‟Una comica”. Un anno e mezzo dopo aver liquidato così il documento votato dal consiglio nazionale diessino che invitava le giunte di centrosinistra a esser più sobrie nell’uso del potere, documento firmato da Cesare Salvi, Fabio Mussi e Giorgio Napolitano, il governatore calabrese Agazio Loiero è nei guai. Non solo la sua giunta, nonostante la maggioranza alluvionale, perde i pezzi. Ma alla lunga lista di indagati dalla magistratura si è aggiunto anche il suo nome. Questione di appalti. Seccante. Tanto più dopo avere scritto di suo pugno sull’Unità, in risposta alle polemiche di allora, una frase come questa: ‟Siamo stati eletti per moralizzare la vita pubblica in Calabria e su questa linea saremo inflessibili”. Va da sé che ieri sera, dopo essersi preso qualche ora per limare una risposta, il governatore calabrese ha fatto dettare alle agenzie: ‟Voglio essere chiaro fino in fondo con i calabresi. Aspetterò che la mia posizione venga chiarita al più presto. Non accetterò di rimanere presidente se continuerà a pendere su di me un’accusa che reputo gravissima. In una Regione come la Calabria non solo bisogna essere ma anche apparire trasparenti”. Parole d’oro, ironizzano velenosi gli avversari: ma erano valide anche ieri? Non è la prima volta, infatti, che l’immagine di quello che Cossiga definì perfido ‟il noto filosofo della Magna Grecia” appare non proprio trasparente. E anche l’altra volta, come questa, c’era di mezzo il ‟Pugliese Ciaccio”, la più grande struttura ospedaliera dell’intera regione. Tradizionale serbatoio di voti appetito dai partiti. Era il febbraio 2004, il pm Luigi De Magistris indagava sullo strano appalto dato a un’impresa di pulizie e dalle intercettazioni saltò fuori una strepitosa conversazione ‟consociativa”, avvenuta poco prima di Natale, tra il futuro governatore unionista e il commissario straordinario dell’azienda ospedaliera Carmelo D’Alessandro, nominato dal governatore destrorso Giuseppe Chiaravalloti. Tema: le assunzioni nell’impresa di pulizia che si era aggiudicata l’appalto sotto indagine. ‟Mi puoi mandare qualche persona di tua fiducia, qualche ragazza da assumere”, diceva il manager. ‟Stabili?”, chiedeva l’esponente della Margherita. ‟Certo che stabili”. ‟Va bene, quanti te ne devo mandare?”. ‟Devono avere certe caratteristiche, essere persone perbene, avere due anni di disoccupazione. Subito, entro giovedì devo avere i dati e i nomi. Se mi mandi quattro o cinque casi te li risolvo”. Un botta e risposta chiuso da Loiero con la precisazione indimenticabile che avrebbe smistato la faccenda in famiglia: ‟Queste cose le gestisce un pochino mia moglie”. Cesello finale della donna: ‟Sono un pò l’ufficio di collocamento di Agazio”. Due anni dopo: stesso filone d’inchiesta, stesso mondo sanitario, stesso magistrato. Quel De Magistris che, dopo anni di polemiche sui silenzi di un palazzo di Giustizia accusato spesso di essere un ‟porto delle nebbie” pieno di parenti e parenti di parenti con un piede in Regione e uno nelle aule giudiziarie, ha avuto l’onore di essere al centro dell’unica richiesta di un’ispezione ministeriale firmata da un folto gruppo di parlamentari. Al centro, stavolta, la gestione delle ‟apparecchiature elettromedicali nelle strutture pubbliche ospedaliere calabresi”. E una serie di appalti tra gli ospedali e le Asl locali e un gruppo triestino, l’”Ital Tbs” che, come spiega Riccardo Bocca sull’Espresso, è una ‟società con 350 centri operativi dall’Italia alla Francia, dalla Spagna all’Inghilterra, che vende "servizi di ingegneria clinica, informatica medica e telemedicina". Paroloni che dovrebbero rappresentare il futuro della sanità, ma che secondo gli investigatori nascondono un lato oscuro”. Cuore delle indagini, i contatti strettissimi tra il governatore, indagato per ‟abuso d’ufficio e turbativa d’asta”, e alcuni esponenti del gruppo giuliano a caccia di nuove commesse. Primo fra tutti, il direttore marketing della Tbs, Sandro Firpo. Loiero nega? Macché, rilancia: ‟Con Sandro vado a cena da anni. Il mio rapporto d’amicizia con lui nasce da un antico legame con suo padre”. Cioè Luigi Firpo, studioso di Tommaso Campanella, docente a Torino di Storia delle dottrine politiche e in qualche modo scopritore del futuro presidente quando ancora non lo conosceva nessuno: ‟Ho da molti anni un amico in Calabria di straordinario ingegno e di un acume politico che quasi mi sgomenta. Egli porta un bel nome grecanico perché si chiama Agazio Loiero, qualcosa di simile a ‘il Prete Buono’”. Come andrà a finire? Si vedrà. Certo è che sul governatore incombono nuvoloni neri. La sua, infatti, è solo l’ultima di una serie di grane giudiziarie che hanno via via coinvolto, a torto o a ragione, il suo vice Nicola Adamo (il segretario regionale dei Ds finito sotto inchiesta dopo una polemica auto-denuncia in risposta a un pezzo del Corriere su certi appalti nell’informatica finiti alla moglie) e il capogruppo diessino Franco Pacenza (arrestato ad agosto con l’accusa di aver imposto delle assunzioni a ditte finanziate con soldi pubblici) e il capogruppo della Margherita Vincenzo Sculco (contro il quale il Pm ha appena chiesto 8 anni per una truffa sui corsi professionali) e un fedelissimo quale Pierino Amato che aveva seguito il governatore nel suo Partito Democratico Meridionale e altri ancora. ‟Calabria ora” ha scritto di 24 indagati, in larga parte del centrosinistra. ‟Il Quotidiano” ci va più cauto. Ma certo l’aria è pesante. Al punto che la maggioranza, nonostante conti su 34 seggi contro 16 della Cdl, appare in frantumi. Rotto con la Margherita di Rutelli (che pure lo definiva un tempo ‟uno statista”) prima delle ‟politiche”, Loiero pare ormai in lite anche con la Quercia di quel Marco Minniti che era stato il suo sponsor più convinto. E dopo un paio di rimpastini è stato appena terremotato dalle dimissioni di tre delle figure più forti della giunta: Nicola Adamo, l’assessore alla Sanità, Doris Lo Moro, e quello margheritinio ai Trasporti, Demetrio Naccari. Dice lui, ottimista, che si tratta di una ‟crisi pilotata”. Sarà. Ma certo non basteranno, a restituire smalto al suo governo, colpi di teatro come l’arruolamento dell’ex ragioniere dello Stato, Andrea Monorchio, e dello stilista Santo Versace. Sventolati alla plebe come advisor. Il fatto è che sul tavolo c’è una torta enorme di soldi europei: in tutto, negli anni, 7 miliardi di euro. Chi le taglia, le fette?
Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella è inviato ed editorialista del “Corriere della Sera”. Tra i suoi libri Schei, L’Orda, Negri, froci, giudei & co. e i romanzi Il Maestro magro, La bambina, il pugile e il canguro, I misteri di via dell’Amorino. Insieme a Sergio Rizzo ha scritto, per Rizzoli, La Casta, La Deriva, Vandali e Licenziare i  padreterni. Con Feltrinelli ha pubblicato Tribù s.p.a. Foto di gruppo con Cavaliere bis (2005), Bolli, sempre bolli, fortissamente bolli (2014) e Se muore il Sud (con Sergio Rizzo, 2013; Premio Benedetto Croce 2014).

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