I morti britannici giacciono in file ordinate, all’ombra di nodosi alberi dai rami bassi che li riparano dallo spietato sole estivo. Le loro lapidi, divelte dal terreno, sono conservate una accanto all’altra lungo un muro in calce. Siamo nel Cimitero imperiale britannico di Kabul, dove sono custoditi i soldati britannici che tra il diciannovesimo e gli inizi del ventesimo secolo hanno combattuto contro gli afgani nel corso di tre guerre. Le tombe raccontano di vittorie ma anche di disastri e immani sconfitte. Il muro si va riempiendo con targhe più recenti - che commemorano i soldati spagnoli, tedeschi, lituani e di altri paesi europei: i peacekeeper della Forza internazionale di assistenza alla sicurezza di Kabul, e adesso della Nato, caduti nel tentativo di portare sicurezza in questa terra che non trova pace. I soldati britannici - circa quattromilatrecento - sono tornati, sotto gli auspici della Nato, per combattere la risorgenza talebana nella provincia meridionale di Helmand. Negli ultimi due mesi dieci di loro sono stati uccisi. Nelle ultime due settimane sono morti anche militari americani, canadesi, italiani e spagnoli. A cinque anni dall’undici settembre, le truppe occidentali in Afghanistan potrebbero essere sul punto di subire una nuova sconfitta, e gli afgani potrebbero trovarsi a dover far fronte ad un nuovo, prolungato disastro. Al cimitero potrebbe esserci bisogno di una serie infinita di lapidi. A cinque anni dal giorno in cui il presidente George W. Bush e i leader mondiali giurarono di non abbandonare mai più l’Afghanistan e di ricostruirlo come baluardo della democrazia e della modernità nel cuore del mondo musulmano, le loro promesse rimangono deluse e calpestate. Diecimila soldati britannici, canadesi ed americani sono impegnati a lottare contro i talebani, che praticamente controllano cinque province meridionali. Quest’anno oltre duemila afgani sono stati uccisi. Erano in maggioranza civili e professionisti, come insegnanti e volontari presi di mira dai talebani. Le città sono sovrappopolate e hanno poco lavoro e scarse distrazioni da offrire ai milioni di profughi che vi fanno ritorno e ai giovani smaniosi - il quarantacinque percento della popolazione ha meno di diciotto anni. A maggio, in seguito ad un incidente stradale, una folla di rivoltosi ha attraversato Kabul appiccando fuoco alle sedi delle agenzie di soccorso occidentali. L’esercito li ha respinti prima che attaccassero il palazzo del presidente Hamid Garzai. Venti persone sono rimaste uccise. Quanto è accaduto dopo l’undici settembre - la guerra in Iraq, la crisi con l’Iran, il Medioriente - ha sottratto all’Afghanistan denaro, risorse, attenzione e soldati occidentali. In mancanza di un’adeguata leadership statunitense, anche il resto del mondo ha smesso di interessarsi al paese. Eppure, la regione al confine tra Afghanistan e Pakistan resta il centro ideologico del jihadismo globale. Lì, Al Quaeda vive e prospera, e - come il mostro del film Alien - seguita a riversare continuamente nel mondo nuovi gruppi. Il fondamentalismo islamico è in crescita, e minaccia l’Afghanistan, il Pakistan e l’Asia Centrale. Per poter vincere la guerra contro il terrorismo le forze statunitensi devono garantire la sicurezza agli afgani e alle agenzie di aiuto, affinché possano ricostruire il paese. La presenza militare statunitense è invece rimasta troppo limitata e concentrata nella caccia ad Osama bin Laden. Per i primi tre anni dopo il duemilauno il segretario della Difesa Donald Rumsfeld non si è mai interessato molto all’Afghanistan e non ha permesso agli eserciti europei di estendersi ad altre città. Con la sua mancanza di interesse, Washington ha permesso al suo scaltro alleato - il presidente pakistano Pervaiz Musharraf - di fare il doppio gioco, impegnandosi ad appoggiare la guerra contro il terrore ma lasciando che i talebani prosperassero nella regione di confine, per mantenere viva la pressione su Karzai. Solo adesso - con cinque anni di ritardo - le forze occidentali al comando della Nato vengono dispiegate verso sud, nel cuore della regione dei