Parlare di sistema economico è in realtà inesatto: l’economia non è infatti un sistema chiuso e autonomo, regolabile in base a leggi indipendenti dal diritto, dall’etica, dalla politica o dal sociale. Perciò una riflessione sull’economia ha senso soltanto quando è integrata. I problemi economici più appassionanti sono generalmente quelli di frontiera, a contatto con le discipline confinanti. Per meglio comprendere questa verità si veda l’esempio della questione ecologica, ove i processi economici si presentano naturalmente, se così si può dire, in quanto partecipi di uno scambio reciproco con l’ambiente circostante. Questo scambio ha la particolarità di non essere regolato dalle leggi atemporali della meccanica, bensì da quelle della termodinamica, e segnatamente dell’entropia. Nata da un saggio di Sadi Carnot (1824), la termodinamica stabilisce che nell’universo la quantità di energia libera (suscettibile di essere trasformata in lavoro meccanico) decresce col tempo. Si tratta dunque di una legge di evoluzione temporale, che ci rinvia alla finitezza del mondo, lasciando però indeterminato il momento in cui sopraggiungerà la ‟morte del calore”, per usare la bella espressione usata nelle prime formulazioni di questa teoria. Su impulso di Nicolas Georgescu-Roegen (1907- 1994), autore di studi pionieristici sui rapporti tra i processi economici e la fisica, numerosi ricercatori, soprattutto negli anni 70, hanno tentato di formulare, senza troppo successo, una teoria "entropica" dell’economia e della società. Di fatto, lo stesso Georgescu-Roegen non riteneva utile, e neppure auspicabile tentare di costruire una metateoria in un campo caratterizzato da incertezza così fondamentali: ‟L’evidenza millenaria della costante unidirezionalità della vita può bastare come prova della sua irreversibilità per le menti comuni, ma non per la scienza~ Nel fornire la prova, valida secondo il codice di procedura scientifica ufficiale, dell’esistenza di processi irreversibili anche nel campo della fisica, la termodinamica classica ha riconciliato lo stato della scienza col buon senso”. L’importante è comprendere come il processo economico, che non può essere autonomo, produca conseguenze irreversibili in ragione delle sue molteplici interazioni con la natura. Attingendo agli stock di risorse naturali non rinnovabili (petrolio, materie prime ecc.) noi degradiamo, o modifichiamo qualitativamente il patrimonio ambientale (terreni agricoli, acqua, risorse marittime) al quale imponiamo un ritmo di sfruttamento superiore alla sua capacità di rigenerarsi. La legge dell’entropia ci ricorda l’esistenza di una freccia del tempo, e ci avverte che stiamo agendo in modo da lasciare alle generazioni future un patrimonio naturale impoverito, e senza dubbio meno atto a soddisfare i loro bisogni di quello che noi stessi abbiamo ereditato. Ma non basta: lo sfruttamento degli stock di risorse non rinnovabili ha sganciato il ritmo economico (la crescita) dal ritmo ecologico, contribuendo così al degrado del patrimonio, e in particolare della biosfera, col rischio di suscitare cambiamenti irreversibili nell’evoluzione climatica. Il problema è di grande rilevanza, e non può avere soluzioni politiche semplici. In nome di quale principio, ad esempio, potremmo chiedere alla Cina o all’India di limitare il loro dinamismo economico per ridurre i rispettivi prelievi di risorse naturali del pianeta? Il nostro minor dinamismo non è infatti dovuto a un’autolimitazione volontaria, bensì al nostro livello di vita molto più elevato, così come alla nostra incapacità di risolvere gli squilibri economici al nostro interno. Non possiamo imporre il ritmo ecologico a chi è più povero, quando noi abbiamo potuto arricchirci per il fatto stesso di essercene liberati! Per motivi analoghi, la decrescita o la stagnazione non sarebbero una soluzione neppure all’interno dei paesi sviluppati, dato che comporterebbero sia l’accettazione delle disuguaglianze esistenti, sia al contrario l’imposizione di un regime di redistribuzione tendente a una ripartizione omogenea delle risorse: nel primo caso un insostenibile cinismo, nell’altro l’utopia totalitaria. Ma fortunatamente la nostra evoluzione non è governata solo dalla legge dell’entropia: ne esiste un’altra, meno tangibile ma altrettanto determinante, legata all’aumento della conoscenza. Lo sviluppo dell’umanità è dunque contrassegnato da due irreversibilità, una felice e l’altra nefasta: l’accumulo del sapere e del progresso tecnologico da un lato, e dall’altro il decremento degli stock di risorse non rinnovabili e la degenerazione, irreversibile anch’essa, di parte delle ricchezze ambientali. Per queste ragioni, il tempo dell’economia è inesorabilmente orientato: entropico per le risorse, e storico per le istituzioni preposte alla produzione, all’organizzazione e alla diffusione delle conoscenze. Le prospettive d’evoluzione del sistema sono in gran parte legate allo spazio lasciato libero tra questi due processi dinamici, paragonabile alla distanza che separa le due lame di una forbice. Si può quindi perseguire un livello di crescita forte quanto si vuole (col corrispondente prelievo dagli stock delle risorse), a condizione di disporre di un livello di conoscenza sufficiente ad assicurare la perennità del sistema. Ora, la natura come la conoscenza sono beni pubblici, che in quanto tali esigono l’intervento dello Stato per essere ‟prodotti” in quantità sufficiente. Perciò la sola via d’uscita dal problema della finitezza del nostro mondo sta nel tentare di mantenere divaricate le lame della forbice, investendo nell’istruzione e nella ricerca - in particolare sulle energie rinnovabili, ma anche in relazione a tutto ciò che potrebbe ridurre il contenuto energetico del nostro livello di vita, e inoltre nella tutela dell’ambiente, inventando nuovi mezzi per rallentare il processo di decremento delle risorse naturali. Ma l’ambiente - si afferma - è un bene pubblico mondiale, e non servirebbe a nulla imporsi delle costrizioni il cui solo effetto sarebbe quello di consentire agli altri di accrescere la loro potenza. C’è però un errore in questo ragionamento. Difatti la soluzione del problema ecologico, se concepita attraverso il dominio di due processi dinamici, potrebbe senz’altro rivelarsi un acceleratore della crescita. L’Unione europea, regione ricca come poche e concretamente a metà strada tra la nazione e il mondo, potrebbe aggiudicarsi un vantaggio determinante in questo campo se riuscisse a trovare la soluzione (relativa) del problema della sua dipendenza energetica, combinando una politica di approvvigionamenti meglio centralizzata col deciso sviluppo della ricerca di nuove fonti energetiche, il consolidamento della sua posizioni di punta nel nucleare e la garanzia di norme ambientali tanto intelligenti da tener conto della sua diversità.
Traduzione di Elisabetta Horvat
Jean-Paul Fitoussi

Jean-Paul Fitoussi

Jean-Paul Fitoussi (1942) è professore all’Institut d’études politiques di Parigi e presidente dell’Ofce, l’Osservatorio francese delle congiunture economiche. Fa parte del consiglio di amministrazione di Telecom e del consiglio di sorveglianza di Banca Intesa Sanpaolo e insegna all’Università Luiss. Con Feltrinelli ha pubblicato La democrazia e il mercato (2004) e La nuova ecologia politica (con Eloi Laurent; 2009). 

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