Sullo sfondo s’intravedono i minareti del mausoleo di Khomeini. File di autobus scaricano uomini e donne vestiti di nero all’entrata di Beheshte Zarah, il cimitero dei martiri di guerra. In questa "Settimana della Sacra Difesa", in cui gli iraniani commemorano otto anni di guerra contro l’Iraq, il cimitero è affollato di madri e di padri che piangono i figli, morti nella prima gioventù. ‟Ci portavano qui con la scuola almeno una volta la settimana, per assistere ai funerali dei martiri” dice la mia accompagnatrice. ‟La maestra ci diceva di sdraiarci nelle fosse appena scavate per immaginare anche noi la gioia del martirio. A quindici anni io ero pronta a partire per il fronte. Mia madre, che era italiana, era disperata”. ‟Settimana della legittima difesa, della gloria e dell’umiliazione dell’arroganza globale”: così l’ha ribattezzata quest’anno Ahmadinejad. Il riferimento è alla richiesta che l’Iran sospenda l’arricchimento dell’uranio. ‟Non rinunceremo nemmeno per un giorno”, dice. Il presidente è convinto che l’Occidente chieda la sospensione dell’arricchimento dell’uranio perché vuole infliggere all’Iran una sconfitta simbolica: ‟Vogliono usare la sospensione per ragioni di propaganda, per far vedere al mondo che hanno costretto l’Iran a piegarsi”.
Sulla tomba di un ragazzo di 19 anni un padre accarezza la lapide, prega, poi batte con le nocche sulla pietra, per chiedere al figlio di risvegliarsi. È un ammiratore di Ahmadinejad. ‟L’anno scorso avevo fatto un nasr, un voto, perché vincesse le elezioni. In famiglia mi dicevano che sbagliavo, ma i fatti mi hanno dato ragione. Ha ridato dignità agli iraniani. Purtroppo su tante cose lo boicottano. Sui prezzi per esempio: aveva ordinato che scendessero e invece sono saliti”.
Saddam invase l’Iran nel settembre 1980. Dopo due anni le truppe irachene furono ricacciate, e sull’onda del successo Khomeini decise di continuare ad oltranza per rovesciare Saddam. L’Occidente rifornì Saddam di armi di ogni tipo, incluso quelle chimiche, e dopo sei anni e un milione di morti Khomeini accettò l’armistizio. Il dilemma di Khomeini allora è simile a quello con cui gli iraniani si confrontano oggi: accettare il compromesso con l’Occidente e sospendere, almeno temporaneamente, l’arricchimento dell’uranio; o sopportare i danni dell’isolamento internazionale?
Moderati e falchi all’interno del gruppo di potere sono divisi. Il partito dei militari che hanno portato al potere Ahmadinejad è incline a mantenere aperto il conflitto con l’Occidente, fidando che resterà a livelli bassi perché l’America non può aprire un altro fronte. Un esponente dei pasdaran, Mohsen Resai, ha accusato Rafsanjani (che anche oggi fa parte della minoranza incline a trovare un compromesso) di essere stato lui a convincere l’Imam a ‟bere il calice di veleno”. Ma Rafsanjani ha pubblicato due lettere compromettenti e finora segrete. Una in cui Khomeini scrisse che ‟non è possibile combattere contro tutto il mondo e allo stesso tempo far progredire il paese” e che il progresso della nazione doveva prevalere su tutto. E l’altra, inviata a Khomeini dallo stesso Mohsen Resai, in cui l’allora capo dei pasdaran denunciava una enorme carenza di armi e proponeva di procurarsi entro cinque anni armi nucleari in modo da passare ‟dalla difesa all’attacco”. La parola nucleare è stata sostituita da puntini nei giornali iraniani. Colpito sul vivo Ahmadinejad ha risposto attaccando Rafsanjiani: ‟C’è qualcuno nel Paese che vuole essere dolce con i nemici e amareggiare il popolo parlando di questioni che non riguardano la realtà di oggi”.
Ahmadinejad ha cercato di prevenire l’isolamento internazionale. In nome del riequilibrio del potere della superpotenza globale e di una giustizia redistributiva delle risorse del mondo è riuscito a formare un blocco antiamericano coerente, in cui le dicotomie tra laico e religioso, destra e sinistra passano in secondo piano. Tra le diseredate masse arabe è diventato una star. Il presidente sa d’istinto che il messaggio che fa presa è che l’Occidente ha invaso le loro terre e saccheggiato le loro ricchezze. ‟Oggi chiunque sfidi l’Occidente ottiene consensi nel mondo arabo e nel terzo mondo” dice Mohammad Reza Khatami, ex deputato e capo del principale partito riformatore Musharekat. Secondo lui ‟la stella dei radicali è però già in declino”. La situazione economica del paese è pesante come se le sanzioni fossero già in atto, e solo il flusso di petrodollari, che Ahmadinejad distribuisce a pioggia soprattutto ai militari, impedisce di percepirla nella sua gravità. ‟I radicali devono cedere perché se non cedono perderanno la partita. I pasdaran e i basiji, che costituiscono l’80 per cento delle loro forze, sono parte della popolazione. Quando risentiranno anche loro del disastro economico che il governo sta provocando voteranno diversamente dalla volta scorsa”. Lo stesso leader Khamenei ha ammonito lunedì Ahmadinejad a risolvere il problema dell’inflazione (intorno al 20%). Ma il regime non farà un passo indietro se non gli viene consentito di salvare la faccia, dice Reza Khatami. ‟Altrimenti, i radicali sono capaci di andare avanti a lungo e danneggiare sempre di più l’Iran e il resto del mondo”. L’Iran non sta affatto muovendosi rapidamente nell’espandere le operazioni di arricchimento dell’uranio. Anzi, sembra che gli esperti incontrino difficoltà considerevoli nell’impedire il surriscaldamento delle centrifughe. ‟Ci sono molti modi per permettere ad entrambe le parti di non perdere la faccia, dice Khatami. Bisogna rassicurare il mondo sull’uso pacifico del nucleare, cosa possibile, perché Natanz e Isfahan sono sotto il controllo dell’Aiea. Anche se qualcuno volesse davvero costruire la bomba, lo farebbe in segreto, nulla a che vedere con l’arricchimento dell’uranio”. La sola soluzione per Reza Khatami è fare tutti un passo indietro. Il leader Khamenei gioca per ora su due tavoli e nessuno sa quale delle due opzioni abbia scelto.
Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini è inviata de “la Repubblica”, di cui è stata corrispondente dalla Germania negli anni della caduta del Muro. Ha seguito le Guerre balcaniche, lavorato in diversi paesi e, dal 1997, soprattutto in Iran. Nel 1973 era stata una delle fondatrici di “Effe”, il primo giornale femminista italiano. Tra i suoi libri Quarant’anni in faccia (Rizzoli, 1982), Piccolo viaggio nell’anima tedesca (con Francesca Predazzi, 2004; nuova edizione in Ue: 2014), Rosa è il colore della Persia. Il sogno perduto di una democrazia islamica (Feltrinelli, 2006), Al di qua del muro. Berlino 1989 (Feltrinelli, 2010), L’amore a settant’anni (Feltrinelli, 2012) e Suonare il rock a Teheran (con Benedetta Gentile; Feltrinelli Kids, 2014).

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