‟Ma che ce ne facciamo di questa vittoria di Pirro?”, chiedono sempre più numerosi gli abitanti del Libano meridionale. Per il momento è solo l’inizio di un movimento popolare di protesta contro ‟la guerra dell’Hezbollah”. Eppure basta poco per coglierne la vastità e le implicazioni politiche. Tanto importanti e profonde, che quella che sino ad oggi è comunemente vista come la ‟sconfitta di Israele” contro la guerriglia del ‟Partito di Dio” potrebbe tra qualche mese rivelarsi l’opposto. E, anzi, diventare un vero problema per Hassan Nasrallah e il gruppo dirigente sciita libanese legato a Teheran. A guidare la protesta è per il momento l’imam di Tiro, Sayyed Ali al-Amin. Un leader religioso noto. Ha 60 anni, tra il 1982 e il 1990, fece addirittura parte della cupola composta da imam educati a Najaf, Karbala (in Iraq) e nelle scuole religiose iraniane che portò l’Hezbollah a passare da limitato movimento contro l’occupazione israeliana del Libano meridionale a punto di riferimento per l’universo sciita mondiale. Ma ora al-Amin si presenta come l’alternativa più agguerrita per i suoi vecchi compagni di strada. ‟Quella dell’Hezbollah è stata tutt’altro che una vittoria. Il nostro Paese intero ha subito perdite gigantesche, infinitamente superiori a quelle sofferte da Israele. Come si può sbandierare a destra e a manca proclamando di aver vinto e poi correre all’Onu per chiedere che Israele tolga l’embargo e si ritiri dalle nostre terre?”, ha dichiarato il 25 agosto in un’intervista al quotidiano An-Nahar. Da allora le sue parole fanno scuola. Le ripetono nelle municipalità dei villaggi più danneggiati tra il fiume Litani e il confine con Israele. Le sussurrano nei bar di Tiro, nelle moschee, nelle riunioni pubbliche. Due giorni fa un centinaio tra intellettuali, medici, ingegneri di Tiro ne hanno parlato direttamente con al-Amin durante un dibattito pubblico. ‟Perché il Libano deve pagare per tutto il mondo arabo nella guerra con Israele? E perché mai noi dovremmo subire le politiche iraniane o siriane? Cosa c’entriamo noi con l’atomica di Teheran?”, sono state le domande più polemiche. Ma c’è molto di più. Sta nascendo una sorta di lega delle municipalità contro l’Hezbollah. Persino a Bazouriye, villaggio natale di Nasrallah, il sindaco Karoon Abdel Latif, non lesina critiche al suo concittadino più noto. ‟L’Hezbollah deve cancellare la sua caratteristica di milizia armata indipendente e integrarsi nello Stato come un normale partito politico. Loro hanno scatenato la guerra con Israele e noi perdiamo le nostre case”, dice senza peli sulla lingua. A suo parere la protesta per il momento è ancora in tono minore. ‟La gente attende che l’Hezbollah paghi gli indennizzi e ricostruisca le case, come ha promesso. Ma, una volta ricevuti i soldi, nessuno avrà più motivo per tacere. Tra al massimo quattro mesi Hezbollah avrà vita difficile in questa regione”, promette. A conferma, il suo vice, Faraj Ibrahim, che è un medico chirurgo laureato a Genova, racconta che è già in atto tra Hezbollah e agenzie governative una ‟sfida senza esclusione di colpi per il controllo degli aiuti umanitari”. Tanto aspra che il 30 agosto nel vicino villaggio di Abbassyeh gli attivisti dell’Hezbollah hanno diffuso un volantino accusando il consiglio municipale locale di ‟cercare di accaparrarsi il merito della ricostruzione e il controllo sugli aiuti Onu o delle agenzie non governative straniere”. Tra i villaggi più distrutti scopri che le organizzazioni di ricostruzione possedute dall’Hezbollah segnano il passo: non riescono a mantenere le promesse. Nel nostro incontro nel suo ufficio l’imam al-Amin rincara la dose. ‟Questa guerra poteva essere benissimo evitata. Ci dicono che è stata fatta per liberare 3 cittadini libanesi dalle carceri israeliane. Io replico che mai prigioniero è costato così caro. Una follia, tutta propaganda”, spiega. Da qui anche la sua analisi del discorso pronunciato da Nasrallah due settimane fa, in cui il leader dell’Hezbollah diceva che se avesse saputo che Israele avrebbe potuto provocare ‟anche solo l’1 per cento delle attuali distruzioni”, lui si sarebbe fermato. Commenta l’imam: ‟È’ovvio che Nasrallah si sente mancare la terra sotto i piedi. Cerca di giustificarsi. Perde consensi e farfuglia le sue scuse. Sa bene che la sua è stata una vittoria di Pirro, che con il passare dei mesi il suo movimento si troverà via via isolato”.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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