Lo "scandalo" Günter Grass si presta a essere sintetizzato così: un giovane, poco più che ragazzo, partecipa alla II guerra mondiale come volontario, arruolato in una formazione delle Ss; dopo la guerra diventa scrittore di successo, sollevando di fronte alla nazione tedesca la questione dei conti che essa ha da fare con se stessa, per le responsabilità nei confronti del nazismo e dei suoi crimini; tace di quel suo trascorso giovanile e, in questo silenzio, il suo successo lo trasforma progressivamente in simbolo vivente di una nobile posizione culturale e morale, nella quale in molti vengono a riconoscersi e identificarsi. A distanza di sessanta anni, avvicinandosi alla vecchiaia, in un libro autobiografico decide di rivelare al pubblico quel suo lontano trascorso. Da qui, da parte degli uni, sconcerto, delusione e condanna, per la riprovevole contraddizione, per tanti anni tenuta nascosta; da parte di altri, sorpresa, certamente, ma anche difesa del valore di un durevole impegno politico e culturale e perfino ammirazione per un gesto coraggioso di verità, sia pure tardivo. La vicenda è degna di essere discussa in questi suoi elementi essenziali, lasciando fuori la varia cianfrusaglia scandalistica che è venuta immediatamente ad accumularsi, sulla quale purtroppo sta concentrandosi l' attenzione dei commentatori (il Papa, le possibili rivelazioni imminenti, l' operazione commerciale, ecc.). E' una vicenda dai suoi tratti tipici, che hanno a che vedere con l' essenza delle professioni intellettuali e con la sua potenziale degenerazione. Solo su questo piano merita di interessarci: non certo per formulare pretenziosi giudizi su persone o su ambienti, oltretutto così terribilmente segnati da un' esperienza come quella nazista e dal muro del silenzio che, poi, ha diviso la generazione dei padri, silenti, da quella dei figli, desiderosi di sapere; e neppure per partecipare a campagne che, come quella in corso, hanno l' aspetto di una resa di conti tra congregati, per la quale sembra non si aspettasse altro che un' occasione come questa. Prendiamo spunto, per attestarci su di essa, da una proposizione di Max Weber nella sua celebre conferenza su Il lavoro intellettuale come professione (o vocazione) che possiamo adattare così al nostro tema: «Egregi ascoltatori! Nel campo dell' attività intellettuale ha una sua 'personalità' solo chi serve puramente il proprio oggetto. Non è certo una 'personalità' colui il quale, al modo di un impresario, porta se stesso alla ribalta insieme con l' oggetto a cui dovrebbe dedicarsi». Orbene, può accadere e in effetti accade che il successo nell' attività intellettuale porti il soggetto a mettersi alla ribalta non solo insieme, ma addirittura davanti al suo oggetto. Fino a un certo momento, di un artista o, in genere, di un produttore d' opere dell' intelletto, al pubblico interessano per l' appunto queste ultime. Esse riscuotono successo o insuccesso per quello che sono e per come risuonano nello spirito di chi le riceve. La "personalità" da cui provengono non interessa o non interessa ancora in modo dominante. Ma per taluno può venire il momento, e non saprebbe dire con precisione quando lo avverte coscientemente, in cui ciò che dice e fa non vale tanto per che cosa è detto e fatto, ma per chi lo dice e fa. Questo è il momento in cui inizia a diventare un personaggio e cessa di essere la persona, atteggiandosi, per usare l' immagine di Weber, a impresario di sé medesimo. Inizia a diventare prigioniero della figura che si è o gli è cucita indosso e comincia a curare più l' immagine di se stesso che la qualità delle sue opere. Ed è un cedimento alla seduzione del favore presso il pubblico che crede in lui. Egli, per lo più inconsapevolmente, prende a considerare sé stesso l' oggetto della propria attività e ad agire come se la sua stessa esistenza fosse il capolavoro che non deve essere scalfito nella sua integrità. L' Autore si è messo o è stato messo su un piedistallo e ciò determina spesso un certo fastidioso tono saccente e moraleggiante nei confronti di coloro che stanno in basso. Ecco il narcisismo degli intellettuali che, naturalmente, non entra necessariamente in conflitto con la qualità delle loro opere; necessariamente no, ma frequentemente sì, perché la cura di sé per lo più distoglie dalla serietà del proprio lavoro. Ora, se per avventura questo Autore vive con una colpa o con una contraddizione della sua vita e ha qualcosa da farsi perdonare (cosa alquanto frequente, nel corso della vita non solo degli "Autori"), accade che, prima del fatidico momento che lo trasforma in simbolo di qualcosa, una sua pubblica confessione sarebbe possibile ma non interesserebbe a nessuno al di là della cerchia ristretta delle sue relazioni personali; dopo, interesserebbe a