La lunga querelle sui mezzi più idonei a salvare Venezia e il suo ambiente, sulla quale è tornata qui, con molta onestà e disincantata premura per una città che ama, Rossana Rossanda, incomincia con l'alluvione del novembre 1966. Si capì allora, traumaticamente, quanto manomesso fosse stato l'ambiente lagunare nel corso di un secolo. Ci si accorse che Venezia sprofondava, soprattutto perché, per usi industriali, se ne succhiava l'acqua dal sottosuolo. L'emungimento - cioè il prelievo d'acqua - fu quindi fermato e la subsidenza rallentò fin quasi a cessare. Si scoprì che l'entroterra cominciava a essere stravolto dallo sviluppo del nascente ‟modello Nordest”, e scaricava disordinatamente in laguna troppa acqua (inquinata, peraltro). Per rimediare a quel dissesto non si fece nulla, anzi. Ancora oggi, perciò, in Veneto, le alluvioni avvengono in grandissima parte nella regione e non in laguna. Se il Mose fosse la soluzione, ce ne vorrebbe uno per ogni corso d'acqua, dalle Alpi ai litorali.
In terzo luogo, ma in realtà per primo, il '66 rivelò le devastanti manomissioni subite da una laguna ridotta nello spazio (dagli interramenti per usi industriali e urbani) e nella quale entrava una crescente massa d'acqua a velocità sempre maggiore, appiattendone il fondo, azzerandone la morfologia secolare (che, con la sua trama di canali e rii e barene e velme, ‟addomesticava” l'onda di marea e la diluiva gradualmente). Si corse, parzialmente, ai ripari e vennero, tra l'altro, concepiti e via via realizzati molti interventi (cosiddetti ‟diffusi”) che non sono affatto ‟minori” come spesso si dice (quando non si dice, vaneggiando, che da trent'anni a Venezia si parla e basta). Alcuni sono davvero ciclopici: ricostruire le barene, scavare e reinventare canali e rii, rifare le rive, le fondamenta, sollevare parti sempre maggiori di città! Sono attività complesse e impegnative, che hanno anche aperto nuove prospettive di lavoro e di ricerca. Salvare (e studiare) Venezia è diventato così anche un volano per nuove dimensioni socioeconomiche e nuove attività tecnologico-scientifiche. E' la questione cruciale che segnala Rossanda quando pone il tema di come stia evolvendo, o degenerando, la città. In realtà, Venezia sfuggirà infine al destino di trasformarsi in un ‟parco a tema” solo aprendosi a nuove prospettive, e a nuovi cittadini, legati a nuove funzioni (come quelle citate), come ha sempre fatto nella storia. Per questo, accanto alla tutela del suo residuo popolo tradizionale, deve saper essere fino in fondo ‟città globale” e, per così dire, deve saper inventare nuovi veneziani, ‟chiamandoli” da tutto il mondo con le opportunità e con l'ambiente che può loro offrire. E' questo che può farne una città del futuro, e non la reliquia, più o meno tutelata, di ciò che fu. La partita è drammaticamente aperta e la politica e le istituzioni dovrebbero giocarla con lucidità e lungimiranza, non solo in laguna.
Da ultimo, dopo il '66, si capì che un altro grave rischio, il più globale fra tutti, incombeva: quello derivante dal mutamento del clima e cioè dall'aumento del livello dei mari (eustatismo). Si cominciò così a pensare di intervenire alle tre bocche di porto (Lido, Malamocco, Chioggia) dalle quali l'Adriatico entra in laguna. Secondo la legge speciale per Venezia - i cui estensori, quasi come gli antichi savi, sapevano che l'ecosistema lagunare è uno di quei luoghi in cui ‟anche gli angeli dovrebbero esitare prima di poggiare un piede”, pur essendo un luogo in cui naturale e artificiale agiscono sempre insieme: si legga, o rilegga, su questo, ad esempio, il più bel libro sulle origini della Serenissima, Venezia. Nascita di una città di Sergio Bettini, appena ristampato da Neri Pozza - secondo la legge, dunque, questi interventi dovrebbero essere ‟graduali, sperimentali, reversibili”. Il Mose non è niente di tutto questo: è un intervento drastico e definitivo, irreversibile. Per questo fu contestato, già alle origini, dal Consiglio superiore dei lavori pubblici negli anni '80, dalla commissione statale