Nell’anticipo di pre-campagna presidenziale che costituisce oggi la quotidianità dei francesi, si parla anche – o piuttosto si bisbiglia dell’Europa. La conversazione è innanzitutto nazionale – sul supposto declino, le supposte élite, il supposto popolo. Ma chi presta un orecchio attento arriva a discernere in sottofondo un discorso sull’Europa, assai lontano – bisogna ammetterlo – da quello che ha dominato la campagna sul referendum ‟costituzionale”. Si critica vivamente il funzionamento dell’Unione – la Banca centrale, la Commissione, il patto di stabilità – non però in nome di una qualche nostalgia di sovranità o di grandeur, ma in vista del bene comune europeo. Tanto meglio, perché ciò sta a significare che l’Europa è infine presa sul serio, e che gli affari europei sono considerati nazionali più che stranieri.
Numerosi candidati auspicano ormai la creazione di un governo economico della zona euro. Si dirà che questo governo già esiste: la Banca centrale europea non governa forse la moneta unica? Ma la contraddizione è solo apparente, e a scioglierla basta chiarire che per governo economico s’intende un governo politico degli affari economici. Un governo la cui costituzione stabilirebbe in effetti una maggior responsabilità politica in ordine agli obiettivi primari – la piena occupazione e la crescita – che l’Europa dovrebbe perseguire, e colmerebbe così almeno in parte l’attuale ‟deficit democratico”. Ma al tempo stesso il progetto europeo ha bisogno di una nuova ambizione, di un nuovo respiro. La rifondazione dell’Europa dev’essere un’avventura a un tempo innovativa e originale, un progetto all’altezza delle sfide di oggi, che affondi però le sue radici nelle ambizioni di ieri. Costruire un’unione politica tra Stati sovrani è un compito tra i più difficili in assoluto. Ma nella storia vi sono momenti propizi, ove l’unione è imposta dagli effetti nefasti della sua mancanza. In tali momenti, l’urgenza di avviare un processo irreversibile prevale su ogni altra considerazione. Il progetto che apre la via all’unione dev’essere allora sostanzialmente politico, anche se avviato con un pretesto tecnico e/o economico. I padri fondatori dell’Europa avevano ben compreso questa necessità quando ebbero l’idea della Comunità economica del carbone e dell’acciaio (Ceca). Che gli ex nemici mettessero in comune, col pretesto di una preoccupazione economica, alcuni dei più potenti mezzi bellici: ecco uno stratagemma di rara intelligenza! Oggi stiamo vivendo un momento analogo, in cui ci troviamo ad affrontare una sfida cruciale, che la dimensione europea ci permette però di raccogliere agevolmente: quella delle nuove tecnologie dell’energia e dell’ambiente. Anche in questo caso, si tratta di un progetto apparentemente tecnico ma sostanzialmente politico, in quanto riguarda al tempo stesso la questione dell’influenza geopolitica dell’Europa, quella della sua dipendenza energetica, ma anche le legittime preoccupazioni ecologiche delle popolazioni e il loro timore di un calo del potere d’acquisto, in ragione dell’annunciata evoluzione a lungo termine dei prezzi dell’energia.
La questione dell’indipendenza energetica illustra bene la via da percorrere. Nulla, su scala europea, consente oggi di assicurare quest’elemento essenziale della sovranità delle nazioni; e la responsabilità di vigilare sulla sicurezza dell’approvvigionamento energetico ricade su ciascun paese membro dell’Unione. È su questo punto che la contraddizione europea in materia di sovranità appare più flagrante, e il metodo europeo di progressione per via economica incontra i suoi limiti più evidenti. La Commissione si adopera allo stremo per costruire un mercato unico dell’energia, esigendo dagli Stati lo smantellamento dei rispettivi operatori storici – condizione essenziale della concorrenza, direbbe Lapalisse, in quanto fine dei monopoli! Gli Stati vi si rassegnano in apparenza, opponendo però al tempo stesso la più ferma resistenza alla messa sotto controllo delle loro imprese energetiche da parte di altre imprese europee, dato che in effetti non possono