Un altro ostacolo sulla via del nuovo contingente Onu in Libano. Il regime siriano minaccia di ‟bloccare tutto il traffico” con il Libano nel caso venga deciso di dispiegare le truppe del corpo di spedizione internazionale anche lungo il confine tra i due Paesi. Un primo avvertimento l’aveva lanciato personalmente Basher Assad in un’intervista con la televisione del Dubai due giorni fa. ‟La presenza di soldati Onu presso le nostre frontiere sarà percepita come un atto ostile nei nostri confronti. Primo perché destinata a creare frizioni tra Libano e Siria. E in secondo luogo a causa delle sue conseguenze negative per la Siria”, aveva dichiarato il presidente siriano. Ieri dalle proteste si è passati a minacce concrete. ‟I siriani senz’altro chiuderanno i confini e ciò avrà conseguenze negative per le popolazioni che vivono nella regione”, ha spiegato a Helsinki il ministro degli Esteri finlandese, Erkki Tuomioja, dopo l’incontro con l’omologo siriano, Walid Moallem. Così da Damasco si torna a segnalare che è impossibile qualsiasi soluzione della crisi senza tenere conto degli interessi siriani. Dopo l’imposizione israeliana del blocco aereo e marittimo sul Libano, la Siria rappresenta per quest’ultimo l’unica via di comunicazione con il mondo. La chiusura dei confini via terra verso Tripoli e il nord, o, ancora peggio, quelli lungo la valle della Beqaa e l’autostrada per Damasco, costituirebbero una condizione insopportabile per il Paese dei Cedri. Eppure Israele insiste affinché la forza multinazionale controlli non solo le regioni a sud del fiume Litani, ma anche quelle frontaliere a nord e oriente con la Siria per impedire all’Hezbollah di rifornire i propri arsenali con missili e Katiusce iraniani. Nuove complicazioni dunque, che a Roma, Bruxelles e nei Paesi coinvolti nella costruzione della forza di pace per l’applicazione della risoluzione 1701 dell’Onu, saranno causa di ulteriori dubbi e incertezze. Il fatto è che la Siria ha sempre lasciato capire di non poter in alcun modo essere esclusa da qualsiasi intervento locale o internazionale destinato a modificare gli assetti libanesi. In tempi recenti, Damasco fece saltare gli accordi per la firma della pace tra Israele e Libano nella prima metà degli anni Ottanta. Dopo il ritiro israeliano dal Libano del sud, nel maggio Duemila, Damasco annunciò di considerare la quarantina di chilometri quadrati delle ‟fattorie di Sheeba” parte integrante del territorio libanese, sebbene fossero state parte delle alture del Golan siriane sino alla loro conquista da parte di Israele nel giugno 1967. Gli esperti Onu leggono questa mossa come un’operazione volta a facilitare il mantenimento della milizia armata dell’Hezbollah e a legittimare la sua esistenza per la ‟liberazione” del Libano. Durante l’incontro il 19 agosto a Beirut tra Elias Murr e la delegazione Onu guidata da Terje Roed-Larsen, il ministro della Difesa libanese aveva spiegato che i 7.200 soldati dell’esercito dispiegati lungo il confine con la Siria non bastano per controllare le infiltrazioni e l’arrivo delle armi per l’Hezbollah. E si era anche detto preoccupato dall’eventualità che Damasco potesse approfittare dei raid israeliani nella Beqaa per sostenere la guerriglia sciita e ‟fomentare instabilità” in Libano.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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