Nel dicembre del 2005 ho passato diversi giorni nel salone dell’Hotel Intercontinental di Kabul, intervistando persone di passaggio. Vi ero già stato nel 1992, cercando rifugio dai disordini seguiti alla caduta del regime comunista e dai pericoli della guerra civile. Le stanze erano senz’acqua e senza luce, e non si vedeva in giro l’ombra di una donna afgana. L’anno scorso, seduto su un sofà del salone, avevo alla mia sinistra un ex comandante Taliban, la barba lunga sino alla cintola. E alla mia destra una bellissima donna di Herat, la cui sola concessione alle regole era costituita da una sciarpa trasparente con cui si copriva il capo. Erano entrambi membri del Parlamento eletto a seguito delle elezioni del 18 settembre 2005, e seguivano sessioni di lavoro con esperti ONU per apprendere i meccanismi della vita parlamentare. La pausa del pranzo doveva permettere ai parlamentari di conoscersi meglio: era chiaro che il capo Taliban era ancora sotto shock per la presenza della collega donna. Sono oramai cinque anni da quando George W. Bush ha inneggiato alla vittoria in Afghanistan, dichiarando che il terrorismo era stato sconfitto. Dal 2001 la congerie di forze militari e di esperti di ricostruzione ha continuato a crescere. Perché, allora, l’Afghanistan si trova ancora una volta sull’orlo del collasso? Per dirla in breve, ciò che è andato storto è l’invasione dell’Iraq: il rifiuto di Washington di affrontare seriamente la questione della costruzione di uno stato afgano per concentrarsi invece su una guerra inutile. Il che ha comportato la presenza di scarse forze militari, l’allocazione di fondi insufficienti, e una mancanza di strategia e di iniziativa politica da parte della leadership occidentale e afgana. Si sono così create le premesse per la rinascita del movimento Taliban, che ora controlla un terzo del paese. Insieme ad al Qaeda, i capi Taliban moltiplicano gli sforzi per crearsi roccaforti ai confini tra Afghanistan e Pakistan. Godono dell’appoggio della fiorente industria dell’oppio, che ha seminato corruzione e anarchia, in particolare nel Sud del paese. L’enorme raccolta di papaveri viene trasformata in oppio e raffinata in eroina per l’esportazione, arrivando a coprire il 90% della produzione mondiale. Secondo il londinese The Independent, i combattenti islamici hanno temporaneamente sospeso i loro attacchi per permettere di concentrare gli sforzi sulla raccolta dei papaveri e garantire così il massimo profitto. Il comandante delle forze Nato in Afghanistan, il generale americano James Jones, ama ripetere che è la droga il problema principale, non i Taliban. Tuttavia, senza affrontare la questione dei Taliban non si riuscirà mai a risolvere il problema della droga. Nelle quattro regioni meridionali di Helmand, Kandahar, Zabul e Uruzgan, i Taliban e i loro amici mafiosi del Pakistan, dell’Iran e dell’Asia centrale impongono agli agricoltori di seminare i papaveri, in modo da estorcere finanziamenti ai trafficanti in cambio di protezione. Le forze alleate invieranno altre truppe, ma non si parla di affrontare la questione della coltivazione e raccolta di papaveri. Senza contare che ogni contingente segue una sua strategia. Gli inglesi affermano di voler passare all’offensiva, e stanno pagando un duro prezzo. Gli olandesi preferiscono seguire una strategia difensiva. La Nato sembra essere oggi una coalizione di indecisi, proprio mentre i Taliban si fanno ogni giorno più aggressivi. Alla conferenza di Madrid, il 17 maggio, il generale Jones ha esortato gli alleati a porre fine alla pletora di regole di ingaggio (se ne contano 71 diverse tra tutti i contingenti) che rendono arduo l’esercizio del comando. In tali condizioni non è possibile condurre una campagna militare