sottrarsi alla propria responsabilità. Sarebbe il colmo dell’”ingenuità tecnocratica” credere che la soluzione di questioni di potenza e di indipendenza possa essere affidata al mercato. Oltre tutto, nella loro questua presso gli Stati produttori di gas e di petrolio, i paesi europei non fanno che sottolineare le proprie divergenze, e, indeboliscono in tal modo il loro potere negoziale, così come il peso geopolitico dell’Europa a livello mondiale. Ma fortunatamente non c’è alcun bisogno di rassegnarsi a questo. La soluzione del problema è evidente, ed è precisamente quella già attuata dai paesi fondatori. Basterebbe creare, a immagine della Ceca, una Comunità europea dell’Ambiente, dell’Energia e della Ricerca (Ceaer). In effetti, solo raddoppiando gli sforzi nella ricerca sarà possibile ridurre la voracità energetica della nostra vita quotidiana, e immaginare le energie del futuro più favorevoli all’ambiente. I disastri ecologici già prodotti dall’attività economica, e il potenziale catastrofico di quelli a venire hanno finito per farci comprendere che energia e ambiente costituiscono un binomio indissociabile. Potremmo allora veder nascere, ma stavolta in Europa, le nuove tecnologie dell’energia e dell’ambiente, la cui produzione e diffusione saranno sicuramente i più potenti motori di crescita del futuro. Via via che le nostre società si arricchiscono, la domanda di ambiente è inevitabilmente destinata a crescere, così com’è cresciuta in passato la domanda di beni e servizi "di lusso" (ossia di tutti i beni non di prima necessità). L’errore comune è pensare che i problemi ecologici si possano risolvere solo con la decrescita, mentre al contrario la tutela dell’ambiente può divenire il motore della crescita di domani.
La Ceaer sarebbe peraltro solo una prima, effettiva applicazione del programma di Lisbona, per il conseguimento di due obiettivi strettamente legati tra loro: la tutela e il miglioramento del nostro ecosistema, e l’indipendenza energetica dell’Europa, da perseguire in due modi: con le nuove tecnologie energetiche e ambientali, e facendo leva sul maggior potere negoziale europeo sui mercati mondiali.
Il Trattato della Ceca, sottoscritto per una durata cinquantennale, è scaduto nel luglio 2002 e non è stato più rinnovato. Gli attivi finanziari della Ceca sono stati trasferiti all’Unione europea, e oggi il reddito annuale netto di quel fondo serve a finanziare la ricerca nel settore carbonifero e siderurgico. Ma perché non mettere in cantiere un progetto più ambizioso? Sul piano istituzionale si potrebbe immaginare la creazione di un mercato unico dell’ambiente, dell’energia e della ricerca, basato innanzitutto su incentivi fiscali per tutti i paesi membri, o in altri termini, su sovvenzioni coordinate, e quindi, al contrario di quanto avveniva per la Ceca, su un’integrazione non negativa ma positiva.
La creazione della Ceaer potrebbe rappresentare inoltre l’occasione storica per correggere l’errore del conferimento di una missione politica a un’autorità indipendente. La Ceaer potrebbe essere gestita da un’istanza ad hoc del parlamento europeo (che nel 1951 ancora non esisteva), e costituire in tal modo il cuore del suo nuovo potere democratico nell’Unione europea.
L’ambizione della Ceca era di mettere in comune le materie prime di uso bellico per rendere la guerra materialmente impossibile. La Comunità europea dell’Ambiente, dell’Energia e della Ricerca avrebbe l’obiettivo di porre in comune le risorse dello sviluppo economico per impedire il suo esaurimento.
Traduzione di Elisabetta Horvat
Jean-Paul Fitoussi

Jean-Paul Fitoussi

Jean-Paul Fitoussi (1942) è professore all’Institut d’études politiques di Parigi e presidente dell’Ofce, l’Osservatorio francese delle congiunture economiche. Fa parte del consiglio di amministrazione di Telecom e del consiglio di sorveglianza di Banca Intesa Sanpaolo e insegna all’Università Luiss. Con Feltrinelli ha pubblicato La democrazia e il mercato (2004) e La nuova ecologia politica (con Eloi Laurent; 2009). 

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