Valutazione di impatto ambientale (Via) nel 1998, dai ministeri dell'Ambiente, dei Beni culturali e della Ricerca scientifica a più riprese (e fino ad oggi). Queste valutazioni negative, di tipo tecnico-scientifico, sono state sempre superate solo con decisioni politiche che hanno eluso i nodi critici evidenziati e non hanno mai degnato di vera attenzione le soluzioni alternative proposte. Il Consorzio Venezia Nuova ha una tale capacità di promozione - con soldi pubblici - dell'opera che ha avuto, senza gara, l'esclusiva di realizzare e finanche di controllare (bell'esempio di controllore-controllato), da far apparire quantomeno improbabili le alternative, malgrado siano proposte da tecnici di vaglia e da imprese che altrove le hanno sperimentate efficacemente (mentre il Mose, pensato più di vent'anni fa, non è mai stato sperimentato da nessuna parte: Venezia farà da cavia e da paziente insieme!).
Non ho lo spazio, qui, per parlarne diffusamente. Ma non potrebbe il manifesto dedicare una mezza pagina a qualche scheda sulle alternative? O a mostrare come, se fosse stato operativo, in tutto il 2005 (più o meno come negli anni precedenti) il Mose avrebbe funzionato per 4 ore soltanto, dato che il metro e dieci cm. di marea sul medio mare, misura dalla quale entrerebbe in funzione (al modico costo di oltre 4 miliardi di euro, e di decine di milioni annui di ostica manutenzione di una macchina stabilmente poggiata sul fondo lagunare, pesantemente compromesso, come le sponde, dall'intervento). Viceversa, se la soglia per la messa in funzione fosse stata abbassata, ad esempio a 80 cm di marea, sempre nel 2005 il Mose avrebbe chiuso la laguna per 61 volte, compromettendo il vitale scambio con il mare e stroncando l'economia portuale (decisiva per la città). Essendo un sistema rigido, il Mose è infatti condannato o a servire pochissimo (come sarebbe stato in questi anni) o, se la frequenza delle chiusure aumentasse (se si abbassasse la soglia della messa in funzione o se il mutamento del clima producesse, come è probabile, un aumento del livello dei mari) a essere inservibile o controproducente (perché servirebbe allora un sistema diverso, capace di consentire comunque lo scambio mare-laguna, senza il quale l'effetto palude sarebbe garantito). Il Mose, quindi, è la via sbagliata per difendere Venezia in una fase nella quale certi calcoli sono ancora approssimativi (ad esempio, la reale misura del mutamento climatico: qui si parla di centimetri e decimetri e la variazione è decisiva per capire come agire). Le alternative proposte consentono, invece, alcuni degli stessi vantaggi che garantisce il Mose (come l'interruzione, quando serve, dello scambio mare-laguna) senza avere il suo impatto duro e irreversibile. Ripeto: non potrebbe il manifesto approfondire questo tema? Sarebbe l'unico giornale nazionale a farlo. Su Venezia si straparla spesso, ma di questo aspetto cruciale - le alternative al Mose, per evitare di vagliare seriamente le quali il governo Prodi ha eluso l'impegno sottoscritto da tutti nel programma dell'Unione - si parla pochissimo con serietà. Non è un po' strano?
Gianfranco Bettin

Gianfranco Bettin

Gianfranco Bettin è autore di diversi romanzi e saggi. Con Feltrinelli ha pubblicato, tra gli altri, Sarajevo, Maybe (1994), L’erede. Pietro Maso, una storia dal vero (1992; 2007), Nemmeno il destino (1997; 2004, da cui è stato tratto il film omonimo di Daniele Gaglianone), Nebulosa del Boomerang (2004), Gorgo. In fondo alla paura (2009). Insieme a Maurizio Dianese, ha pubblicato per Feltrinelli l’inchiesta La strage. Piazza Fontana. Verità e memoria (1999), Petrolkiller (2002) e La strage degli innocenti. Perché Piazza Fontana è senza colpevoli (2019). Con Marco Paolini ha scritto lo spettacolo teatrale Le avventure di Numero Primo e il romanzo omonimo (2017). Con Andrea Segre ha scritto il docufilm Il pianeta in mare (2019), in selezione ufficiale alla Mostra del Cinema di Venezia 2019. Il suo ultimo romanzo è Cracking (2019).

 

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