Come gioca l’accordo Eni-Gazprom nella liberalizzazione timida del settore del gas? Com’è noto, secondo l’Autorità per l’Energia, l’Eni dovrebbe passare le sue partecipazioni nei gasdotti internazionali e gli stoccaggi nazionali della Stogit a Snam Rete Gas, che possiede la rete italiana, e poi ridurre dal 50% al 20, o anche a meno, la sua partecipazione in quest’ultima società. In tal modo, l’infrastruttura monopolistica verrebbe separata dal servizio, terreno di augurabile competizione tra l’Eni e i suoi sfidanti. I governi di centrodestra e di centrosinistra hanno accolto solo in parte i suggerimenti dell’Autorità, limitandosi a stabilire la parziale fuoriuscita dell’Eni dalla Snam così com’è, senza le nuove attribuzioni, e a rinviarla fino ai primi del 2009. L’Eni punta a scongiurare anche questa eventualità. E così presenta Snam come una pedina essenziale sul piano tecnologico per raggiungere l’accordo con i russi quando, in realtà, è soltanto uno dei partner, con funzioni di sperimentatore, del progetto Tap (trasporto ad alta pressione per tratti oltre i 3 mila chilometri) sviluppato anche e soprattutto da Eni Tecnologie e da Saipem, non nominate nel comunicato. L’enfasi sul ruolo di Snam serve a giustificare lo status quo nell’infrastruttura secondo uno schema politico analogo a quello adottato da Telecom Italia con l’ultimo miglio della rete di telecomunicazioni. In realtà, Snam interessa tanto all’Eni perché genera cash flow abbondanti e stabili nel tempo e rafforza il suo potere di mercato, essenziale per difendere i rilevantissimi margini di guadagno nel gas. L’Eni sostiene che in un mercato del venditore, qual è quello attuale, la concorrenza è inutile perché solo un compratore dalle spalle larghe come l’Eni può trattare al meglio con i grandi produttori russi e algerini. Accade però che altri soggetti ottengano forniture per quantità certo inferiori a quelle dell’Eni e a prezzi all’ingrosso più alti e poi riescano a rivendere quel gas al dettaglio a prezzi competitivi con quelli dell’Eni. In proporzione guadagnano meno, ma guadagnano. Tanto basta a far capire quanto l’Eni usi il proprio potere di mercato per realizzare profitti un po’speciali. In questo contesto, l’Eni ha un interesse assai limitato allo sviluppo dell’infrastruttura italiana e internazionale, mentre l’interesse dell’impresa Snam in quanto tale potrebbe essere l’opposto e spingersi fino alla realizzazione dei rigassificatori la cui capacità produttiva potrebbe poi essere affittata a terzi. Non è un caso se, nell’Italia che rischia la crisi energetica per l’insufficienza degli stoccaggi, la Stogit destina a dividendo l’intero suo utile, e non investe abbastanza. E non è nemmeno un caso se negli ultimi due anni Snam eroga agli azionisti 3 miliardi di euro investendone uno e portando l’indebitamento da 2,8 a 5 miliardi. Il bilancio dell’infrastruttura regge il peso del debito finanziario perché le tariffe sono, evidentemente, assai elevate. E qui si apre il problema per il governo del Paese: le tariffe per l’uso di un monopolio naturale devono coprire i costi, creare lo spazio per nuovi investimenti e remunerare il capitale tenendo conto del grado di rischio, che è basso. Se invece consentono di accendere un debito aggiuntivo di 2 miliardi per pagare un dividendo straordinario e poi di aumentare ancora del 50% i dividendi ordinari, vuol dire che qualcosa non funziona. Nel senso che funziona troppo bene per i soci e troppo male per il resto dell’economia. Gli azionisti del monopolio vantano diritti acquisiti, è vero. Ma un conto è l’Eni e un altro gli investitori istituzionali. E poi erano acquisiti anche i diritti dei tassisti.
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Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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