Il caso della Banca Lombarda di Brescia rappresenta qualcosa di più di una storia di ordinaria finanza. Questo istituto di credito, fondato sul finire dell’Ottocento dall’avvocato Giuseppe Tovini, lo stesso che, poco dopo, darà il via al Banco Ambrosiano, è considerato la preda ideale per una grande banca estera che voglia insediarsi nell’Italia più ricca. Ha un totale di attività di 40 miliardi, un patrimonio netto di 2,6 miliardi, discreti coefficienti (6,7 di tier 1), buonissima efficienza con costi operativi pari al 52% dei ricavi, sofferenze inesistenti (0,8% degli impieghi), una rete di 789 sportelli. E non parliamo della compagine azionaria, che è guidata da un sindacato con il 47% dei voti ma composto da 305 soggetti diversi. Certo, la Lombarda è già un po’ cara. Il titolo ha guadagnato il 50% in un anno e oggi la banca capitalizza 2,3 volte il patrimonio e 20 volte gli utili previsti per il 2006. Ma potrebbe guadagnare di più se, pur avendo un’ottima piattaforma tecnologica, dà un ritorno del 14% sul capitale quando le consorelle migliori viaggiano verso il 20%. E poi, alla fine, l’attuale valore di Borsa della Lombarda, pari a 6 miliardi, rappresenta gli utili di uno o due anni per una grande banca europea. Eppure, nessuno da Parigi, Madrid, Francoforte o Londra si è ancora azzardato a lanciare un’opa e tutti sembrano aspettare di vedere come vanno a finire i colloqui tra i massimi esponenti della Lombarda e delle Banche Popolari Unite di Bergamo. È per questo che il caso Lombarda è interessante per il sistema. Un’opa sulla Lombarda avrebbe molte probabilità di essere considerata ostile dal consiglio di amministrazione bresciano. Con Mario Draghi governatore, la Banca d’Italia ha liberalizzato il mercato dei diritti di proprietà nel settore del credito. Ma gli spagnoli, che la Lombarda l’han guardata davvero, si chiedono se il primo che si muove non sia destinato, alla fine, a scuotere l’albero così da far avere i frutti a chi arrivasse in seconda battuta indossando l’armatura del cavaliere bianco. È già accaduto con Bnl. La Lombarda, pur essendo radicata in provincia, è collegata al grande potere economico. Dal 1982 esprime Giovanni Bazoli alla presidenza di Banca Intesa, dove detiene una partecipazione non enorme ma da sempre al centro del patto di sindacato. Dopo l’accordo con il SanPaolo Imi e il superamento (così si dice) dei vecchi accordi parasociali, la stabilità della presidenza della prima banca italiana non può più venir insidiata da quanto potrebbe accadere a Brescia. Ma proprio per questo Bazoli può rappresentare per Brescia uno scudo, informale ma più forte di prima. Ed è per questo che, accertata l’impossibilità di accordi con il Credem e alcune ex casse di risparmio, sono fioriti i colloqui con Bergamo, dove il presidente di San Paolo-Intesa ha antichi rapporti. Che gli stessi colloqui vadano a buon fine, però, non è automatico. È infatti assai difficile costruire l’aggregazione fra pari di cui si parla. Bpu è più grande (4,7 miliardi di patrimonio, 7,5 miliardi di capitalizzazione di Borsa) e assai meno cara (l’azione paga 12 volte gli utili attesi quest’anno e 1,6 volte il patrimonio netto). Ma non è questo il punto principale. La difficoltà vera è maritare una società per azioni con una popolare dove, com’è noto, si vota per testa e non per partecipazione al capitale. E poiché Bpu non intende trasformarsi in spa, Bpu dovrebbe comprare la Lombarda che si troverebbe così all’interno di un gruppo non contendibile dove toccherebbe alla governance dualistica assicurare equilibrate rappresentanze. Ma se di vendere si tratta, allora un ruolo centrale - di garanzia per tutti gli azionisti nella nuova era Draghi - lo dovrà avere il consiglio di amministrazione.
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Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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