sua banda di trasformisti e di guitti televisivi siano davvero giunti al capolinea”. Con il presidente Scalfaro il rapporto di stima è ancora più esplicito, da una parte e dall’altra. Il 1° maggio ‘96, all’indomani della vittoria elettorale di D’Alema, Gina Lagorio da Cherasco si complimenta con lui in una lettera dal sapore quasi resistenziale: ‟Sei stato bravo, Presidente, bravo per la pazienza, bravo per la fermezza, bravo per il coraggio (...). Non riuscivo a sopportare l’idea che la mia Cuneo - dove Almirante non è mai riuscito neanche ad aprir bocca - cadesse nelle mani dei fascisti berlusconiani -. Cuneo è diventata ahimè in gran parte leghista, ma sono d’accordo col vecchio Revelli, leghisti si può diventare per rabbia o per ignavia, ma fascisti no. Mai”. Da Scalfaro, due anni dopo, Gina Lagorio riceverà l’onorificenza di Cavaliere della Gran Croce. Un discorso a sé meriterebbe la fitta corrispondenza con Carlo Dionisotti, dove il grande storico della letteratura offre un esempio mirabile della sua burbera generosità intellettuale: ‟La mia generazione - scrive nel ‘96, a proposito del romanzo Il bastardo, una storia omosessuale ambientata nel Seicento - ha convissuto nei primi anni venti con Proust e con Gide. E io ancora ricordo il turbamento quando, credo nel 1928, lessi in tedesco la Morte a Venezia di Mann. Agostino era ancora da venire, ma le premesse erano quelle. Poi ci fu la tragedia hitleriana e la sconcia farsa maschilista mussoliniana (...). Ma nella seconda metà del secolo, in specie dopo la contestazione giovanile, le cose cambiano. Che la tragedia di Pasolini fosse sporca si era capito subito. Inutile aspettare un verdetto giudiziario (...). Ora, questa pubblicità, insolenza e prepotenza omosessuale mi è venuta a noia. Niente repressione, ritorsione, per carità. Ma differenza tra privato e pubblico, fra regola e eccezione”.
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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