Ermanno Rea è d’accordo con il presidente Napolitano, ‟ma non bisogna dimenticare che Napoli paga una situazione che dura da un tempo enorme”. Rea ha una sua ‟ipotesi” sul malessere di Napoli. Se ne andò trentenne nel ‘57, ma non ha mai cessato di riflettere sulla sua città. Ne sono testimonianza i suoi libri, da Mistero napoletano a La dismissione. La sua è un’‟ipotesi” di lungo periodo che risale almeno all’immediato dopoguerra: ‟Con la conclusione del secondo conflitto mondiale, Napoli diventa prigioniera della Guerra fredda, quando il porto viene sequestrato dal comando interalleato e diventa un porto atomico: la città avrebbe potuto decidere di darsi un avvenire di modernizzazione, invece cominciò lì la sclerosi. Napoli non poté crescere e darsi un futuro, divenne una città coloniale e continua ad esserlo”. Anche se la Guerra fredda è finita da oltre quindici anni? ‟Nell’unica fase in cui le lancette dell’orologio avrebbero potuto rimettersi in moto, cioè nell’89, quando cadde il Muro di Berlino, venne smantellata l’Ilva di Bagnoli, l’ultimo baluardo dell’assetto industriale e l’unica speranza per un futuro economico”. Fu, appunto, ‟la dismissione”. Ma oggi, per rendere l’idea, Rea si affida a un’immagine scientifica: ‟Napoli è come un lago inquinato, afflitto da quel fenomeno che i biologi chiamano eutrofizzazione, un accrescimento malsano in cui veleni si moltiplicano e si nutrono di altri veleni. Una mancanza di equilibrio biologico che finisce per produrre mostri”. Fuori di metafora, Rea si sofferma su alcuni momenti chiave del declino: l’epoca Lauro, ‟uno dei fenomeni più negativi: tutti i suoi interessi armatoriali, mentre era sindaco, essendo colonizzato il porto di Napoli, si concentrarono a Genova”; gli anni ‘70, il potere di Cutolo e la conversione dal contrabbando di sigarette alla criminalità legata alla droga; il terremoto dell’80, quando ‟i finanziamenti a pioggia alimentarono gli appetiti più illegali”. Ma soprattutto si spinge a delineare una severissima analogia storica: ‟Heinrich Böll alla fine dell’ultima guerra disse che non si poteva parlare semplicemente di colpa nazista, ma di responsabilità tedesca. Per Napoli vale lo stesso discorso: è inutile accusare le classi dirigenti, sono i napoletani che dovrebbero passarsi una mano sulla coscienza e ritrovare la severità con se stessi. La cultura dell’illegalità e della tolleranza è una responsabilità diffusa che si ritorce contro la città. Non c’è ombra di rigore o di giacobinismo. L’illegalità non è divisibile, non si può dire: fino a qui è tollerabile e poi no. L’illegalità non è mai tollerabile”. Proposte? ‟Ci vorrebbe una mobilitazione autocritica in cui tutta la cittadinanza partecipasse al mea culpa”. Anche se non mancano le responsabilità individuali, ben visibili e riconoscibili: ‟Basta leggere il libro di Roberto Saviano: per ogni industria ufficiale che nasce, ne nasce una in nero, abusiva, che le permette di sopravvivere”. In tutto questo, qualcuno torna a invocare la presenza dell’esercito: ‟Ci mancano la Marina Militare, l’aviazione e i sommergibili... Sono soluzioni che lasciano il tempo che trovano, anche se l’emergenza può richiedere una presenza più repressiva. Non è questa la panacea, è solo un tampone su una ferita che continua a sanguinare”. Il famoso Rinascimento napoletano di Bassolino fu solo una grande illusione? ‟Si riaffacciò una speranza, ma fu un equivoco enorme e pernicioso, un modo per esorcizzare le responsabilità collettive: non voglio scagionare la classe dirigente e amministrativa, ma il cittadino preferisce rifugiarsi nelle sue nicchie di privilegio attraverso lo spregio della legalità. Non c’è un vigile che dia una multa e se qualcuno si inalbera e invoca le regole per un’infrazione, la gente risponde: e va bbuo’, che ha fatto? Il mito della tolleranza a Napoli è diventato un alibi. Una necrosi che ha la maschera della vitalità”.
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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