Un’ombra copre le vicende italiane da quando Silvio Berlusconi, inviando una cassetta pre-registrata alle reti televisive (una cassetta, non la persona, come si fa con gli ostaggi) è ‟sceso in campo”, ovvero ha iniziato la sua carriera politica.
È scattata in quel momento per l’Italia la grande trappola del conflitto di interessi, che funziona così: io controllo tutti, persino me stesso, dal momento che sono io ad autorizzare ciò che mi riguarda e che mi interessa (per esempio la concessione di frequenze pubbliche per le mie televisioni private, e la approvazione di una legge a beneficio esclusivo delle mie televisioni private).
Ma nessuno controlla me. Perché, da privato immensamente ricco so come vivere blindato nelle scatole cinesi. E da Capo del governo e di una vasta coalizione di maggioranza che guido di persona fino all’ultimo deputato e fino all’ultimo burocrate, posso controllare chi voglio, come voglio. E poiché il mio particolare conflitto di interessi mi consente di governare in persona tutto il mondo della comunicazione italiana, pubblico e privato, i risultati dei controlli (dello spiare) ordinati da me o da interposto dipendente, potranno essere pubblicati come ‟notizia”, anzi come ‟scoop”, dove e quando voglio. Per esempio nel corso di una campagna elettorale. Per esempio quando quella campagna elettorale sta per concludersi e io sono in svantaggio.
È ciò che è accaduto, durante il governo Berlusconi, contro il leader della opposizione Romano Prodi e la sua famiglia. È ciò che è accaduto con il progetto di ‟disarticolare e colpire” giudici e pubblici ministeri che si ostinano a dichiarare la propria indipendenza e mostrano di non avere capito. È ciò che era accaduto, con la montatura della falsa indagine Telekom Serbia.
Come dimostrano le notizie di questi giorni, Berlusconi ha perso le elezioni, ma l’ombra della sua interferenza privata in tanti settori, compresi i più delicati, della vita pubblica italiana c’è ancora.
Per questo sembra urgente, a molti cittadini, a questo giornale e a chi scrive, la istituzione di una Commissione Parlamentare d’Inchiesta che si assuma la responsabilità di portare un minimo di risposte logiche e razionali, di spiegazioni e di rivelazioni su ciò che è davvero avvenuto, con certi ministri, certi burocrati e certi organi di informazione dipendenti o compiacenti o succubi, che si sono prestati al gioco con cui Berlusconi ha tentato di alterare in profondo la vita democratica italiana. L’intento non è politico o partitico. È il ripristino della Costituzione. Per questo tocca al Parlamento.
La domanda tormenta gli analisti internazionali da quando Berlusconi è ‟entrato in campo”. Che destra è la destra italiana? Non può essere una destra di mercato, perché la guida un monopolista che ha il controllo di tutta la parte privata della televisione italiana e di buona parte dell’editoria. Non una destra liberale, dal momento che Berlusconi è inventore, fondatore, proprietario e capo di un partito nel quale non vi sono neppure spunti apparenti o marginali di democrazia. Tutto è deciso al vertice, ciascuno è nominato, non vi sono congressi né organi di base, né percorsi dalla base al vertice. Si può solo piacere o dispiacere al capo. Non una destra liberista, visto che Berlusconi, da solo, controlla prezzi e distribuzione di buona parte della pubblicità italiana (che è il pezzo forte del suo impero privato) e si guarda bene dall’allentare il controllo su ciò che possiede.
Non una destra competitiva e meritocratica, dal momento che Berlusconi occupa le frequenze già assegnate a un altro impresario di televisione e muove e promuove solo coloro che appartengono alla sua corte.
E non è una destra tollerante, e infatti tutti ricordano la lista delle persone da lui personalmente licenziate, nonostante il prestigio, il valore, la fama. Uno di loro, Enzo Biagi, ha appena pubblicato un libro intitolato ‟Quello che non si doveva dire”. Leggetelo e fate una piccola prova. Aprite a caso e dite se ciò che viene narrato è ‟fazioso” o se è semplicemente vero. Se lo è, la domanda ‟che destra è?” resta e diventa più allarmante.
Una di loro, Sabina Guzzanti, sulla sua cacciata dalla Tv di Stato, ha fatto un film, ‟Viva Zapatero”. Se ne avete occasione, tornate a dargli un’occhiata. E poi decidete: ma certe cose sono accadute davvero?
