Secondo l'autopsia Ignacio Villareal era già morto quando è stato investito dalla Bmw. In realtà è stato Ignacio, o piuttosto il suo cadavere, a investire l'automobile. E, come avrebbero rivelato più tardi le indagini, non era la prima volta che Ignacio si buttava sotto una macchina. Da vivo lo aveva fatto almeno quattordici volte, dato che essere vittima di incidenti stradali era il suo lavoro. Quello che forse non avrebbe mai immaginato era che i suoi complici lo avrebbero fatto lavorare anche da morto.
Il fatto è avvenuto in una strada centrale di Città del Messico il 17 agosto. Rúben Martínez, un ingegnere idraulico colombiano ha dichiarato alla polizia che guidava a meno di cinquanta chilometri all'ora perché stava per fermarsi. All'improvviso ha sentito il colpo e ha frenato bruscamente, riuscendo a scorgere l'ombra di quel corpo che cadeva davanti alla macchina.
È subito sceso per andare a soccorrere il ferito, ma un gruppo di persone lo ha circondato. Un ometto basso ha detto di essere il fratello della vittima. Rúben gli ha spiegato che non aveva visto niente e si è offerto di portarlo all'ospedale. Quel grasso piccoletto gli ha detto che era meglio sistemare le cose lì, che si sarebbe occupato lui del fratello. Rúben ha guardato quel volto rotondo e i piccoli occhi da roditore, e ha avuto l'impressione di avere un déjà-vu.
Due anni prima, a Bogotá, aveva investito un uomo e quello stesso ometto aveva detto di essere il fratello del ferito e aveva preteso dei soldi in cambio della promessa di non denunciarlo alla polizia. Gli aveva anche spiegato tutta la trafila, il tempo che avrebbe perso passando per vie legali e perfino la cifra esatta che avrebbe dovuto sborsare se fossero finiti in tribunale. Alla fine Rúben aveva accettato di pagare e si erano lasciati come due buoni amici. Dall'asfalto, il ferito, che ancora si torceva dal dolore, era riuscito a salutarlo con la mano.
"Voglio vedere suo fratello".
"Le dico che me ne occupo io...".
Rúben lo ha allontanato e si è fatto strada fino al ferito: il corpo era lì immobile, con gli occhi persi nel vuoto.
"Mio Dio! Quest'uomo sta male, bisogna portarlo all'ospedale". Due uomini hanno allontanato Rúben dal cadavere e il fratello ha insistito che era meglio per lui mettersi d'accordo con loro e andarsene da lì prima dell'arrivo della polizia.
"Voglio evitarle dei problemi, dottore", ha assicurato in tono cordiale. "Mio fratello ha la testa dura e si rimetterà".
"Ma che sta dicendo?", ha replicato Rúben irritato. "Quell'uomo è morto, vado a chiamare la polizia".
Un gruppo di curiosi si era fermato a pochi metri e osservava la scena; Rúben disperato si è avvicinato a una donna di mezza età e le ha chiesto il numero della polizia.
"Non ce l'ho", ha detto lei, e poi indicando un'edicola ha aggiunto: "Lo può trovare lì". Rúben si è incamminato verso l'edicola e in quel momento gli uomini che erano intorno al corpo sono scappati lasciando solo il piccoletto, che ha raggiunto Rúben e l'ha afferrato per il braccio. "Non le chiedo molto, dottore".
"Io la conosco", ha detto Rúben mettendosi di fronte a lui. "A Bogotá, ricorda?".
L'ometto ha aperto la bocca con lo sguardo fisso su Rúben, il volto sbiancato. "Merda!", ha gridato prima di scappare nella stessa direzione dei suoi complici.
Ignacio Villareal aveva trentasette anni ed era lo stesso uomo che Rúben Martínez aveva investito all'inizio del 2004 in Colombia. In quell’‟incidente” si era rotto tre costole e Rúben gli aveva dato duecentocinquanta dollari. Alcuni mesi e molte ossa rotte dopo si era trasferito in Messico con il fratello, il suo "manager", perché avevano sentito che "lì essere investiti era pagato meglio".
Il fratello, che è stato catturato quella stessa notte, ha confessato alla polizia messicana che Ignacio soffriva di cuore fin da bambino e che, quando lo aveva trovato morto, aveva deciso di usare il suo corpo per estorcere denaro a qualcuno. Voleva pagargli un buon funerale perché "in fin dei conti farsi ammazzare è stato l'unico lavoro che Ignacio aveva trovato".
In vari paesi dell'America Latina il settore degli "investiti" sta crescendo in modo drammatico; centinaia di persone povere e senza lavoro decidono che buttarsi sotto un'auto di lusso può cambiare la loro sorte. In Colombia, per esempio, ferire un pedone può costare all'autista fino a duecentomila dollari.
Per molti arrivare a un accordo con la vittima o con i suoi parenti è un sollievo. Le bande sono ben organizzate e tra i complici ci sono esperti di medicina legale, avvocati, gruppi di testimoni, parenti stretti della vittima, e certe volte la polizia stradale.
In alcune zone di Bogotá e di altre grandi città otto incidenti stradali su dieci sono una messa in scena. Anche se c'erano già dei sospetti, il caso di Ignacio Villareal risulta essere il primo in cui un cadavere è usato come "vittima".
Nella macabra logica di questa attività i vantaggi di un morto sono evidenti: il panico del conducente può far raddoppiare il prezzo dell'‟accordo amichevole” rispetto a quello per un ferito. Inoltre i morti sono docili e leali, non temono gli incidenti e, soprattutto, non si deve dividere con loro il bottino.
Efraim Medina Reyes

Efraim Medina Reyes

Efraim Medina Reyes è nato nel 1967 a Cartagena e vive tra la Colombia e l’Italia. Nel 1995 ha vinto il Premio nazionale per il racconto con la raccolta Cinema Albero (Fusi orari). Ha diretto tre film e scrive per il teatro. È uno dei tre membri della 7 Torpes Band.
Con Feltrinelli ha pubblicato: C’era una volta l’amore ma ho dovuto ammazzarlo (2002), Tecniche di masturbazione tra Batman e Robin (2004) e La sessualità della Pantera rosa (2006) e Quello che ancora non sai del Pesce Ghiaccio (2013).

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