I soldati italiani ancora presenti in Iraq saranno ritirati entro il 2 dicembre. Parola del presidente del Consiglio Romano Prodi. Per ora a Nassiriya restano 60-70 uomini incaricati dei passaggi delle consegne. ‟Il ritiro delle truppe italiane dall'Iraq è avvenuto come avevamo detto”, ha aggiunto Prodi durante una trasmissione di Telelombardia . Forse questo è l'unico punto del programma dell'Unione realizzato. Ma non è poco. Anche perché la decisione italiana, preceduta da quella spagnola, sarà probabilmente seguita in primavera dalla Gran bretagna, che ridurrà notevolemente le sue truppe dispiegate nel sud del paese.
Gli Usa restano sempre più soli, ma non sembrano ancora decisi a prendere in considerazione l'unica decisione sensata per invertire la spirale di violenza che sta dilaniando l'Iraq. La commissione bipartisan guidata dall'ex segretario di stato repubblicano James Baker e dall'ex parlamentare democratico Lee Hamilton, incaricata di elaborare proposte per la politica Usa in Iraq, discuterà in questi giorni una bozza di rapporto che per quanto è dato sapere non prende in considerazione la possibilità di un ritiro. Su questo, secondo il New York Times che ha anticipato la notizia, i membri del Gruppo di studio sarebbero molto divisi e un dibattito sul tema rischierebbe di provocare la rottura della commissione. Alcuni democratici, tuttavia, secondo il quotidiano starebbero studiando la possibilità di una importante riduzione delle truppe statunitensi (da 150 mila attuali a 70-80 mila) entro un anno, a prescindere dalla preparazione delle forze irachene. Anche i partiti di governo iracheni auspicano il ritiro delle truppe straniere (almeno a parole e nei programmi elettorali), ma solo quando le forze di sicurezza irachene saranno in grado di controllare il territorio. Condizione che data la situazione non si realizzerà facilmente. Le forze dell'ordine sono nel mirino della resistenza e dei terroristi, gli stessi americani non forniscono loro i mezzi per proteggersi, sono noti gli scandali dei soldi spesi per acquistare materiali obsoleti (gli aerei dalla Polonia). Molti degli addestrati poi lasciano il proprio corpo e tornano a casa o a volte addirittura raggiungono la resistenza.
Su questa base è difficile che la commissione Baker possa raggiungere l'unanimità sulla proposta da sottoporre a Bush. Una seconda possibilità, forse più digeribile, anche se con un retromarcia di Bush sarebbe il lancio di una iniziativa diplomatica nella regione che includa Siria e Iran, i due nemici giurati della Casa bianca. Una iniziativa che peraltro non aspetta il via di Bush. Il primo segnale è venuto dalla Siria con la riapertura delle relazioni diplomatiche con Baghdad dopo 24 anni di interruzione. Cui doveva seguire l'incontro a Tehran, organizzato dal presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad, con i presidenti siriano e iracheno. Anche se il tema dell'incontro non è stato annunciato, si tratta senza dubbio di una manifestazione di forza da parte del presidente iraniano che sull'Iraq ha molte carte da giocare, essendo i partiti religiosi sciiti al potere a Baghdad alleati di Tehran. Non solo, anche il presidente iracheno, il kurdo Jalal Talabani, ha sempre avuto ottimi rapporti con Tehran. Durante il regime di Saddam, quando l'esercito di Baghdad attaccava il Kurdistan, Talabani e i suoi uomini dell'Unione patriottica del Kurdistan trovavano riparo in Iran, tanto che il presidente iracheno parla perfettamente il farsi. Ora l'incontro a tre ha subito alcuni intoppi: il presidente iracheno, che dovrebbe essere accompagnato dal ministro degli esteri e del petrolio, ha ritardato la sua partenza per il coprifuoco imposto dopo la strage di Sadr City, mentre il presidente siriano Bashar al Assad non avrebbe ancora risposto. Comunque, se l'incontro, come ha detto Talabani, riguarda ‟il rafforzamento delle relazioni e la sicurezza dell'Iraq”, indubbiamente interessa anche Damasco.
Come potrebbero inserirsi gli Usa in questa azione diplomatica? Innanzitutto sarebbe un cedimento, anche se necessario, nei confronti di Tehran che peraltro per avviare dei negoziati chiede il ritiro americano. Ma una strada saranno obbligati a trovarla e per ora sembra passare da Amman.
Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena, inviata de ‟il manifesto”, negli ultimi anni ha seguito l'evolversi di sanguinosi conflitti, in particolare in Somalia, Palestina, Afghanistan, oltre alla drammatica situazione in Algeria. Negli ultimi due anni ha raccontato la guerra e l'occupazione in Iraq. Nei suoi servizi cerca di indagare la realtà che sta dietro lo scontro armato, la vita quotidiana delle principali vittime delle guerre moderne: donne e bambini. Ha dedicato particolare attenzione all'islamismo e al suo effetto sulla condizione delle donne. Attualmente collabora, tra l'altro, con RaiNews24, con il settimanale tedesco ‟Die Zeit”, con la radio della Svizzera italiana e con riviste di politica internazionale. Libri pubblicati: La schiavitù del velo, voci di donne contro l'integralismo islamico (manifestolibri 1995); Kahina contro i califfi, islamismo e democrazia in Algeria (Datanews 1997); Alla scuola dei taleban (manifestolibri 2002); Il fronte Iraq, diario da una guerra permanente (manifestolibri 2004).

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