I lettori de l’Unità hanno vissuto la strana e misteriosa storia dell’Italia di Berlusconi in tempo reale e in due modi: ciò che di giorno in giorno leggevano sul nostro giornale. E le minacce personali, violente e senza quartiere che il governo di Berlusconi con tutto il suo potere ha scagliato contro un giornale libero che si è preso il compito di non tacere mai. Come ricorderete noi siamo stati definiti ben presto ‟testata omicida”. È una accusa molto forte quando viene direttamente dal presidente del Consiglio e dai suoi pezzi da novanta. È una accusa pericolosa perché è impossibile non domandarsi se un uomo tanto potente non sia in grado di creare appetiti e obbedienze spontanee da parte di chi, dentro o fuori dall’apparato dello Stato, si candida a ricevere un premio.
È bastato monitorare fin dall’inizio il governo di Berlusconi per poter usare la parola regime. Quasi ogni successo personale di Berlusconi era falso o radicalmente inventato (ricordate Pratica di Mare?) quasi ogni esercizio di potere era arbitrario, un esercizio abusivo di potere inspiegato, con totale esclusione di rendiconto o spiegazioni all’opinione pubblica. In questo senso, giorni di Genova durante il G8 del 2001, ci sono parsi sinistramente e tragicamente esemplari. Non abbiamo mai saputo nulla sui pochi e veri autori di selvagge violenze. Abbiamo visto e sentito definire pericolosi e violenti, forse anche terroristi, centinaia di migliaia di giovani, mentre le loro immense manifestazioni pacifiche erano documentate dalle riprese televisive del mondo. Abbiamo saputo di pestaggi cileni (proprio così li abbiamo definiti già allora, prima di essere confortati dall’inchiesta della magistratura) in caserme di polizia e di un raid notturno contro persone inoffensive e addormentate, un fatto che non ha precedenti nella storia democratica italiana. C’è stata la morte mai spiegata del giovane Carlo Giuliani in piazza Alimonda. Abbiamo visto crearsi una distanza allarmante fra governo e legalità, fra notizie vere e notizie false, fra democrazia e potere.
Lo spionaggio sistematico organizzato attraverso strutture dello Stato contro personaggi politici di rilievo di questo Paese, tra cui il leader della opposizione Romano Prodi, sua moglie, i suoi figli - un fatto grave che è diventato notizia in questi giorni - mette in evidenza le condizioni di sbandamento, illegalità e disponibilità agli abusi che ha contraddistinto il governo di Berlusconi e della sua gente.
Il tono beffardo con cui ne parla Tremonti imbarazza, considerato il ruolo di personaggio pubblico che Tremonti ha nella vita italiana e internazionale. Quando strutture dei Servizi di governo si dedicano allo spionaggio dettagliato e minuto della vita privata di persone e famiglie già listate ad alta voce come ‟nemici”, come ‟avversari pericolosi”, come ‟una minaccia per l’Italia” dalla propaganda politica del blocco politico e di governo a cui Tremonti appartiene (e in cui è capo di uno dei servizi dediti allo spionaggio ora rivelato dalla magistratura) non è consigliabile trattare la materia, che sarebbe rovente in qualsiasi altro contesto nazionale e politico, con battute goliardiche. Tremonti dovrebbe imparare un minimo di buone maniere politiche dalla dichiarazione di Fini, che ha espresso almeno preoccupazione per qualcosa che non deve accadere. Ma se accade e si scopre, ovvero se è inevitabile affrontare il doppio infortunio, diventa necessario un minimo di lutto per la caduta del senso dello Stato e del prestigio di una sua istituzione.
Ma ci sono alcuni aspetti e modi di liquidare la questione che meritano attenzione. Non credo che si possa dire che la ‟privacy”, ahimé è un colabrodo e che tutti siamo esposti a simili eventi.
Sarà anche vero, ma non è accaduto in Europa e negli Stati Uniti, in questi anni. E poiché la condizione di ‟privacy colabrodo” è un fatto internazionale, è inevitabile dire all’opinione pubblica italiana che bisognerà capire perché il nostro Paese è più colabrodo degli altri. E perché una parte così sensibile del sistema politico (il leader della opposizione) appare, con la sua famiglia, come la vittima principale.
Non credo neppure che si possa dire e lasciar dire, ‟ah, va beh, ma spiavano tutti, veline, calciatori, celebrità di passaggio e persino qualcuno di casa Berlusconi”.
Santo cielo, mettetevi nei panni di un gruppo che, in risposta a ordini ricevuti oppure di propria iniziativa (ma come risposta spontanea a un clima di potere senza discussioni e senza impedimenti) organizza la sorveglianza-spionaggio di casa Prodi.
