Era bella la sollecitudine con cui, in piazza san Giovanni a Roma, Berlusconi, il leader risanato, piegava il microfono per dare più potenza alla voce velata di Bossi, il leader segnato dal male. Forse non ce n'era bisogno, le parole di Bossi sarebbero arrivate ugualmente in ogni angolo d'Italia, ma Berlusconi lo soccorreva ugualmente, con affetto, con garbo. Il capo che si era rifatto in fretta e furia un trucco da immortale correva in soccorso del capo che si accingeva a parlare, senza possibilità di finzioni, dal di dentro della sua fragilità.
I due leader, in varia misura prossimi a uscire dal gioco, nella sostanza si assomigliano molto. Entrambi, dopo aver recitato il vecchio ruolo italico di uomini della provvidenza, stanno per lasciare, senza nulla di fatto, il tavolo politico ai più giovani. In dodici anni non hanno fondato alcun nuovo regno, ma hanno solo difeso con le unghie e con i denti, con intenti differenti, un loro personalissimo reame. Mutamenti politici sostanziali: nessuno. Per quanto più o meno tutti, per persuasione mediatica, ci immaginiamo di essere in una seconda repubblica, quella che seguita a incancrenire, tra inni, riflettori, fiumi di danaro, minacce di secessione e rituali celtici, di fatto è sempre e ancora la prima. Perciò, visto che le ricchezze e le barzellette di Berlusconi non sono un'eredità politica come non lo è il celodurismo padano di Bossi, il loro più o meno incombente ritrarsi mostrerà alla fine solo un paese dove la norma è la deviazione a tutela di qualche privilegio, un paese sgangherato, più fuori squadra di quello nel quale scesero in campo. Persino nel ruolo di Giovanni Battista hanno fatto poco. Non hanno preparato la strada a nessuno e ad alcunché.
Cosa erediteranno di fatto Fini, Casini, Maroni? Niente. La stessa grande prova muscolare della destra in piazza sa di disagi e paure spettacolarizzate, una rappresentazione di potenza, più che una potenza reale. Tolto lo spettacolo, resteranno i rottami: partiti dilaniati da risse, ormai senza radici; funzionari della politica bellini e bellocci promossi più dalla tv che da un loro genio nello star dietro alla realtà effettuale, indeboliti dalla guerra tra loro e con i loro; vecchie ideologie rimesse a nuovo; un blocco sociale pronto a sfarinarsi appena arriva qualche mancia. Unico dato confortante, in quest'Italia che ha inventato il fascismo: i pretendenti (anche Fini) non si fingono uomini della provvidenza. Chiunque di loro si guadagnerà il futuro, sarà un gestore dell'ordinaria amministrazione. Molti politici della sinistra li guardano con sollievo perché nella stoffa di questi uomini riconoscono la loro stoffa.
Domenico Starnone

Domenico Starnone

Domenico Starnone (Napoli, 1943) ha fatto l’insegnante e il redattore delle pagine culturali del ‟Manifesto”. Oltre a opere narrative, ha scritto molti libri sulla vita scolastica (da cui sono stati tratti i film La scuola di Daniele Luchetti e Auguri, professore di Riccardo Milani). Con Feltrinelli ha pubblicato Ex cattedra (1985, 1989, poi ampliato in Ex cattedra e altre storie di scuola nel 2006), Il salto con le aste (1989), Segni d’oro (1990), Fuori registro (1991), Eccesso di zelo (1993), Denti (1994, da cui Gabriele Salvatores ha tratto il film omonimo), Solo se interrogato. Appunti sulla maleducazione di un insegnante volenteroso (1995), La retta via. Otto storie di obiettivi mancati (1996), Via Gemito (2000, premi Strega e Napoli 2001), Labilità (2005, premi Flaiano e Castiglioncello) e Prima esecuzione (2007); con Einaudi, Spavento (2009), Autobiografia erotica di Aristide Gambia (2011) Lacci (2014), Scherzetto (2016), Le false resurrezioni (2018); ; con minimum fax, Fare scene. Una storia di cinema (2010). Ha inoltre introdotto, per i “Classici” Feltrinelli, Cuore (1993) di Edmondo De Amicis, Ultime lettere di Jacopo Ortis (1994) di Ugo Foscolo e Lord Jim (2002) di Joseph Conrad.

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