Cosa c’entra Euldj Alì Pascià con Umberto Bossi? C’entra. Bastava leggere l’altro giorno, su ‟La Padania”, un articolo sulla decisione della Provincia di Crotone di varare un progetto per studiare Giovanni Dionigi Galeni, un calabrese di Isola Capo Rizzuto che, preso dai turchi, fu convertito a forza e diventò uno degli ammiragli del Sultano a Lepanto. Tesi del pezzo: ‟Per i calabresi Il Rinnegato è un eroe”. Perché, chiedeva il giornale leghista, non spendere piuttosto i soldi per ‟promuovere ricette tradizionali come i patati e pipi friuti e la cocuzza nataligna”? Certo, a metterla su questo piano gli studi su Hitler, Stalin, Mao o Pinochet sarebbero automaticamente ‟omaggi” ai sanguinari dittatori. Dura da sostenere. Ma il nocciolo non è questo. Al di là degli strafalcioni (il rinnegato ne combinò abbastanza senza che ci fosse bisogno di rispolverare la leggenda, per gli storici falsa, che tagliò la gola alla madre), Euldj Alì Pascià era infatti solo la ciliegina su una torta: la riscoperta dell’anti-meridionalismo. Oddio, siamo ancora lontani dai vecchi tempi. Quando Roberto Calderoli proponeva di ‟amputare la cancrena alto” piazzando le frontiere padane a Pesaro e ammoniva i vescovi ‟che i padani oltre a mantenere l’esercito di parassiti del meridione, mantengono anche loro”. Quando Mario Borghezio, alla domanda se fosse d’accordo con un manifesto leghista che denunciava un ‟complotto terrone”, rispondeva: ‟No, manca l’aggettivo "schifoso" complotto terrone”. Quando Umberto Bossi imprecava contro la sconfitta di Formentini sparando sui ‟terroni ingrati” che ‟pur di non liberare il Nord dalla schiavitù di Roma, avrebbero votato anche un pezzo di merda”. Ma certo la tregua col Sud, firmata nel 2000 da Roberto Maroni con Fini, Casini, Berlusconi nella garibaldina Teano, pare finita. Ricordate? Deciso ad avere la ‟devolution”, il Senatùr aveva dato un ordine: basta con le sparate sui ‟terroni”. Parole sobrie dei colonnelli, garbati dissensi su certi regalini clientelari strappati da qualche alleato per i suoi elettori, britannico aplomb della ‟Padania” su scandali che un tempo sarebbero stati sparati a tutta pagina, silenzio sulla scelta di Berlusconi di trovare due miliardi di euro da dare a Cuffaro a pochi mesi dalle elezioni, riottosa rassegnazione perfino all’amaro boccone dei 160 milioni dati per placare i forestali calabresi in rivolta. Finché, tra i mugugni dei duri e puri nelle osterie della Pedemontana, l’Umberto non aveva addirittura ordinato l’alleanza con Raffaele Lombardo. Alleanza che, a sentire Calderoli (il quale a Catania arrivò a chiedere scusa per le scritte ‟Forza Etna!”) avrebbe dovuto regalare valanghe di voti: ‟Se la previsione fosse del 7-8% non mi ci sarei messo”. Roberto Castelli si spingeva ad affermare che negli ultimi anni il Sud si era ‟enormemente evoluto” e dunque era logica una ‟crescita del consenso nei nostri confronti”. Il ponte sullo Stretto non era più ‟un’opera vergognosa e dispendiosa”. E Borghezio s’avventurava addirittura in un comizio a Ceppaloni. Macché: un buco nell’acqua. Commento di Lombardo: ‟Probabilmente l’accordo non è stato capito dalla gente e ha penalizzato entrambi: il Carroccio al Nord e noi al Sud”. Commento della Lega: silenzio. Pietra sopra. Con rabbia. Non bastasse, due mesi dopo arrivava la batosta del referendum sulla devolution. Bocciata ovunque, tranne nel ‟Lombardo-Veneto”, ma seppellita nel Sud da percentuali bulgare. Dato sfogo ai rancori della base, Francesco Speroni sibilò: ‟L’Italia fa schifo”. Bossi e gli altri si imposero cautela. Ma certo da allora, ad ascoltare le linee dirette a Radio Padania e a risentire i rigurgiti secessionisti, le antiche rabbie han ripreso fiato. E solo la notizia della strage sventata a Londra ha interrotto su ‟La Padania” un crescendo di segnali di ostilità dietro i quali è difficile non vedere un cambio di rotta. ‟L’aumento delle tasse lo sconterà il Settentrione, la riduzione del cuneo fiscale andrà a vantaggio del Meridione. Un doppio danno”, avverte ai primi di luglio Daniele Molgora. ‟Di federalismo non si è neppure parlato, a meno che non confondano il federalismo con l’assistenzialismo”, denuncia dopo un convegno Sandro Sandri, reduce dal fallimentare tentativo di trapiantare sezioni leghiste nel Sud, attaccando i rappresentanti del Molise e della Puglia che ‟non sono disposti a rinunciare per qualsiasi ragione ai loro privilegi”. ‟Tonino vuol tenere la Padania in coda, ma intanto promette nuove opere nel Meridione” tuona una paginata a fine mese spiegando che Di Pietro ha definito ‟priorità delle priorità” la Tav Napoli-Bari, ‟recentemente pensata di alcuni governatori ulivisti del Meridione” per ‟collegare piacevolmente con la "città do sole e do mare" ameni centri dell’entroterra campano e pugliese”. Di più: un’Alta Velocità inutile, ‟con quindici stazioni”. E via così. ‟Sgravi fiscali al Sud. Che già non paga le tasse”. ‟Prodi si fa in quattro per il Mezzogiorno”. Per non dire dei commenti: ‟Sono due i motivi per i quali al Sud l’emergenza rifiuti non cessa mai: o sono incompetenti o sono ladri. O tutti e due”. Finché, a sigillo dell’infame episodio di martedì a Napoli, il direttore del giornale leghista ha messo in ‟prima” la foto di un piatto di spaghetti con sopra una pistola. Titolone: ‟Il Nord con le imprese, il Sud con la mafia”. Commento: ‟Ci diranno che siamo i soliti. Invece, solito è un certo Sud che non ne vuole sapere di cambiar pelle e di scrollarsi di dosso la simpatia con la cultura mafiosa o camorristica che sia. A Napoli scippano un turista e la gente che fa? Invece di inseguire i malviventi, mette le mani addosso al povero cristo americano che voleva riprendersi la telecamera. Sono episodi? No, miei cari. A Napoli come a Palermo come a Reggio Calabria come a Bari c’è una larga fetta di popolazione che "tifa per i clan" e "sta con la criminalità" e "non ne vuole sapere di cambiare"‟. Ma il Sud, per dirla col Castelli di sei mesi fa, non si era ‟enormemente evoluto”? Contrordine, padani. Cosa c’è dietro la svolta? Lo scopriremo nei prossimi mesi.
Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella è inviato ed editorialista del “Corriere della Sera”. Tra i suoi libri Schei, L’Orda, Negri, froci, giudei & co. e i romanzi Il Maestro magro, La bambina, il pugile e il canguro, I misteri di via dell’Amorino. Insieme a Sergio Rizzo ha scritto, per Rizzoli, La Casta, La Deriva, Vandali e Licenziare i  padreterni. Con Feltrinelli ha pubblicato Tribù s.p.a. Foto di gruppo con Cavaliere bis (2005), Bolli, sempre bolli, fortissamente bolli (2014) e Se muore il Sud (con Sergio Rizzo, 2013; Premio Benedetto Croce 2014).

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