Potenza del populismo mediatico: ancora una volta Berlusconi riesce ad ammantare di richiami alla libertà la sua pretesa monopolistica e illiberale di tenere congelate a proprio vantaggio le frequenze televisive e il fatturato pubblicitario che ne trae. È sperabile che il pacato richiamo del presidente Napolitano alla libertà e al pluralismo dell’informazione, tema decisivo per la nostra democrazia già posto invano da Ciampi, attenui il clamore scatenato in difesa della "roba". Ma non a caso il Cavaliere e i suoi uomini-azienda si rivolgono all’opinione pubblica con parole incendiarie. Così, in perfetta buona fede, molti cittadini che a luglio condivisero la liberalizzazione delle licenze dei taxi e lo sblocco della vendita dei farmaci da banco nei supermercati, oggi accusano il governo di attentare alle legittime proprietà del capo dell’opposizione. Non è bastato che il disegno di legge Gentiloni preveda un "disarmo bilanciato" di Rai e Mediaset, imponendo a entrambi i network del duopolio italiano che dal 2009 una delle loro reti analogiche trasmetta solo in digitale. Il ridimensionamento della televisione pubblica passa sotto silenzio e non impedisce di gridare all’odioso bavaglio cui sarebbe destinato Emilio Fede. La levata di scudi grottesca ma efficacissima del partito berlusconiano, rivela quanto sarà difficile intraprendere una riforma liberale del capitalismo italiano, ottusamente arroccato nella difesa delle sue numerose, abusive posizioni dominanti. Altro che le corporazioni in lotta contro il decreto Bersani: sempre più interessi forti si scateneranno per non mollare l’osso, e a lorsignori poco importa che ciò ostacoli le prospettive di crescita della nostra economia. A ben vedere il trasferimento delle due reti generaliste nel digitale - condizione peraltro imprescindibile per incoraggiare nuovi investimenti nel settore televisivo - è tutt’altro che la questione decisiva. Mediaset e Forza Italia aizzano l’opinione pubblica contro l’"esproprio" di un canale tv, ma ciò che le allarma è la normativa antitrust che impedisce a un singolo soggetto di raccogliere più del 45% dei ricavi pubblicitari televisivi. Una soglia, questa del 45%, che altrove farebbe gridare allo scandalo perché troppo alta. Ma che in Italia si scontra con un dato di fatto imbarazzante: oggi Mediaset da sola raccoglie più del 60% dei fatturati pubblicitari televisivi. Il che spiega perché il network di Berlusconi realizzi profitti senza paragone in Europa, con un risultato operativo pari al 33% dei ricavi, conseguito pure in tempi di vacche magre e a prescindere da un’emorragia dei suoi ascolti. è ben comprensibile la preoccupazione di Fedele Confalonieri e dei suoi azionisti, i quali affidavano alla forza politica di Berlusconi la speranza che il nodo di tale anomalia non venisse mai al pettine. è vero, il tetto antitrust proposto dal governo incide sensibilmente sul fatturato di un’azienda costruita negli anni su fondamenta a dir poco fragili, essendo i suoi utili concentrati in misura eccessiva nella piccola provincia italiana. Prima con una sapiente opera di lobbismo politico, poi con una clamorosa invasione del campo istituzionale, Berlusconi ha sgominato la concorrenza privata e imposto un monopolio di fatto. Ma paradossalmente ha pagato all’estero i costi del suo conflitto d’interessi. Tranne che in Spagna, dove peraltro deve affrontare una concorrenza temibile, gli è stata preclusa la strategia di acquisizioni significative e quindi del radicamento internazionale. Così il corpaccione Mediaset è ingrassato fino ai limiti dell’obesità, affidato alla tenuta delle sue protezioni politiche. Le conseguenze di tale crescita abnorme, tutta concentrata nel mercato domestico, si ripercuotono sulla qualità del management e dei contenuti proposti al pubblico. Gli ascolti vacillano dopo anni di duopolio collusivo, senza significative differenziazioni con la concorrenza Rai e