Si tratta di professionisti che, persino nel tempo libero, persino sotto la doccia sanno che, se tieni il conto dettagliato dei pagamenti e riscossioni dei Prodi genitori e figli, devi per forza far trovare nel dossier qualche altro nome, per esempio una velina e un calciatore, altrimenti che professionisti sarebbero? Oltretutto, anche se non avessero ricevuto il training che ti aspetti da un buon segugio, non puoi impedire che vadano al cinema. In qualunque film di spionaggio il più ovvio tipo di depistaggio è quello di confondere e mischiare i percorsi. La velina e il calciatore sono un ottimo materiale per poter rispondere con relativo candore al magistrato che vuole sapere perché: ‟Vede dottore, non c’è un perché. Il nostro servizio si occupa di tutti”.
Infine circola l’argomento: ma quale spionaggio politico, se c’era dentro anche Berlusconi? Qui valgono due spiegazioni semplici. La prima è la stessa appena detta per le celebrità da Isola dei Famosi messi sotto controllo. Se ‟tutti” è ‟tutti”, allora buttaci dentro anche un tabulato intestato Berlusconi e poi vediamo come fanno a formulare l’accusa.
La seconda è che al livello della ricchezza e del potere di autocontrollo (stiamo parlando del potere privato) di Berlusconi, nessuno può essere trovato impigliato nella rete degli agenti segreti fiscali. E infatti non è mai accaduto in alcun Paese, incluso il mitico sistema fiscale americano.
Dunque il nome di Berlusconi tra i dossier delle sorveglianze messe in atto dal governo Berlusconi, nel periodo in cui Tremonti controllava quella polizia, è solo un espediente.
Torniamo perciò al punto di partenza di questa riflessione: la distanza fra la legalità e il governo nei cinque anni dominati da Berlusconi.
Quella distanza, nell’era di Berlusconi, è andata allargandosi. A dimostrarlo, in modo addirittura imbarazzante, è il caso Telekom Serbia. Una intera commissione parlamentare con poteri giudiziari è stata istituita e ha funzionato partendo da eventi mai accaduti e con falsi testimoni, false prove, ma facendo girare il tutto attraverso l’intero sistema mediatico italiano. Occorre ricordare contro chi è stata scatenata la falsa commissione Telekom Serbia: Prodi, Fassino, Dini.
So di averlo già scritto. Ma la frase ‟Nuovi sviluppi sul caso Telekom Serbia!!”, che ha aperto per una intera estate cinquantadue telegiornali italiani, resta la prova di un grande scandalo. Un organo parlamentare istituzionale è stato lanciato contro alcune persone nel tentativo di eliminarle dalla scena politica.
E soltanto il ferreo controllo del sistema mediatico ha consentito di limitare al massimo l’umiliante sbugiardamento che quella commissione, i suoi membri più attivi e infaticabili e le loro continue dichiarazioni alla radio e alla televisione, hanno subito quando la magistratura ha posto fine - con l’arresto dei testimoni - all’incredibile farsa politicamente organizzata.
Ma lo strano percorso della legalità secondo Berlusconi ci porta allo spionaggio di Telecom-Tim, evento tuttora privo di ragionevoli spiegazioni. Anche in questo caso il controllo dei media ha fatto barriera. L’ordine è stato di spostare tutta l’attenzione sull’eventuale tentativo di Prodi di mettere le mani su Telecom attraverso un piano di ‟irizzazione” (o statalizzazione) della telefonia Pirelli - Olimpia - Telecom - Tronchetti Provera, con il famoso ‟memorandum Rovati”. Il paese è stato inchiodato dal potere mediatico di Berlusconi a discutere di presente interferenze del presidente del Consiglio sulla riorganizzazione di un’azienda (fatti irrilevanti e non illegali) mentre la questione rovente delle intercettazioni telefoniche subite dal capo del Governo, ad opera di un privato, per ragioni sconosciute, veniva oscurata e opportunamente dimenticata.
È a questo punto che il lettore de l’Unità penserà di rileggere uno dei tanti articoli con cui questo giornale si è opposto a Berlusconi, guadagnandosi la sua naturale malevolenza. Infatti a questo punto torna in scena, come nel Can Can di un vecchio varietà, il conflitto di interessi.
Nessuno che non controlli, attraverso il conflitto di interessi, un vasto settore di potere sovrapposto, pubblico e privato, può recare tanto danno a un Paese e condurre una lotta così profondamente e apertamente illegale contro i suoi oppositori e allo stesso tempo restare sulla scena come il rispettato capo della opposizione.
Ecco perché occorre ripetere che la battaglia democratica per garantire il Paese dall’incubo del ritorno della illegalità di governo, e per metterlo al riparo dalle battute goliardiche e fuori posto (ma anche bugiarde) di Tremonti, comincia con una legge seria e precisa sul conflitto di interessi.
Il male italiano di questa fase non felice della nostra storia comincia lì. E da lì, se mancasse la barriera di una legge, potrebbe ancora continuare.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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