Abbiamo chiesto a Daniela Amaldi, professore associato di Lingua e Letteratura araba all' Università di Pisa, un ritratto critico dell' autore egiziano. Naghib Mahfuz è nato al Cairo nel 1912 da famiglia di piccola borghesia. Ha studiato all' Università del Cairo laureandosi nel 1934 con una tesi sulla filosofia della bellezza. L' esordio letterario è di quegli anni e segue la moda del tempo: tre romanzi storici ambientati in epoca faraonica. Nel 1945 inizia la fase più produttiva dello scrittore, quella realista, che lo porta rapidamente alla notorietà nel mondo arabo, tanto che riceve, l' anno seguente, il premio annuale dell' Accademia di lingua araba. Ma la sua affermazione come maggior romanziere arabo la ottiene con la pubblicazione, prima a puntate su al-Ahram, poi in tre volumi, della Trilogia, in cui narra la vita di una famiglia cairota di commercianti della piccola borghesia musulmana dal 1917 al 1942. E a questa classe sociale, da cui l' autore proviene e che andava assumendo in Egitto una particolare funzione non soltanto nell' ambito letterario, ma soprattutto in quello politico, Mahfuz ha dedicato la maggior parte delle sue opere. Infatti dalla piccola borghesia cittadina proverranno le nuove leve politiche e militari che con le loro aspirazioni daranno il via alla Rivoluzione dei Giovani Ufficiali del 1952, da cui è nato l' Egitto moderno. Gran parte delle vicende dei romanzi realisti di Mahfuz si svolgono in contesti storici importanti per la vita egiziana: la prima e la seconda guerra mondiale, la rivoluzione egiziana del 1919 e così via. Tali avvenimenti non vengono mai descritti direttamente, ma influenzano la vita quotidiana dei personaggi formandone le idee e determinandone i comportamenti. Si tratta certamente di una tecnica che lo scrittore ha tratto dalle opere dei grandi romanzieri europei che, come gran parte della classe colta araba, ha letto in traduzione o in lingua originale. Pur essendo cosciente che nell' Europa di quegli anni il realismo era stato superato da altre correnti letterarie, Mahfuz lo sceglie come lo stile più adatto a rappresentare la nuova società araba. Ma a differenza del realismo occidentale, che ha avuto come origine e come tema la grande borghesia, Mahfuz, come si è detto, dedica la propria attenzione a quella piccola, che, nonostante un certo conservatorismo culturale, è stata l' unica classe capace di rappresentare la realtà circostante. Così dall' intrecciarsi di vicende personali e di avvenimenti storici nascono numerosi romanzi e racconti in cui i veri protagonisti non sono gli individui, ma piuttosto i mutamenti, i tempi. Infatti è quasi sempre assente un eroe, mentre proprio dall' incontro o dallo scontro di numerosi personaggi si ricostruisce la vita di una famiglia o di una via o di un quartiere. E' una società in crisi, che l' autore ben conosce nei suoi risvolti positivi e negativi, ad essere raffigurata. Ma quando nel 1952, con la rivoluzione che abbatte la monarchia e sfocerà poi nell' epoca nasseriana, Mahfuz sospende la sua attività di scrittore perché la critica alla vecchia società diventa ormai inutile. Nel frattempo però continua alacremente la sua attività di scenografo. Nel 1959 riprende a scrivere, ma il rapporto con il mondo esterno è mutato. Abbandona in parte il realismo per dare più spazio all' individuo e all' introspezione. Anche l' ambientazione muta: dal Cairo, città proiettata verso la vita e verso il futuro, ad Alessandria, città decadente che appare come il teatro fatiscente di contorte vicende umane. Serpeggia sempre più un' inquietudine crescente che si va diffondendo fra gli intellettuali egiziani a seguito di una involuzione delle istituzioni democratiche. Pubblica così a puntate, su al-Ahram, I ragazzi del nostro quartiere in cui narra, in forma simbolica, la storia dell' umanità. Si tratta di uno dei suoi romanzi meno felici, a causa della staticità dei personaggi e di un simbolismo troppo ingenuo, ma che suscitò molto scalpore per il contenuto. E' una dichiarazione di fede nella scienza e nel socialismo che, sostituitisi alla religione, sono le uniche vie che l' Egitto dovrà percorrere per ottenere una società giusta.