Tra i ranghi più militanti della comunità maronita c’è una teoria che va molto di moda. La raccontano più o meno così: la Siria è riuscita a dividere i cristiani usando i suoi vecchi nemici in Libano. Come? Da una parte la primavera dell’anno scorso ha permesso a Michelle Aoun di tornare a Beirut dal suo esilio in Francia e gli promette presto la presidenza del Paese. In cambio questi si allea con le forze filo-siriane e persino con l’Hezbollah. Dall’altra, il 25 luglio 2005 viene permesso a Samir Geagea di uscire di cella dopo 11 lunghi anni in isolamento. L’ex capo delle Forze Libanesi, l’uomo duro della Falange, ha 56 anni, è provato, stanco, magari proverà una timida resistenza. Ma sarà facilmente sconfitto. Così il fronte cristiano risulta frazionato in due parti, indebolito. ‟Mi sembra una teoria interessante. Ma ora faccio parte del Fronte del 14 marzo. Non sono solo. Eppoi io non credo più nello scontro frontale con l’Hezbollah. Tutt’altro. Le memorie della guerra civile sono ancora troppo fresche. Nessuno è pronto al ritorno del fratricidio. Con Hassan Nasrallah cerco il dialogo, non la guerra” commenta Geagea. Lo incontriamo nella sua residenza estiva a oltre 2.000 metri d’altezza, nel cuore delle montagne libanesi. Geagea appare pensieroso, dimagrito, molto diverso dagli anni in cui il bellicoso capo delle Forze Libanesi aveva dichiarato guerra alle milizie musulmane, sparava su Yasser Arafat, riceveva armi e proiettili israeliani al porto di Junieh e non aveva paura di lanciare i suoi uomini contro l’esercito siriano. ‟L’èra delle armi è finita. Occorre dialogare” dice. E solo dopo un lungo prologo inizia a svelare i suoi veri sentimenti. Perché Geagea infine ammette apertamente che l’Hezbollah obbedisce agli interessi siro-iraniani e che nel lungo periodo lo Stato libanese ‟deve disarmarlo se davvero desidera mantenere la propria sovranità”. Il problema è: come? Nei quartieri cristiani corre voce che proprio nelle vallate vicine ai Cedri del Libano, le antiche roccaforti maronite contro le scorribande saracene, si stanno accumulando armi di ogni tipo. C’è la possibilità che vengano ricostituite le Forze Libanesi? ‟Assolutamente no. Oggi siamo un partito politico con 5 deputati in Parlamento e un ministro nel governo. Guai se tornassimo alla logica delle milizie” replica lui deciso. E sfodera quella che qui chiamano la ‟proposta Geagea”. ‟La costituzione di una zona cuscinetto nel Libano del Sud, presidiata da una forza multinazionale con almeno 20.000 uomini e un mandato aggressivo. Non puri osservatori passivi, come sono oggi i peacekeepers dell’Unifil in quelle regioni. Bensì un vero esercito di intervento rapido, con il mandato e le armi necessarie per far la guerra contro l’Hezbollah se cerca di attaccare Israele. E allo stesso tempo capace di fermare le incursioni israeliane, incluse quelle dell’aviazione” spiega. Non esita a condannare con forza le azioni israeliane e lo scempio tra i civili. Ma il vecchio falangista ammette chiaramente che c’è un problema di fondo: ‟L’Hezbollah basa la sua dottrina religiosa, sociale e militare sulle priorità della cosiddetta umma, la società islamica. La nostra fedeltà va alla Nazione libanese. La loro invece al mondo islamico, dall’Indonesia al Marocco”. Ne risulta che la popolazione libanese, almeno quella non alleata all’Hezbollah, subisce sulla sua pelle le conseguenze di battaglie che non la riguardano. ‟Siria e Iran hanno usato l’Hezbollah per cercare di aprire un secondo fronte contro Israele e in aiuto a Hamas intrappolata a Gaza” aggiunge secco. Ma, a suo dire, potrebbe esservi almeno un effetto positivo dei blitz israeliani. ‟Noi non lo vorremmo, sarebbe solo un sottoprodotto di azioni di cui non siamo responsabili” ci tiene a sottolineare. ‟Ma, se i bombardamenti israeliani indebolissero l’esercito di Nasrallah, allora potremmo cominciare da qui lo smantellamento dell’ultima milizia in Libano e la ripresa della sovranità statuale anche nel Sud”.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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