Bisogna ‟investire sul civile”, dice la viceministro degli esteri Patrizia Sentinelli, in visita a Kabul con l'obiettivo di correggere il tiro dell'intervento italiano in Afghanistan. Il punto è che l'intervento civile e quello militare appaiono inestricabili - non ultimo con i ‟team provinciali di ricostruzione”. Allo stesso tempo, la presenza di organizzazioni non governative in Afghanistan si è molto ridotta, rispetto alla fine del 2001 dopo la caduta del regime dei Taleban sloggiati dai bombardamenti Usa. Resta Emergency, che in Afghanistan c'era anche prima e si è sempre tenuta a parte. Se ne sono andati i Medici senza Frontiere, denunciando il fatto che l'intervento delle forze internazionali aveva fatto venir meno la neutralità degli umanitari. Altre ancora si sono ritirate dalle zone più rischiose e/o hanno rifiutato di lavorare all'ombra dei militari.
‟Il problema della sicurezza ha un forte impatto sulle nostre attività”, spiega Lucio Melandri, direttore di Intersos, una delle Ong italiane arrivate in Afghanistan dopo la caduta dei Taleban (‟espandendo” il suo lavoro con i profughi afghani nella provincia di frontiera del Pakistan). ‟Da subito avevamo puntato a non stare solo in città, dove di solito si concentra la presenza umanitaria, ma andare nelle zone periferiche, rurali”. Parte di questo lavoro era nel sud (le province di Kandahar e di Helmand) e nell'est del paese (Jalalabad, Kunar, Nangahar, Nouristan). Ma poi le cose sono cambiate. ‟Nel sud ad esempio stavamo scavando pozzi in villaggi rurali: significa andare 80, cento chilometri fuori città, parlare con i capi villaggio. Eravamo ben accolti, prendevamo accordi, poi tornavamo con il materiale e i tecnici: ma la seconda volta non eravamo più benvenuti, a volte eravamo accolti a colpi di fucile ancor prima di entrare nel villaggio. Cos'era successo? Che tra la prima e la seconda visita erano arrivati gli uomini dei comitati provinciali di ricostruzione, cioè dei militari in borghese. Magari erano andati a parlare di infrastrutture ma anche ad arrestare persone. E gli abitanti non hanno fatto nessuna distinzione tra i militari in veste civile e noi”, spiega Melandri. (Poi erano circolati i volantini dei Taleban, forse erano intervenuti i contractors civili della Nato mandati a sradicare i campi d'oppio , che negli ultimi tre anni è diventato la prima voce dell'economia nazionale). ‟Alla fine ci siamo ritirati da Kandahar, la sicurezza dei nostri operatori internazionali e soprattutto afghani era in pericolo”.
Continua il lavoro nella capitale Kabul e nel nord. Nella provincia di Fariab, ad esempio, Intersos si occupa di infrastrutture rurali, pozzi, scuole, e lavorano per addestrare operatori del governo locale (si chiama ‟capacity building”). Resta un contesto difficile. ‟Lo staff locale è molto importante, ci sono persone istruite e capaci che lavorano con noi da tempo e sono responsabili di parte delle attività. Spesso è essenziale che ci siano delle donne, e però è molto difficile assumere personale femminile: siamo dovuti scendere al compromesso che per assumere una donna è stato necessario dare un lavoro anche a un marito o fratello o padre. E' più facile a Kabul, dove molte giovani istruite che lavorano nei ministeri, interpreti. Ma la distanza tra Kabul, le città e le campagne resta abissale”.
E la provincia di Herat, centro della presenza italiana? ‟L'Ufficio della cooperazione italiana ci ha proposto di lavorare là, ma abbiamo rifiutato”, spiega Nino Sergi, che di Intersos è il segretario generale. E qui torniamo al punto: per le organizzazioni umanitarie è imperativo essere viste come neutrali, ‟e l'imperativo umanitario della neutralità non può essere garantito dalla presenza militare”. Intersos è tra le ong italiane che non sono contrarie a una presenza militare in Afghanistan per ‟garantire la sicurezza sul territorio”, come diceva il mandato della forza Isaf: sono le ong riunite in un coordinamento chiamato ‟Cooperazione in contesti di guerra”, e su questo sono in polemica con altre organizzazioni non governative italiane. Ma, come tutte, denunciano l'ambiguità tra intervento militare e civile. Dice Sergi: ‟La forza Isaf, cioè Nato, si è andata sostituendo all'operazione militare Enduring Freedom dell'esercito americano”. Non c'è la necessaria distinzione tra Enduring Freedom (cioè la guerra ai combattenti Taleban o al Qaeda) e la missione sotto mandato Onu, né tra i militari e i civili. E' questo il principale ostacolo al lavoro umanitario.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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