(E' da ricordare che sono di quegli anni le riforme agrarie e sociali promosse da Nasser). Nelle altre opere degli anni Sessanta, Mahfuz si concentra sull' individuo, introduce il monologo interiore come espediente letterario atto a rappresentare i risvolti dell' animo umano. Un espediente che viene usato però con discernimento: non come un flusso di idee e di sensazioni alla Joyce, ma come un coerente susseguirsi di pensieri. Quando nel giugno 1967 la guerra dei sei giorni e la sconfitta subìta ad opera di Israele travolgono l' esercito e la società egiziana, la crisi spirituale che serpeggiava da anni negli ambienti intellettuali trova una sua concretizzazione. Anche Naghib Mahfuz, come tutto il mondo arabo, viene investito da questa tragedia. Ma a differenza di altri scrittori arabi, non cessa di pubblicare; afferma che è necessario riflettere per superare la crisi individuale e generale.La società e la famiglia non sono più un caposaldo, un punto di riferimento, pur con tutte le loro pecche. L' individuo è circondato soltanto da violenza e delusioni. Così lo scrittore ritiene necessario ripiegarsi su se stessi per meditare, non tanto sulla sconfitta subìta, quanto sulla realta che la sconfitta stessa ha messo a nudo. Sul piano formale, Mahfuz reagisce abbandonando i romanzi per dedicarsi ai racconti ed al teatro da leggere. In queste opere utilizza le sue capacità di scrittore realista narrando situazioni che possono essere lette su due piani: uno realista, appunto, e uno simbolico. Le storie individuali diventano così metafore della storia egiziana. Soltanto quando la frustrazione e la depressione si saranno affievolite col passare del tempo, l' autore riprenderà a scrivere romanzi riuscendo a riorganizzare in quadri più complessi la sua visione del mondo circostante. Non ritorna certo al realismo precedente, perché la realtà viene raffigurata nelle sue sfaccettature attraverso le voci di vari personaggi (al Karnak, Il caffè degli intrighi, che in Italia sarà pubblicato dall' editore Ripostes; un altro romanzo è in corso di traduzione presso le Edizioni Il lavoro di Roma: Il ladro e i cani), o con la giustapposizione di medaglioni (al-Maraya). Il premio Nobel giunge tardivo, ma premia una delle figure più rappresentative del mondo letterario contemporaneo arabo, impegnato nel rinnovamento della società egiziana.
lla notizia del Nobel, Naghib Mahfuz ha dichiarato: E' stata una sorpresa assoluta, non sapevo nemmeno di essere tra i candidati. Intervistato dall' agenzia ufficiale egiziana, Mena, Mahfuz ha inoltre detto di essere molto felice, per sé e per la letteratura araba. Voglio ricordare in questo momento, ha aggiunto, i miei maestri, quelli che avrebbero potuto avere il premio prima di me: Taha Hussein, Abbas Al-Aqqad e Tawfik Al-Hakim. Sono le tre figure più illustri della letteratura e del pensiero egiziano contemporaneo. Mi auguro, adesso, che tutti i grandi scrittori arabi sentano questo premio come un premio dato a loro.
Nagib Mahfuz

Nagib Mahfuz

Naghib Mahfuz è nato nel 1911 al Cairo (quartiere di Gamaliyyah) dove è morto nel 2006. Considerato uno dei massimi scrittori arabi di tutti i tempi, è stato l’unico insignito del premio Nobel per la letteratura (1988). Oltre a romanzi, saggi e racconti ha scritto anche sceneggiature televisive e cinematografiche e ha lavorato a lungo come giornalista. È stato vittima, nel 1994,  di un attentato di fondamentalisti islamici. Con Feltrinelli ha pubblicato: Il nostro quartiere (1989), Vicolo del mortaio (1989), Il ladro e i cani (1990), Notti delle mille e una notte (1997), Miramar (1999) e Canto di nozze (2003).

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