Dal 1 gennaio 2007, nello Schleswig-Holstein, il Land più settentrionale della Germania, sarà vietato indossare a scuola qualsiasi simbolo religioso. Niente velo, niente croci al collo, nessun oggetto ‟ostensivo” di un credo. Il provvedimento è frutto di un accordo tra i partiti che reggono la locale Grosse Koalition, Cdu e Spd. La decisione è stata assunta a partire da una proposta iniziale, avanzata dal premier cristiano-democratico, Carstens, che prevedeva il divieto per il solo velo islamico (come già in altri Land, quali l'Assia e il Baden-Württenberg); quella proposta venne giudicata troppo unilaterale (discriminatoria) dai socialdemocratici e, dunque, trasformata in una norma a più ampio raggio, indirizzata contro ogni simbolo confessionale.
L'arcivescovo di Monaco, il cardinale Friedrich Setter, ha dichiarato: «In nome dei diritti di una minoranza viene gettata via la tradizione della maggioranza». Sullo stesso tono un editoriale della Bild-Zeitung: «Il nostro paese ha milletrecento anni di tradizione cristiana. La nostra vita, la nostra costituzione e la nostra democrazia sono profondamente ancorate a questi valori (...). Lo Schleswig-Holstein è ancora uno stato tedesco. Perché, dunque, questo doppio divieto?».
Nessuno si interroga sulla natura delle norme adottate, su come esse interpretino, o meno, l'opzione laica di un moderno stato liberale, né su come ridisegnino i confini tra sfera privata e sfera pubblica, tra libertà individuali e vincoli giuridici. Ci si chiede, piuttosto, per quale motivo ci sia finito di mezzo il cristianesimo e perché, insomma, «per interdire a loro si interdica anche a noi». Il divieto di indossare un ciondolo a forma di croce appare assurdo (ed effettivamente crediamo lo sia); quello di indossare il velo no, non viene neppure discusso.
La polemica su quell'indumento è ormai diffusa in tutto l'Occidente. E più se ne discute, più si finisce con l'assumere il significato oppressivo e svilente di quel lembo di stoffa come un assioma: come una verità talmente ovvia da non richiedere dimostrazione alcuna. È il caso di un lungo articolo, pubblicato dal Corriere della Sera mercoledì 30 agosto, in cui il poeta libanese Adonis scrive che «la moschea è l'unico luogo (...) dove esercitare appieno i propri diritti religiosi. Al di fuori di essa l'esercizio sociale o pubblico di tali diritti è un oltraggio ai valori comuni». L'autore, quando discute «l'esercizio sociale» dei diritti religiosi, fa esplicito riferimento al velo (e nessuna distinzione tra abaya, chador, niqab, burqa, haik, hijab): il cui solo significato risiederebbe, per lui, nell'essere «manifestazione (...) del sentimento del maschio-padre, che escludendo la donna esclude un nemico». E «se qualcuno obietta che la donna musulmana mette il velo in nome del diritto alla libertà religiosa - prosegue Adonis - questo diritto è preservato e rispettato finché è privato e esercitato nel contesto privato. Quando se ne esce, il diritto diventa violazione, una forma di aggressione nei confronti dell'altro, una mancanza di rispetto per le idee e i sentimenti altrui, oltre che manifestazione di disprezzo per i principi, le leggi civiche e (...) i grandi sacrifici che le hanno prodotte». Sia detto col massimo rispetto: ci sembra un discorso eccessivamente rigido; e anche ammesso che i significati veicolati dal quel simbolo siano univocamente espressione di una cultura sciovinista (interpretazione contestata da molti studiosi, altrettanto laici), ci chiediamo se un'istituzione pubblica possa farsi autorità etico-estetica per decidere dell'abbigliamento dei propri cittadini in ragione di un sistema simbolico giudicato inaccettabile. Ancor più: se un simile potere fosse ammissibile, e ancora riconducibile alle prerogative di una democrazia liberale, quali dovrebbero esserne le modalità e i limiti del suo esercizio?
Sullo stesso Corriere della Sera, sabato 2 settembre, una foto ritraeva il sindaco di Valmozzola (piccolo comune della provincia di Parma), Gabriella Olari, mentre conferiva la cittadinanza a una famiglia egiziana. La donna, moglie e madre, appare coperta da un niqab, un velo diffuso per lo più nell'area dell'Arabia Saudita, che ammanta l'intera figura, lasciando una fessura all'altezza degli occhi. Questo il commento di Magdi Allam: «La foto della prossima cittadina italiana imbacuccata da cima a fondo, è emblematica di ciò che diventerà la società italiana accordando la cittadinanza senza verificare l'adesione ai valori fondanti della nostra Costituzione e civiltà. Tra cui primeggia l'assoluta parità tra uomo e donna e quindi la condanna di qualsiasi discriminazione nei confronti della donna. Una realtà implicita nell'annullamento del corpo e nell'umiliazione della personalità femminile. È del tutto evidente che quella donna non si integrerà mai». Ma è possibile escludere che la donna in questione abbia scelto liberamente di indossare quell'indumento, senza costrizione alcuna? E se per lei rappresentasse valori ben diversi e meno mortificanti di quelli che gli attribuisce il Corriere della Sera (e, s'intende, anche noi)? E se quella donna, invece, si sentisse quotidianamente oltraggiata dalla rappresentazione pubblico-mediatica, così frequentemente sessista, che l'Occidente offre del corpo femminile (e, sempre più, di quello maschile)? E ancora: cosa vuol dire veramente la verifica dell'«adesione ai valori» fondanti la nostra società? Non è sufficiente che un cittadino non violi le leggi, non faccia del male ad alcuno, viva onestamente e nel rispetto della libertà altrui? Di quali altre garanzie e ‟prove” abbiamo bisogno? Ed è davvero così evidente l'impossibilità di quella donna a integrarsi? E se, a quella difficoltà, contribuissero i nostri pregiudizi nei confronti di un abbigliamento che non comprendiamo? Quel velo le sarà di maggior ostacolo di quanto borchie, creste e anfibi lo siano per un punkabbestia? O vogliamo vietare ogni abbigliamento che esprima rifiuto delle convenzioni? Ma soprattutto: di cosa parliamo veramente quando parliamo del velo nelle scuole, negli uffici, nelle strade delle nostre città? In altre parole: a chi è mai capitato di incontrare, in Italia, una donna col burqa o col niqab?
Luigi Manconi

Luigi Manconi

Luigi Manconi insegna Sociologia dei fenomeni politici presso l’Università IULM di Milano. È parlamentare e presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato. Tra i suoi libri recenti: Corpo e anima (Minimum fax 2016), La pena e i diritti (con G. Torrente; Carocci, 2015), Abolire il carcere (con S. Anastasia, V. Calderone, F. Resta, Chiarelettere 2015), Accogliamoli tutti (con V. Brinis; Il Saggiatore 2013), La musica è leggera (Il Saggiatore, 2012), Non sono razzista ma. La xenofobia degli italiani e gli imprenditori politici della paura (con Federica Resta; Feltrinelli, 2017). Nel 2001 ha fondato l’associazione A buon diritto.

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