efficace. L’amministrazione americana ha chiesto alla Nato di assumere un ruolo più attivo in Afghanistan in quanto, mi è stato riferito, un Donald Rumsfeld in difficoltà ha assoluto bisogno di portare a casa qualche soldato americano prima delle elezioni di novembre. Si parla di circa 3.000 dei 25.000 soldati americani impegnati nel paese, ma corrono voci che diverse migliaia in più dovrebbero tornare a casa prima di novembre. L’inizio di un ritiro americano nel bel mezzo di una offensiva talebana ha comprensibilmente fatto infuriare Karzai e il suo governo, e profondamente deluso quei milioni di afgani ancora convinti che la presenza americana significa sicurezza, aiuti internazionali, e ricostruzione. Mentre in Iraq la quasi totalità della popolazione vuole il ritiro delle truppe americane, in Afghanistan tutti sanno che la sopravvivenza dell’attuale governo è legata all’amministrazione americana e alla sua capacità di convincere il mondo a finanziare la ricostruzione. Nel Nord del Belucistan ha preso piede un movimento insurrezionale internazionale dominato da al Qaeda e dai Taliban pakistani. Comprende Taliban afgani, estremisti islamici dell’Uzbekistan, ceceni, uiguri e musulmani cinesi, oltre a bande afgane comandate da Gulbuddin Hekmatyar e Jalaluddin Haqqani, e ha mostrato di essere capace di effettuare attacchi suicidi persino a Kabul. Il problema non è tuttavia il solo Pakistan. Tutti i paesi vicini - Iran, India, Russia e le repubbliche centro-asiatiche - non gradiscono la presenza americana e finanziano propri movimenti in Afghanistan. Aspettano solo che gli Stati Uniti se ne vadano. La mancanza di sicurezza è una conseguenza diretta della scarsa presenza militare sul terreno. Non si è riusciti a tenere non solo le campagne, ma neppure le vie di comunicazione e le grandi città, impedendo così alle agenzie internazionali di svolgere il loro lavoro. Per cinque anni il Pentagono si è concentrato su al Qaeda, senza preoccupati di approntare piani coerenti per ricostruire la società civile nel paese o dar la caccia ai Taliban, considerandoli un mero problema interno afgano. Con il risultato che non vi è una chiara strategia americana neppure per trattare con il Pakistan. Il che ha profondamente frustrato la leadership afgana, e dato vita a periodici scontri verbali tra Karzai e Musharraf sugli schermi della Cnn. Per non parlare degli scarsi risultati ottenuti nella campagna contro al Qaeda, dal momento che i due uomini guida del movimento, Osama bin Laden e Ayman al-Zawahiri, sono ancora in fuga. Gli americani annunciano periodicamente di aver messo le mani sul Numero Tre della gerarchia di al Qaeda, quasi a voler dimenticare che ogni volta che ne catturano uno, un altro numero Tre prende il suo posto.
Per gentile concessione di The New York Review of Books-la Rivista dei Libri
Traduzione di Pietro Corsi
Ahmed Rashid

Ahmed Rashid

Ahmed Rashid (1948) è stato corrispondente per la “Far Eastern Economic Review”, attualmente scrive per “Daily Telegraph”, “International Herald Tribune”, “The New York Review of Books”, “Bbc Online”, “The Nation”. Suoi articoli in italiano appaiono su “Internazionale”. Compare regolarmente su canali internazionali di informazione come Cnn e Bbc. Segue i conflitti in Afghanistan da prima dell’invasione sovietica del 1979 ed è stato per lungo tempo l’unico giornalista accreditato nell’area. Feltrinelli ha pubblicato Talebani. Islam, petrolio e il Grande scontro in Asia centrale (2001, 2010), Nel cuore dell’Islam. Geopolitica e movimenti estremisti in Asia centrale (2002), Caos Asia. Il fallimento occidentale nella polveriera del mondo (2008, premio Terzani 2009) e Pericolo Pakistan (2013).

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