Ci sono due modi per vivere in Siria. Credere ciecamente al regime. Oppure non crederci, ma tacere e obbedire. ‟Perché chi sceglie la terza via, quella della protesta e della denuncia, è perduto. Nella migliore delle ipotesi, resta disoccupato e deve convivere con le minacce dalla polizia segreta. Nella peggiore, finisce in cella. Il solo reato di opinione può costare 15 anni di carcere duro”, spiega Hussein Oudat, un intellettuale che le regole non scritte imposte dal partito Baath le conosce dall’interno. Oudat negli anni ‘50 e ‘60 è stato tra i massimi dirigenti del partito e compagno dell’ex presidente Hafez al Assad. Nel 1967 fu il direttore-fondatore dell’agenzia di stampa ufficiale Sana. Ma già nel ‘70 fu licenziato in tronco per ordine dell’allora neopresidente. ‟Ero caduto in disgrazia. Da allora ho dovuto convivere con gli alti e bassi dei miei protettori nei ministeri. Ho fondato una casa editrice. Ma larga parte dei miei libri sono stati censurati. Scrivevo sui giornali locali. Ma poi ho potuto farlo, con grande difficoltà, solo su quelli libanesi o su pubblicazioni in lingua araba all’estero. E a me è andata bene. Solo qualche settimana di carcere. Tanti altri sono spariti nel nulla”, racconta. Una situazione poco conosciuta quella dei diritti civili e della libertà di stampa in Siria. ‟Per i giornalisti locali il tema è tabù. E voi occidentali siete troppo preoccupati di ottenere il visto di ingresso e qualche intervista con gli alti dirigenti della dittatura per investigare la repressione interna”, accusa dura Razan Zaitouneh, avvocatessa di 29 anni che dirige il semiclandestino ‟Centro studi per i diritti umani” di Damasco. Un esempio tipico della mancanza di libero dibattito interno è il modo in cui il Paese segue l’evoluzione dell’inchiesta Onu sull’assassinio di Rafiq Hariri a Beirut il 14 febbraio 2005. I media pubblicano senza una parola di commento le dichiarazioni del governo. ‟Siamo felici che il capo della commissione d’inchiesta Onu, Serge Brammertz, abbia espresso soddisfazione per la cooperazione siriana. Tanto è ovvio che la Siria non ha avuto alcun ruolo nella morte di Hariri”, replica secco il ministro dell’Informazione Mohsen Bilal. Gli unici a metterlo in dubbio sono i dissidenti perseguitati. Ma su di loro non esce neppure una riga sui giornali. ‟Ci sono ancora da capire tante cose. Il suicidio o forse omicidio dell’ex ministro degli Interni, Ghazi Kanan. Le accuse al regime di aver commissionato la morte di Hariri da parte dell’ex vicepresidente Abdel Halim Kaddam e di alcuni ex agenti dei servizi segreti siriani all’estero. Se censurano i miei film è ovvio che sono pronti a fare molto di peggio perché non si discuta della morte di Hariri”, commenta Omar Amiralay, regista 62enne che produce lungometraggi per il programma francese Arte. Ha il divieto di viaggiare all’estero da quando il suo ultimo filmato Il diluvio sul Paese del Baath (una parodia del sistema educativo dittatoriale) è andato in onda in Francia. È il fallimento delle speranze sollevate nel 2000 con la ‟primavera di Damasco” seguita alla morte di Hafez e l’ascesa al potere di Bashar. Da allora decine di intellettuali sono stati incarcerati, minacciati. È il caso dei firmatari dei due manifesti più noti: la ‟Dichiarazione di Damasco” del 16 ottobre 2005, e quella ‟Beirut-Damasco” quattro mesi fa. Entrambi inneggiano alla liberalizzazione interna e alla necessità che il governo baathista rinunci una volta per sempre al sogno della ‟grande Siria”. ‟Oggi non ci sono i quasi 20.000 desaparecidos che ci furono negli anni ‘80 e ‘90. I casi di prigionieri politici spariti sono pochi. Ma ne registriamo oltre 3.000 in carcere. Dopo l’attentato contro l’ambasciata Usa a Damasco il 12 settembre sono stati arrestati decine di fondamentalisti islamici nel quartiere di Al Tell. Forse tra due anni conosceremo le loro identità”, accusa la Zaitouneh. L’analisi che va per la maggiore negli ambienti della dissidenza è che Bashar abbia rinunciato al controllo sul governo. ‟Ha perso il treno. Non è fatto per questo lavoro. Più volte Bashar ha detto ai suoi collaboratori che è stanco, vorrebbe lasciare. Il fratello più giovane, Maher, mira al suo posto e sarebbe peggio per tutti. La guida del Paese resta invece in mano ai duri della lobby alauita e ai politici legati al vicepresidente Faruq al Hashara”, rivelano fonti diplomatiche occidentali. Le conseguenze immediate sono il fiorire della corruzione, l’omertà e lo stato penoso dei servizi pubblici. Basta una visita all’Università di Damasco per rendersene conto. ‟Le tasse universitarie sono praticamente nulle. Ma chi vuole essere certo della promozione paga una tassa speciale chiamata "insegnamento parallelo" di 2.000 dollari annuali e non deve più preoccuparsi degli esami”, rivelano gli studenti di economia e ingegneria. E per evitare i 21 mesi di leva versi 10.000 dollari e sei a posto.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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