La vicenda quasi secolare di Porto Marghera è entrata in una fase drammatica. Se le istituzioni e le forze politiche non se ne renderanno presto conto, gli esiti potrebbero essere traumatici. Nei giorni scorsi la Dow Chemical, la multinazionale con cervello statunitense che gestisce un pezzo importante del polo chimico (quello in cui si produce il famigerato fosgene, teatro nel 2002 di un gravissimo incidente), ha annunciato che non riaprirà gli impianti dopo la pausa di agosto. A rischiare il posto sono circa 180 dipendenti diretti e altrettanti indiretti. Quasi tutti sono lavoratori giovani e molto specializzati, dei quali non è ipotizzabile il prepensionamento. Neanche la loro ricollocazione è semplicissima, poiché è l'intero comparto chimico di Marghera a perdere occupati (ora ridotti a circa 2500 sui circa 12 mila dell'intera area). Ciò che ulteriormente preoccupa, però, sono le conseguenze che la chiusura della Dow potrebbe avere sull'intero ciclo integrato del cloro (circa 500 addetti).
Dal fosgene, prodotto dal cloro che arriva dall'impianto strategico del clorosoda (Eni), la Dow ottiene il TDI (toluen di isocianato) e, come residuo, l'acido cloridrico. Quest'ultimo, incrociandosi nell'impianto della Syndial (controllata Eni) con l'etilene prodotto dall'altro impianto strategico di Marghera, il «cracking» (sempre Eni, attraverso Polimeri Europa), produce il dicloroetano necessario nella produzione di cvm e pvc. Il timore di molti è che, chiudendo la Dow, venga a mancare l'acido cloridrico, alimento oggi cruciale per tutto il ciclo.
In realtà, tutta una storia e una struttura produttiva sembrano oggi giunte alla loro estrema stagione, anche nella percezione pubblica. Qualche settimana fa, con un'iniziativa senza precedenti in Italia, il comune di Venezia ha consultato per posta i cittadini, chiedendo cosa pensassero dell'eventualità di confermare le produzioni legate al ciclo del cloro a Marghera. L'85 % dei circa 80 mila che hanno risposto ha detto che è tempo di cambiare strada. Del resto, la stessa Dow Chemical qualche mese fa, rimangiandosi vecchi impegni, ha detto che non intende investire per sostituire il pericolosissimo fosgene. Piuttosto se ne va, come oggi conferma. La Dow Chemical, insomma, continua la lunga tradizione che ha visto, a Marghera, le aziende chimiche sfruttare fino all'osso i lavoratori e l'ambiente per poi andarsene quando la situazione è diventata insostenibile. Quando, cioè, per continuare a produrre rispettando le regole a tutela di salute e ambiente bisognerebbe investire in sicurezza e in riduzione dell'impatto ambientale più di quanto si ritenga economicamente conveniente. E' la nemesi di questa chimica. E' quello che ha detto la Dow: dovremmo investire tanto da finire fuori mercato, a fronte della concorrenza che altre aziende chimiche di base operanti in altri paesi esercitano. Quindi chiudiamo.
Ora l'alternativa che si pone a istituzioni e forze politiche e sociali è tra negoziare per trascinare ancora questa situazione - in uno stillicidio di incidenti, chiusure, ricatti occupazionali - o imprimere una svolta a tutta la vicenda, scegliendo di andare oltre questa chimica. In realtà, un'altra Marghera, per così dire, è già cominciata, con lo sviluppo delle attività portuali e logistiche, con la stessa parte di chimica già evolutasi in termini più sostenibili, con le altre attività che hanno sostituito le vecchie e decotte aziende. Chiave di una vera alternativa è però la bonifica delle enormi aree inquinate e già libere o liberali dai vecchi impianti chiusi. Colpevolmente, il governo Berlusconi ha congelato le centinaia di milioni di euro che le aziende hanno versato per tali bonifiche come effetto del processo Petrolchimico. Liberare questi fondi per avviare uno dei più grandi piani di risanamento mai attuati in Europa significa imprimere quella svolta che serve a dire che un futuro produttivo e risanato, dalle grandi potenzialità anche occupazionali, non solo è possibile ma è gia, concretamente, iniziato.
Gianfranco Bettin

Gianfranco Bettin

Gianfranco Bettin è autore di diversi romanzi e saggi. Con Feltrinelli ha pubblicato, tra gli altri, Sarajevo, Maybe (1994), L’erede. Pietro Maso, una storia dal vero (1992; 2007), Nemmeno il destino (1997; 2004, da cui è stato tratto il film omonimo di Daniele Gaglianone), Nebulosa del Boomerang (2004), Gorgo. In fondo alla paura (2009). Insieme a Maurizio Dianese, ha pubblicato per Feltrinelli l’inchiesta La strage. Piazza Fontana. Verità e memoria (1999), Petrolkiller (2002) e La strage degli innocenti. Perché Piazza Fontana è senza colpevoli (2019). Con Marco Paolini ha scritto lo spettacolo teatrale Le avventure di Numero Primo e il romanzo omonimo (2017). Con Andrea Segre ha scritto il docufilm Il pianeta in mare (2019), in selezione ufficiale alla Mostra del Cinema di Venezia 2019. Il suo ultimo romanzo è Cracking (2019).

 

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