soprattutto senza più lo stimolo a una ricerca innovativa. I direttori creativi della prima tv commerciale sono stati sostituiti da funzionari addetti all’importazione di format stranieri e alla compressione dei costi di produzione. Provocando una crisi del modello culturale Mediaset oggi avvertita dalla massa dei telespettatori. Finché il quadro normativo garantisce a Publitalia la certezza della sua quota di mercato pubblicitario, le debolezze strutturali si possono mascherare. Ma ora, precipitati senza addestramento in mezzo alle incognite di una concorrenza in campo aperto, i manager vivono la riforma televisiva come un attentato alle loro certezze: basti pensare ai numerosi inserzionisti costretti da anni a firmare contratti in esclusiva, imposti loro dal monopolio. Resta da vedere se l’intero centro-destra si lascerà imprigionare, in una logica miope, dagli interessi contingenti del suo leader. E dunque se il Parlamento italiano sarà per l’ennesima volta teatro di una battaglia lobbistica che si ripete fin dai tempi della legge Mammì. O se invece le aperture dell’Udc anticipino un’emancipazione politica di altri settori moderati. Il dibattito parlamentare sulla riforma televisiva consentirà di verificare non tanto i destini del governo Prodi, quanto le possibilità che la politica incida sui blocchi e le storture del capitalismo italiano. Certo le chances di successo sarebbero state ben maggiori se all’interno dell’Unione avesse prevalso una più coraggiosa disponibilità a smuovere le acque stagnanti del sistema televisivo. Ma l’ipotesi di mettere in vendita una rete pubblica generalista, per razionalizzare l’azienda di viale Mazzini e attrarre nuovi protagonisti nel mercato, è risultata ultraminoritaria. Prevale nel mondo politico l’istinto di conservare la presa sull’intero pachiderma Rai, utilizzando a questo fine una retorica spesso strumentale sulle finalità del servizio pubblico. Il ministro Gentiloni dovrà vigilare sullo scetticismo con cui anche nelle file dell’Unione è stata accolta la proposta di destinare fra due anni al digitale una rete Rai: «Magari il 2009 è una data troppo vicina, si chiederà uno slittamento», ha già avvertito un consigliere d’amministrazione. Neppure da quelle parti c’è ansia di liberalizzazione. Un’azione riformatrice gioverà poi al pluralismo e alla libertà di stampa quando riuscirà a incidere anche sull’abnorme panorama delle proprietà dei giornali, dove la ragnatela dei patti di sindacato e degli editori impuri ha prodotto un altro assurdo italiano: numerosi azionisti che investono nei giornali non per trarne profitti, com’è giusto, ma per controllarli a fini di protezione politica e giudiziaria. Tanto è altrove che concentrano il loro core business e le loro prospettive di guadagno. La televisione è solo il primo terreno d’azione di un governo che voglia favorire un modello d’informazione occidentale. Sarà difficilissimo trascinare l’Italia a condizioni di mercato che rassomiglino a quelle in vigore negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, Francia, Germania, Spagna. Dalle nostre parti va ancora per la maggiore chi considera la parola "antitrust" sinonimo di "esproprio proletario". Ma si tratta di una sfida decisiva per il futuro delle nostre libertà.
Gad Lerner

Gad Lerner

Gad Lerner è nato a Beirut nel 1954 da una famiglia ebraica che ha dovuto lasciare il Libano dopo soli tre anni, trasferendosi a Milano. Come giornalista, ha lavorato nelle principali testate italiane da inviato o con ruoli di direzione. Ha ideato e condotto vari programmi d’informazione televisiva alla Rai, La7 e Laeffe. Ha diretto il Tg1. Le sue ultime trasmissioni d’inchiesta sono “Operai” e Ricchi e poveri. Con Feltrinelli ha pubblicato Operai (1988, 2010) e Tu sei un bastardo. Contro l’abuso delle identità (2005), Scintille (2009) e Concetta. Una storia operaia (2017).

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