La fusione tra la Bpu di Bergamo e la Banca Lombarda di Brescia, che darà vita al sesto gruppo bancario italiano per valore di Borsa, fa emergere alcuni effetti della liberalizzazione del mercato dei diritti di proprietà nel settore del credito, avviata dal Governatore di Bankitalia Mario Draghi, sui quali vale la pena di riflettere. Il primo effetto è il rafforzamento della presa nazionale attraverso le popolari. Queste sono banche cooperative dove si vota per testa e non per pacchetto azionario. Dunque non possono essere scalate se non per vie traverse come quelle adottate dalla Lodi con la Crema anni fa. Il consiglio di amministrazione della Lombarda poteva lasciar andare all’asta la banca, ma ha preferito farla incorporare dalla popolare orobica. Pur essendo il 54% dei soci della nuova banca di origine Bpu, la fusione è alla pari perché paritarie sono le rappresentanze nei consigli. La spinta dei soci dell’ex spa potrà forse accelerare l’autoriforma delle popolari senza far venir meno le guarentigie statutarie. Il secondo effetto riguarda la pratica dell’Opa ostile. La fusione è stata spiegata con progetti industriali e, dagli osservatori esterni, con l’esigenza dei vertici della Lombarda, azionista di Banca Intesa, di proteggere le spalle a Giovanni Bazoli, che alla presidenza di Intesa è stato espresso dalla banca bresciana fin dal 1982. Potere e profitto non vanno sempre d’accordo. È questo il caso? Se una grande banca estera così la pensasse, potrebbe lanciare un’Opa ostile e non troverebbe più l’ostilità della Banca d’Italia. La Lombarda ha una compagine azionaria così frazionata da poter essere considerata una popolare in forma di spa, e perciò perfettamente scalabile. Oggi la contendibilità c’è, ma perché ci sia anche la contesa ci vogliono soldi, capacità e determinazione. Se poi, alla fine, la contesa non ci sarà, verrà anche a cadere la polemica sul premio negato ai soci della Lombarda che, soprattutto nel caso di qualche hedge fund, avevano scommesso sull’asta. Il terzo effetto è la salvaguardia della stabilità della gestione che ha consentito la crescita dei promessi sposi. Sarà un effetto positivo se il gerente, Giampiero Auletta Armenise, terrà fede a un piano industriale che, a fronte di un costo una tantum di 380 milioni per lo più spesabili nel 2007, promette sinergie di costi e di ricavi il cui valore attualizzato è stimato in 2,3 miliardi. Ma dietro l’asettica espressione di sinergie di costi c’è la riduzione di 1300 posti di lavoro. È il prezzo tipico delle aggregazioni domestiche: la creazione di valore per gli azionisti passa attraverso la distruzione di valore per un certo numero di dipendenti, gli uni e gli altri portatori di legittimi interessi verso l’azienda. Si tratta di passaggi talvolta inevitabili e talaltra no. E qui arriviamo al punto della governance. In alcune popolari, in quella di Milano, per esempio, certe ristrutturazioni sarebbero impossibili perché i dipendenti-soci hanno un peso determinante nelle assemblee. Qui, invece, i sindacati hanno un ruolo diverso. Ma anche nelle popolari più capitalistiche la formula cooperativa, legata al territorio, mostra sempre di più la corda e, come osserva Draghi, rischia di favorire l’autoperpetuazione dei gruppi dirigenti. Il sistema di governance dualistico, con il management nel consiglio di gestione e il consiglio di sorveglianza espressione dell’azionariato che controlla la sostenibilità dei progetti nel tempo, potrebbe aiutare a evitare che il management ragioni nel breve orizzonte nel quale possono maturare le reputazioni e le stock option.
Con la consulenza tecnica di Miraquota
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>