Insomma, non c’era soltanto Guantanamo. La geografia degli orrori voluta dal presidente Bush per dare scacco al terrorismo internazionale prevedeva un discreto numero di prigioni segrete, gestite dalla Cia e rimediate in giro per il pianeta, in cui seppellire, interrogare (e torturare, se occorreva: ma questo Bush non lo ha detto...) i presunti complici di Al Qaeda. Adesso che s’è sbottonato perfino il signor presidente, la storia dei black sites non è più una bufala, la solita provocazione di sinistre & pacifisti, un’allucinazione di certa stampa: è solo una notizia.
Offerta da Bush agli americani con la candida supponenza di chi crede che sia davvero questo il modo migliore per sbarazzarsi di Bin Laden e dei suoi sodali.La notizia in verità è vecchia di almeno dieci mesi. Ne scrisse il Washington Post, ne parlò ABC news, lo confermarono fonti confidenziali ma ben informate all'interno della stessa Cia. La nostra Commissione d'inchiesta, a Bruxelles, è decollata a febbraio proprio per verificare, in punta di fatto, se qualcuno di codesti black sites fosse stato messo in piedi anche in Europa. Quando girai questa domanda al signor Bellinger, capo dell'ufficio legale di Condoleeza Rice, la risposta fu secca e prevedibile: «Non sono affari vostri!».
E invece sono affari nostri. La Commissione d'inchiesta è stata voluta dal Parlamento Europeo con un mandato molto chiaro: dovremo dire, nelle nostre conclusioni, se la Cia - in queste sue scorribande a caccia di terroristi - abbia agito utilizzando la copertura, la complicità o semplicemente la reticenza di governi o servizi di sicurezza europei. Nel caso più grave, per esempio aver accettato di ospitare una galera clandestina a disposizione dell’intelligence americana sul proprio territorio, la commissione potrebbe chiedere per quel governo il massimo della pena: la sospensione dal diritto di voto nel Consiglio Europeo. Una sanzione minacciata, sfiorata e poi rientrata in una sola occasione: le esternazioni del governo xenofobo di Haider in Austria.
Non sappiamo a quali conclusioni arriveremo alla fine del nostro mandato, nel gennaio del prossimo anno: sappiamo però che le richieste di collaborazione avanzate in questi anni della Cia, anche per operazioni platealmente illegali, sono state accolte spesso con lodevole obbedienza da molti governi europei. Insomma, l'italietta del generale Pollari che chiude un occhio davanti all'impresa di ventisei agenti della Cia spediti a Milano per rapire un egiziano, l'italietta del premier Berlusconi che si affanna subito a smentire e a mentire, è purtroppo in buona compagnia.
Tutto nasce da un equivoco che il presidente Bush ha ribadito nel corso del suo outing sulle prigioni segrete della Cia: siamo in guerra, ha detto. Me lo aveva ripetuto a muso duro anche Bellinger, quando volammo a Washington con la Commissione d'inchiesta: una guerra sporca, irrituale, una banda di terroristi contro il legittimo governo degli Stati Uniti d'America. Una guerra talmente irrituale che il diritto e le convenzioni internazionali sono carta straccia. Anche la Convenzione di Ginevra contro la tortura che vieta di estradare prigionieri in paesi in cui quei detenuti rischiano di subire trattamenti violenti o degradanti. Quella convenzione è obsoleta, mi disse Bellinger: se sospettiamo che un pakistano sia un sostenitore di Al Qaeda, se crediamo che abbia informazioni utili alla nostra sicurezza, lo affidiamo a chi potrà interrogarlo adeguatamente. Siriani, egiziani, giordani... Un subappalto della tortura. Gli chiesi: perché non li portate davanti a un tribunale americano? Perché non sempre i nostri sospetti sono crimini per la legge americana, spiegò Bellinger.
Le prigioni clandestine servivano allo stoccaggio dei prigionieri, prima di decidere la loro destinazione finale. Due black sites erano anche in Europa. Quando Diana Priest scrisse i nomi dei due paesi, l'editore del Washington Post venne convocato in piena notte alla Casa Bianca. Fu lo stesso Bush a spiegargli che l'articolo sui black sites doveva uscire con un paragrafo in meno: quello in cui si facevano i nomi di Polonia e Romania. Per ragioni di sicurezza. Fantasie? Paranoie della giornalista (che poi ha ricevuto il Pulitzer quei suoi articoli)? Per scrupolo a Washington cercammo un contatto con un alto dirigente della Cia, uscito dall'agenzia in polemica con la piega che avevano preso le cose. Non faremo il suo nome: basti sapere che era uno dei massimi responsabili nella strategia dell'intelligence americana contro il terrorismo islamico. Mi disse due cose: che le prigioni esistevano, almeno otto, molte delle quali ancora in funzione. La seconda cosa che mi disse riguardava l'Italia. Gli chiesi se era possibile, come sostenuto da Pollari e dal governo Berlusconi, che il rapimento di Abu Omar potesse essere stato organizzato a nostra insaputa. Il tipo mi guardò come se fossi matto, poi mi spiegò, garbatamente, che mai nessun governo degli Stati Uniti avrebbe autorizzato un'operazione illegale in un paese alleato senza avere prima il consenso formale di quel paese. E l'Italia, soprattutto negli anni di Berlusconi, era un alleato di provata fedeltà.
Insomma, sarà questo il profilo del lavoro che ci aspetta, da qui alla fine dell'anno. Capire chi ha mentito e per coprire cosa. Ascolteremo ministri, responsabili di intelligence europee, avvocati di vittime di errori giudiziari (capita anche questo, nella lotta al terrorismo), ispettori delle Nazioni Unite, giornalisti, Ong... Andremo in Polonia e in Romania, non certo con la pretesa di trovare nei governi locali la stessa disarmante sincerità del presidente Bush. Non so se alla fine la relazione che presenterò all'approvazione della Commissione e poi del Parlamento Europeo servirà davvero a mettere in riga segreti e bugie di questi cinque anni scellerati; certamente servirà a contribuire affinché ciò che è accaduto - gli abusi, le violenze, le menzogne, le scorciatoie legali - non debbano mai più ripetersi. Sarà per me e per tutti noi un successo se la prossima volta che un funzionario della Cia chiamerà un dirigente dei nostri servizi segreti per chiedere aiuto e silenzio su operazioni criminali, si sentirà rispondere da quel funzionario: non se ne parla nemmeno!
Claudio Fava

Claudio Fava

Claudio Fava (1957), giornalista e politico, ha dedicato gran parte della sua attività professionale alla denuncia della criminalità organizzata (il padre Giuseppe è stato ucciso dalla mafia) ed è autore tra l’altro di Cinque delitti imperfetti (Mondadori, 1994), Il mio nome è Caino (Baldini & Castoldi, 1997) e Quei bravi ragazzi (Sperling & Kupfer, 2007). Con Feltrinelli ha pubblicato I cento passi (2001), insieme a Marco Tullio Giordana e Monica Zapelli, e Teresa (2011).

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