Paradossale colpo di stato, quello che in Thailandia ha messo fine al governo di Thaksin Shinawatra. Meno di ventiquattr'ore dopo aver mandato i carrarmati a prendere il palazzo del governo, ieri il generale Sonthi Boonyaratglin, capo dell'esercito, ha convocato una conferenza stampa per dire che entro due settimane i militari si faranno da parte. Il potere tornerà a un premier e un governo civile, ha detto; nel giro di un anno ci sarà una nuova costituzione che sarà sottoposta a referendum, e poi nuove elezioni. ‟Ci siamo dati due settimane”, ha insistito. La capitale thailandese ieri era calma e i commenti ‟della strada” erano favorevoli al nuovo corso.
Eppure quello avvenuto a Bangkok è un vero golpe militare, benché incruento. Nella notte tra martedì e mercoledì i generali hanno destituito il governo e insediato un ‟Comitato per la riforma politica”: formato dai capi delle forze armate e della polizia, altrove si sarebbe chiamata ‟giunta militare”. Il Comitato ha revocato la costituzione (progressista) del 1997, preso il controllo dei canali tv nazionali, dichiarato la legge marziale. Sciolto il parlamento (del resto già sospeso, in attesa di nuove elezioni), sospesa la Corte costutizionale, vietato diffondere notizie che intralciano le ‟riforme” del Comitato, vietati gli assembramenti di più di 5 persone. Vietati anche i movimenti di truppe non autorizzati: nella notte i generali golpisti avevano trattato con i (pochi) ufficiali fedeli al premier deposto, che non hanno fatto resistenze.
Da subito però i militari hanno voluto rassicurare i thailandesi, e anche la comunità internazionale. Primo, hanno fatto capire di avere l'appoggio della casa reale: la fascia gialla (colore della monarchia) al braccio dei soldati che ieri presidiavano la città, la musica composta dal sovrano (jazz) per la prima comparsa in tv della nuova giunta. Ieri sera un comunicato di palazzo reale ha confermato che i golpisti hanno l'appoggio del sovrano: ‟Per riportare la pace nel paese, il re ha nominato il generale Sondhi Boonyaratkalin capo del Consiglio per le riforme”.
Il generale ha insistito che ‟il Comitato non ha intenzione di mantenere per sé il potere e lo restituirà, sotto la monarchia costituzionale, al popolo”. I militari hanno agito, ha detto il generale Sondhi in una conferenza stampa, perché non c'era altra via d'uscita a una prolungata crisi politica, e ‟i ripetuti sforzi conciliatori perseguiti non avevano potuto restaurare la calma”.
La Thailandia, 64 milioni di abitanti, paese chiave dell'Asia sud-orientale, un'economia in rapida crescita basata sull'espansione di industria e servizi (e turismo), era in effetti in un'impasse politico. All'inizio dell'anno proteste di massa avevano costretto Thaksin Shinawatra, il ricchissimo industriale delle telecomunicazioni eletto due volte premier, a concedere elezioni anticipate. Boicottate dall'opposizione, le elezioni di aprile erano state invalidate dalla Corte suprema, lasciando il paese di fatto senza parlamento e con un premier ad interim (sempre Thaksin) che non sembrava intenzionato a farsi da parte, mentre la tensione (con i militari, l'élite e la casa reale) cresceva: il premier più votato ma anche più detestato della storia thailandese.
Il militari, ripetono i generali e i loro portavoce, hanno agito per salvare il paese. Thaksin, accusano, aveva manipolato e ‟sovvertito” le istituzioni indipendenti dello stato, messo in pericolo la democrazia, creato nel paese una divisione ‟come mai prima”.
Anche in passato i militari avevano dichiarato cose simili, quando avevano preso il potere (l'ultima volta nel 1991). Il paradosso è che questa volta il golpe ha un certo favore delle classi medie urbane. ‟Questo colpo di stato è diverso”, ha commentato ieri (alla reuter) un analista politico, Somchai Pakapatwiwat, dell'Università Thammasat di Bangkok: ‟Le altre volte era nell'interesse dei militari. Questa volta è stato un colpo preventivo necessario vista la violenta polarizzazione della società. Thaksin aveva fatto progressi economici a spese della democrazia”.
La polarizzazione della società è il dato di fondo e allarmante. Era stato evidente anche alle ultime elezioni: boicottate in massa nelle grandi aree urbane e nel sud, mentre le province rurali del nord e est avevano votato massicce per Thaksin. Una profonda frattura sociale tra la Thailandia rurale (il 70% della popolazione), ancorata alla politica dei notabili, e quella urbana, che accusa il premier di accentramento, violazioni dei diritti umani (la ‟lotta alla droga”, nel 2003-2004, ha fatto 2.500 persone uccise sommariamente dalla polizia); aveva suscitato proteste la repressione feroce dei separatisti nelle province musulmane del sud, che ha acutizzato la crisi (proprio il generale Sonthi aveva chiesto di intavolare il dialogo con i ribelli, ma Thaksin si era opposto). E poi la corruzione: a scatenare la crisi era stata, in gennaio, la vendita della quota di famiglia del colosso delle telecomunicazioni Shin Corp, per di più senza pagare le dovute tasse, con una manovra che ha dato il controllo dell'azienda a un gruppo straniero. Thaksin, industriale e miliardario, non aveva più il sostegno di Bangkok anche se la sua politica business-friendly ha arricchito molti imprenditori. Mentre conserva il favore del mondo rurale, dove i suoi programmi antipovertà non hanno creato una ‟economia sostenibile” dei villaggi, come proclamavano, ma hanno portato soldi - in modo clientelare ma pur sempre soldi distribuiti ai notabili locali, alimentando favori e voto di scambio. Anche per questo nessuno dubitava che le prossime elezioni gli avrebbero ridato la vittoria.
Ora Thaksin è tramontato. L'altra notte ha rinunciato al suo intervento all'Assemblea generale dell'Onu, ieri è volato a Londra dove vive una figlia (il governo britannico si è affrettato a precisare che è una visita privata, nessuno chiede il reinsediamento del premier deposto). Il mondo ha condannato il colpo di stato, come è ovvio, ma in termini davvero tiepidi. ‟E' una pratica da non incoraggiare” ha detto il segretario dell'Onu Kofi Annan; ‟auspichiamo un rapido ritorno del potere ai civili” dice Washington.
Ora gli insider parlano dei probabili dirigenti della transizione. I nomi saranno importanti, scrive il quotidiano The Nation, che ieri ha fatto un sito internet speciale (Coup update, aggiornamento sul golpe). ‟Proclamano di averlo fatto in nome della democrazia. ... ora i golpisti devono provare le loro intenzioni”, scrive in un editoriale. ‟L'uso della forza, invece di elezioni libere e corrette, per cambiare un governo non può essere condonato in una società democratica”; i golpisti, conclude, ‟devono restaurare la fiducia sia dei thailandesi, sia della comunità internazionale e degli investitori”.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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