Il generale Emilio Gay è il vicecomandante delle forze della Nato in Afghanistan, ed è convinto che non sarà la sola forza militare a pacificare il paese: ‟La soluzione qui non è ‘eliminare il nemico’ ma convincere gli elementi antigovernativi, compresi i taleban, a rientrare nella vita politica e sociale del paese”.
Il Patto atlantico ha il comando della missione Isaf, o Forza internazionale di assistenza all'Afghanistan, cioè di circa 30mila soldati di 37 di paesi. A Kabul sono acquartierati in diversi campi fortificati (quello italiano è Camp Victory) sulla strada che va a est verso Jalalabad. Il comando però è in città, in una enclave chiusa chiamata Green zone contigua all'ambasciata degli Stati uniti (un fortino in sé) e vicina al palazzo presidenziale (un altro fortino).
È qui che ci riceve il generale Gay. Dice che l'Afghanistan è nella fase della ‟stabilizzazione”. Di recente suoi colleghi hanno parlato di ‟cambiare strategia” in Afghanistan: il generale David Richards, comandante in capo delle forze Nato in Afghanistan, ha dichiarato che se il governo afghano e le forze internazionali non faranno decollare la ricostruzione, ‟il 70% del paese porebbe rivolgersi di nuovo ai taleban”. Cambiare strategia dunque? ‟Io direi ‘cambiare priorità’”, risponde il generale Gay. ‟C'è stato un momento in cui l'insorgenza è stata sensibile, grosso modo nella primavera e estate scorsa, e ci siamo focalizzati più sulle operazioni militari. Negli ultimi mesi però l'insorgenza è diminuita, o forse ha cambiato strategia: attacchi suicidi, qualche razzo. Dunque siamo tornati a puntare più sulla ricostruzione e sviluppo, cioè la strategia iniziale”.
Tutti gli interlocutori afghani però, dai parlamentari alla società civile, dicono che le forze internazionali hanno investito molto sugli aspetti militari ma poco su ricostruzione e sviluppo umano.
Le aspettative della popolazione afghana erano molto alte e non c'è dubbio che siano state disattese. Ma Isaf non dispone di grandi fondi per la ricostruzione, non è a Isaf che si può imputare questa delusione. Noi possiamo coordinare gli interventi, riunire i donatori, proporre priorità, creare sinergie, ma la nostra capacità di spesa è ridotta ed è tutta nei Prt (i ‟team di ricostruzione provinciale” sotto comando militare, ndr).

Come definirebbe la situazione dal punto di vista militare? Dalle cronache sembra che ampie zone del sud e dell'est siano fuori dal controllo di Isaf.
Non è vero. In alcune zone sono ancora presenti gli insurgents, ma non c'è un solo distretto o villaggio dove le forze Isaf non possano andare. Vediamo piuttosto forme di attacco asimmetrico. Il termine ‟insorgenza” allude a cose diverse, comprese forme di criminalità legate al traffico di droghe. La campagna di eradicazione del papavero da oppio resta un problema serio e bisogna dare ai coltivatori alternative convincenti, perché il papavero è più redditizio del grano e richiede meno acqua, oltre a far parte della cultura. Ma bisogna che siano le forze afghane a condure questa lotta.

Non vi sentite nella situazione in cui si trovò l'Armata rossa vent'anni fa, circondati da una resistenza armata e visti come occupanti?
Non credo che la popolazione ci veda come occupanti. Io ho spesso contatti con gli anziani delle shura, i consigli locali, e non credo davvero che siamo visti così. In ogni caso siamo qui in sostegno alla stabilizzazione del paese su richiesta del suo governo democraticamente eletto. No, non ci sentiamo sotto attacco da parte della popolazione afghana: l'attacco viene da una piccola frangia.

Vi siete fatti un'idea precisa di chi sono gli ‟insorgenti”?
Quando si dice taleban bisogna distinguere, non ogni studente di teologia è un estremista o un terrorista. Poi però ci sono i taleban estremisti... sì, quelli di Mullah Omar. E c'è al Qaeda, cioè i terroristi veri e propri. E il Partito di Dio di Gulbuddin Hekmatyar. Poi ancora quelli chiamati ‟local power broker”, potenti locali: capimilizia, trafficanti d'oppio, criminali comuni, che in questa situazione hanno zone di potere ampie e possono stare con i taleban o con gli altri secondo le circostanze. Infine ci sono i molti scontenti del governo Karzai, una riserva di persone potenzialmente reclutabili dagli uni o dagli altri. E' chiaro che le condizioni di povertà contribuiscono, finisce per prevalere chi offre la paga migliore. È presso queste persone che il governo afghano deve acquistare legittimità e consenso.

Le forze Isaf sono disposte a trattare con i taleban, come si mormora qui a Kabul?
Isaf non avrebbe comunque l'autorità per trattare. Ci sono distretti del sud dove sono stati negoziati accordi con la shura locale: è avvenuto a Musa Qala e a Sanghin, nel Helmand, per iniziativa del governatore locale e con l'autorizzazione del governo centrale. Ora in quei distretti la polizia e le forze Isaf entrano di rado, e gli anziani garantiscono che non entrino neanche i taleban. E' un esperimento, se funziona si può pensare a estenderlo. Questo coinvolgerà le shura e la polizia di comunità, o ausiliaria (a volte chiamata polizia tribale, ndr). Il sostegno di Isaf è formare queste polizie ausiliarie. Non credo che questo sia ‟negoziare con i taleban”. In ogni caso la soluzione non è ‟eliminare il nemico” ma convincere gli elementi antigovernativi, compresi i taleban, a rientrare nella vita politica del paese”.

In diverse occasioni i comandi Nato hanno indicato il Pakistan come la fonte delle reclute, oltre che la retrovia del movimento taleban - al punto di indicare l'ubicazione di campi d'addestramento vicino a Quetta, Pakistan. Farete pressioni su Islamabad?
Il Pakistan ha numerosi problemi, tra cui la presenza di due milioni di rifugiati afghani. Con i militari afghani e pakistani abbiamo regolari riunioni tripartite, c'è scambio di informazioni e di intelligence, e da parte del Pakistan c'è piena collaborazione. L'esercito pakistano ha compiuto numerose azioni contro i santuari degli insorti. Ma quei 2.400 chilometri di frontiera sono difficili da controllare e assai permeabili. Stiamo parlando della ‟fascia pashtun”. Non credo che si possa accusare lo stato pakistano. Il mondo pashtun simpatizza, in generale, con le idee dei taleban: bisogna che trovi il modo di esprimere queste idee in un processo politico, e non con l'estremismo e le armi. Ma non sarà la presenza di forze armate a ottenere questo risultato. In Afghanistan, l'importante è reintegrare nella vita nazionale anche questi estremisti, che sono parte della società afghana.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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