molti ma non sarebbe (più) possibile o, quantomeno, diventerebbe molto difficile. La posta in gioco, infatti, non è più un giudizio ed eventualmente una condanna di un singolo, magari lontano episodio della propria esistenza; è un giudizio ed eventualmente una condanna che, dal singolo episodio, si estende all' esistenza intera. Le cause della trasmutazione degenerativa, naturalmente, non stanno solo nell' Autore. Egli vi si espone talora con una certa docilità perché la figura pubblica che gli viene attribuita è lusingante e può non dispiacere. Ma stanno indubitabilmente anche nelle tentazioni dell' ambiente: c' è in giro un gran bisogno d' identificazione, non solo nel campo delle attività intellettuali ma anche, per esempio, in quello politico; occorre perciò creare un rapporto personalizzato tra gli Autori e il loro pubblico; questo spiega le esibizioni, dove pubblico e privato, attività professionale e vita quotidiana vengono mescolate per non creare distanze e alimentare fiducia. L' attività intellettuale in quanto industria, a sua volta e per i propri interessi, dà il proprio contributo con le tante iniziative (premi di ogni tipo, interviste su ogni e qualsiasi argomento, lanci pubblicitari, fotografie, ecc.) che organizza per promuovere le opere attraverso la promozione della figura degli Autori. Non è detto che, in questo, tutto sia negativo. Ma se riteniamo che vi sia un limite da non oltrepassare e che talora sia oltrepassato, le responsabilità vanno suddivise tra gli Autori, che non sanno resistere alla seduzione del successo che li trasforma in simboli, cioè in oggetti; l' industria culturale, che di simboli ha bisogno per ragioni commerciali, e un pubblico che cerca strumenti d' identificazione, in difetto di sufficienza critica. Il concorso di colpa suddivide le responsabilità particolari ma, naturalmente, non le elimina. Per chi si dedica a una professione intellettuale, quale che ne sia il genere, questa responsabilità non potrebbe in alcun modo essere minimizzata, posto che il senso critico verso la realtà e, in primo luogo verso se stessi, sia da considerare conditio sine qua non di questo genere di lavoro. Dobbiamo aspettarci che, di fronte al successo che trasforma la sua persona in simbolo, sia proprio lui quello che per primo dice: basta, chi si dedica a una professione come la mia deve essere simbolo di un bel niente; se mai solo della serietà del proprio lavoro. I ruoli simbolici - nel senso proprio della parola syn-boulomai: chiamare idealmente a raccolta per concordare su una posizione - spettano ad altri, ai capi politici o religiosi, per esempio; non a chi fa della scienza e dell' arte la ragione della propria esistenza professionale. Noi non abbiamo nessun motivo specifico per dire che nel caso Grass le cose siano andate effettivamente così. Anche se, a grandi linee, lo schema che sopra si è esposto sembra attagliarsi all' andamento dei dati di fatto, troppe e troppo varie sono le occasioni e le circostanze della vita impreviste e imprevedibili che determinano i comportamenti dell' esistenza individuale. Per questo, non andiamo oltre le considerazioni generali alle quali l' episodio ci invita. Questo, però, si può aggiungere nello specifico: la confessione di Günter Grass è un atto di onestà e di coraggio, sia pure tardivo, che merita il massimo rispetto. Sarebbe davvero un' ammirevole ma impensabile ingenuità che egli non abbia antiveduto lo strepito che avrebbe determinato e il favore che avrebbe perduto presso una parte del suo pubblico. Egli lamenta ora di essere oggetto di attacchi che mirano a distruggerlo come persona. Ma qui, guardando le cose oggettivamente, al di là delle intenzioni dei detrattori, forse si sbaglia. Il suo personaggio ne esce certo intaccato - del resto, con la sua meritoria cooperazione - ma ci è restituita una persona. E questa è la condizione d' integrità di una vita come la sua, di uno che l' ha dedicata alla professione dell' intelletto.
Günter Grass

Günter Grass

Günter Grass (Danzica 1927 - Lubecca 2015) ha raggiunto la massima notorietà con Il tamburo di latta, pubblicato nel 1959 (Feltrinelli, 1962, nuova edizione 2009). Delle sue opere successive ricordiamo: Gatto e topo (Feltrinelli, 1964, 2009), Anni di cani (Feltrinelli, 1966, 2009), Dal diario di una lumaca (Einaudi, 1974), Il Rombo (Einaudi, 1979), La Ratta (Einaudi, 1987), Il richiamo dell’ululone (Feltrinelli, 1992), È una lunga storia (Einaudi, 1998), Il mio secolo. Cento racconti (Einaudi, 1999), Il passo del gambero (Einaudi, 2002), Sbucciando la cipolla (Einaudi, 2007), Camera oscura (Einaudi, 2009), Da una Germania allaltra. Diario 1990 (Einaudi, 2012). Nel 1999 Grass ha vinto il premio Nobel per la letteratura.

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