L’accordo di principio tra Eni e Gazprom, ora all’esame della Commissione europea e dell’Autorità per l’Energia e il Gas, è stato accolto in Italia con squilli di tromba forse eccessivi rispetto alle notizie disponibili. Le clausole dell’intesa in apparenza più promettenti restano infatti avvolte dall’incertezza. La parte concreta è quella commerciale. L’Eni rinuncia ai suoi margini sulla vendita di 4 miliardi di metri cubi di gas russo destinato all’Italia che ora il monopolio statale moscovita potrà vendere per tre quarti direttamente e per un quarto tramite la Promgas, una joint-venture con la stessa Eni. In cambio, l’Eni ottiene la proroga fino al 2035 dei contratti di fornitura a lungo termine in scadenza nel 2017 che assicurano al cane a sei zampe la struttura di costi più conveniente nel vasto mondo degli importatori. Poiché la trattativa è stata condotta da professionisti di rango - Paolo Scaroni e Marco Alverà per l’Eni, con il management storico un pò defilato, e la coppia Miller-Medvedev, con i suoi antichi legami con il Kgb - si può pensare che l’intesa sia equilibrata. Va tuttavia aggiunto che la presenza russa sul mercato finale italiano potrà aumentare fino a quasi 10 miliardi di metri cubi con il previsto potenziamento del Tag, il ramo austriaco del grande gasdotto che dalle steppe arriva all’Italia, e l’avanzamento della gestione Gazprom del medesimo dalla frontiera slovacca a quella austro-italiana nel 2017. Chi conosce Gazprom nutre dubbi sulla tenuta delle sue riserve nel tempo. Da molti anni il colosso investe poco o nulla in nuovi giacimenti. Il suo recente successo, che ha trascinato l’economia russa, è dovuto più all’impennata dei prezzi delle commodities che a un recupero di efficienza postsovietico. Grazie a questo accordo, se un domani ci fosse scarsità di gas russo, a pagarla sarebbero gli altri paesi europei che sono rimasti indietro con Mosca. Ancor meglio sarebbe se, nelle prossime settimane, Gazprom si impegnasse a consegnare comunque in Italia i 3 miliardi di metri cubi dei quali riacquisisce la disponibilità. Date le ambizioni imperiali e l’intimo legame tra politica e affari che caratterizzano la Russia di Putin, l’arrivo di Gazprom sul mercato italiano suscita la speranza di una maggior concorrenza e, al tempo stesso, la preoccupazione che, magari in modo più sofisticato, si torni alle pratiche di Tangentopoli. Meno intermediari improvvisati ci saranno e meglio sarà perché certi intermediari non servono quando si può entrare dalla porta principale e meno che mai se Miller venderà il suo gas mettendolo all’asta tra i grandi clienti e i grandi distributori italiani. Dal punto di vista dei consumatori, del resto, l’asta non provocherà necessariamente dei rialzi di prezzo se l’Italia saprà fare la sua politica energetica, sviluppando i gasdotti internazionali e costruendo i rigassificatori di gas liquefatto riducendo la dipendenza dalla Russia. Più stimolanti ma meno chiare sono le prospettive dell’accesso ai giacimenti russi. Mosca non vende giacimenti né loro quote. Solo ai tedeschi ha concesso qualcosa. Accetta soltanto scambi e di questo parla la parte più segreta dei protocolli Eni-Gazprom. Ma su quali basi? Se si sta al valore di mercato delle riserve russe e di quelle Eni in Libia, che quotano 3-4 volte le prime, lo scambio triplicherebbe, sul piano quantitativo, le riserve italiane messe in gioco e diminuirebbe in proporzione quelle russe. Troppo bello per essere vero. E’facile immaginare che ci mancano informazioni essenziali per valutare la portata e la fattibilità di questi scambi.
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>