«È una bella storia, non è vero?» dice Günter Grass della conoscenza che fece, in prigionia, con il giovane Ratzinger: «Lui voleva diventare un ecclesiastico e io volevo fare l' intellettuale». La racconta - quella storia - con parole simili a quelle usate da Ratzinger nel volume La mia vita (San Paolo 1997). Ma Ratzinger nell' autobiografia non dice d' aver conosciuto Grass nel campo di prigionia di Bad Aibling, dove restò per un paio di mesi nella primavera del 1945, quando ambedue avevano 18 anni. «Forse non memorizzò il cognome e non ebbe poi modo di scoprire nello scrittore l' antico compagno delle partite a dadi» ipotizza Ludwig Ring-Eifel, redattore capo dell' agenzia cattolica tedesca KNA e buon conoscitore della biografia del cardinale Ratzinger. L' ipotesi è condivisa da Ingrid Stampa, che da un quindicennio è un' assidua collaboratrice di Ratzinger cardinale e Papa, per quello che riguarda le sue pubblicazioni: «Non ho mai trovato negli scritti un accenno alla conoscenza dello scrittore e neanche me ne ha parlato a voce, quando in conversazione ci è capitato di nominarlo». La coincidenza tra quanto narrato dallo scrittore e dal cardinale sulla loro prigionia è totale, tranne che per un aspetto: l' entità del campo. Grass dice che lì - «a cielo aperto» - erano «internati centomila prigionieri». Ratzinger invece scrive che in quel «terreno agricolo» erano stati «acquartierati circa 50 mila prigionieri». Si può immaginare che nessuno dei due abbia avuto un' informazione esatta e che lo scrittore - portato a colorare il ricordo - abbia optato per il numero tondo; mentre il teologo, addestrato al ragionamento rigoroso, abbia voluto tenersi su una stima più cauta. Combaciano, invece, le due memorie sull' esposizione alle intemperie e gli altri disagi. «Restammo all' aperto fino alla fine della nostra prigionia», scrive Ratzinger, annotando che quando «cominciò a piovere, si formarono dei gruppi, per cercare un misero riparo all' offesa del tempo». Dice anche che «alcuni fortunati avevano portato con sé una tenda». Grass doveva far parte di questi «fortunati», perché narra che «quando pioveva ce ne stavamo in una buca che avevamo scavato nel terreno e sulla quale avevamo steso un telo per proteggerci dall' acqua». Lo scrittore dice che quel compagno di nome Joseph «pronunziava spesso citazioni in latino». Ratzinger racconta d' essere riuscito a portare con sé - al momento della retata condotta dagli americani - «un quaderno e una matita», con i quali «arrivai persino a cimentarmi con la composizione di esametri greci». Sfogliando i volumi del cardinale si rintraccia almeno un rimando a un titolo di Günter Grass: in Fede e futuro (Queriniana 1971) Ratzinger scrive che «la verità si sottrae all' uomo ed egli appare - per citare il titolo dell' ultimo libro di Günter Grass - sottoposto ad anestesia locale», cioè «capace soltanto di cogliere brandelli deformati del reale». Una nota rimanda al romanzo di Grass Anestesia locale (Einaudi 1971).
Günter Grass

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Günter Grass (Danzica 1927 - Lubecca 2015) ha raggiunto la massima notorietà con Il tamburo di latta, pubblicato nel 1959 (Feltrinelli, 1962, nuova edizione 2009). Delle sue opere successive ricordiamo: Gatto e topo (Feltrinelli, 1964, 2009), Anni di cani (Feltrinelli, 1966, 2009), Dal diario di una lumaca (Einaudi, 1974), Il Rombo (Einaudi, 1979), La Ratta (Einaudi, 1987), Il richiamo dell’ululone (Feltrinelli, 1992), È una lunga storia (Einaudi, 1998), Il mio secolo. Cento racconti (Einaudi, 1999), Il passo del gambero (Einaudi, 2002), Sbucciando la cipolla (Einaudi, 2007), Camera oscura (Einaudi, 2009), Da una Germania allaltra. Diario 1990 (Einaudi, 2012). Nel 1999 Grass ha vinto il premio Nobel per la letteratura.

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