talebani. Questi, dopo la loro sconfitta nel duemilauno, sono stati lasciati liberi di riorganizzarsi, riempire il vuoto politico e militare e fare lentamente leva sul generale senso di frustrazione per la mancata ricostruzione. L’errore più critico della comunità internazionale è stato quello di non aver ricostruito con la necessaria solerzia le infrastrutture del paese che erano state distrutte. Strade, elettricità, case e acqua sono essenziali. A cinque anni di distanza, solo un tratto della importantissima strada che si snoda per il paese come un anello è stata ricostruita. Secondo il Programma di sviluppo delle Nazioni Unite, solo il ventitrè percento degli afgani ha accesso ad acqua potabile sanata. I principali sistemi di canali e le dighe che furono costruiti per l’irrigazione negli anni sessanta, ancora aspettano di essere riparati. La mancanza di condotte d’acqua ha portato al diffondersi delle coltivazioni di papaveri da oppio - che richiedono poca acqua. L’Afghanistan è il maggior produttore mondiale di eroina, un derivato del seme di papavero. Solo il dieci percento degli afghani ha normale accesso alla corrente elettrica. Un terzo dei tre milioni di abitanti di Kabul possono usufruirne - e solo per poche ore serali - un giorno su tre. E la situazione sta peggiorando. Per supplire alla mancanza di elettricità a Kabul, il governo ha acquistato degli enormi generatori, ricevendo da parte dell’agenzia statunitense per lo Sviluppo internazionale un contributo di settanta milioni di dollari per l’acquisto di combustibile. Senza dare spiegazioni, Usaid ha poi ridotto la somma a venti milioni di dollari, e così - senza luce né riscaldamento - questo inverno sarà ancora più duro. E senza elettricità ricostruire è impossibile. La guida e la visione data da Karzai e dai ministri del suo gabinetto sono state minime. Molti di loro sono stati coinvolti in una rete di lotte interne, corruzione e traffici di droga. Frustrato, Karzai ha dovuto fare marcia indietro e adottare i metodi afgani tradizionali di governo, facendo tornare i signori della guerra con le loro milizie e revocando il programma di modernizzazione che era stato stabilito dopo il duemilauno. Negli ultimi sei mesi a Kabul si è assistito ad una feroce gara di scaricabarile, in cui comunità internazionale e leader afghani si incolpavano vicendevolmente per questi fallimenti - e per la ripresa dei talebani. Un segnale positivo è venuto dalla creazione di un comune Gruppo d’azione per la sicurezza e lo sviluppo, che comprende i principali ambasciatori e generali occidentali, Karzai, e gli uomini-chiave del suo governo preposti alla sicurezza del paese. Il gruppo deve stabilire una strategia comune, destinarvi risorse sufficienti e ripristinare la credibilità del governo e della comunità internazionale, pur continuando a lottare contro i talebani. Gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali stanno cercando adesso di rifarsi del tempo perduto e provano a porre rimedio alla negligenza e agli errori compiuti in Afghanistan negli ultimi cinque anni. Non c’è tempo per rallegrarsene, e molti afgani si domandano se questo sforzo non sia troppo poco, e non arrivi troppo tardi.
Traduzione di Marzia Porta
Ahmed Rashid

Ahmed Rashid

Ahmed Rashid (1948) è stato corrispondente per la “Far Eastern Economic Review”, attualmente scrive per “Daily Telegraph”, “International Herald Tribune”, “The New York Review of Books”, “Bbc Online”, “The Nation”. Suoi articoli in italiano appaiono su “Internazionale”. Compare regolarmente su canali internazionali di informazione come Cnn e Bbc. Segue i conflitti in Afghanistan da prima dell’invasione sovietica del 1979 ed è stato per lungo tempo l’unico giornalista accreditato nell’area. Feltrinelli ha pubblicato Talebani. Islam, petrolio e il Grande scontro in Asia centrale (2001, 2010), Nel cuore dell’Islam. Geopolitica e movimenti estremisti in Asia centrale (2002), Caos Asia. Il fallimento occidentale nella polveriera del mondo (2008, premio Terzani 2009) e Pericolo Pakistan (2013).

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