La parola ‟schiavi” non è esagerata. I braceros (braccianti) haitiani nelle piantagioni di canna da zucchero della Repubblica Dominicana vivono in condizioni molto simili ai loro antenati schiavi, e lo si vede bene nel reportage andato in onda domenica sera sulla Televisione della Svizzera Italiana, Inferno di zucchero, di Adriano Zecca.
Haiti e la Repubblica Dominicana sono le due parti della medesima isola, conosciuta con il nome di Hispaniola. Ogni anno, alla stagione della zafra, la raccolta della canna da zucchero, migliaia di disperati emigrano da Haiti nella Repubblica Dominicana, in cerca di lavoro. E' una storia che si ripete ormai da decenni. Il lavoro lo trovano, ma in condizioni infernali: il viaggio di solito finisce in accampamenti fatiscenti nascosti tra le piantagioni, detti bateyes, da dove non riescono più a uscire. Paghe da fame, promiscuità, nessun diritto all'assistenza sanitaria, né alla pensione, né all'istruzione per i bambini che spesso seguono i genitori. I braceros lavorano senza un regolare permesso né un contratto di lavoro. Ogni giorno un bracero lavora 10 o 12 ore e taglia fino a due tonnellate di canna. Per la verità è tutto calcolato a occhio: ogni camion pieno ‟saranno due o tre tonnellate”, spiega alla telecamera un capataz, un capetto; quando le canne finiscono sulla pesa nessun lavoratore vede quanto ha davvero tagliato. In ogni caso la paga è talmente misera che i più, alla fine della zafra, non hanno neppure messo insieme i pochi soldi necessari per tornare a casa e si trasformano, loro malgrado, in emigrati clandestini a vita.
Gli haitiani che risiedono clandestinamente ma stabilmente in territorio dominicano sono ormai 700mila, cioè circa il 10% della popolazione locale: sono le braccia che garantiscono la produzione di zucchero del paese. Il documentario è girato nella regione agricola di Los Llanos, dove si stendono a perdita d'occhio le piantagioni di una delle famiglie più potenti del paese, i Vicini, proprietari non solo delle piantagioni ma anche di tre zuccherifici che hanno praticamente un unico cliente: gli Stati Uniti. Fa venire un certo prurito sentire un signor Vicini dire, alla telecamera, che i duemila haitiani impiegati dalla sua compagnia guadagnano più del salario minimo dei lavoratori agricoli dominicani, e in più ricevono alloggio, cure mediche, scuola per i figli. Le immagini girate nel batey dicono proprio il contrario: mostrano tuguri soffocanti e lerci, brande di metallo, o addirittura baracche di lamiera senza neppure un buco come finestra e bambini mezzi nudi che scorazzano nella polvere. Visi nerissimi, raggrinziti dal sole e dalla fatica, spiegano che no, non ricevono cure mediche - o se vedono un medico poi devono comprarsi le medicine, e non hanno neppure abbastanza soldi per nutrire i figli. Il signor Vicini dice alla telecamera che il bracero prende 100 pesos (tre dollari) per tonnellata di canna tagliata; quando la telecamera riprende il momento della paga però risultano 85 pesos per tonnellata, meno le trattenute per una sicurezza sociale a cui il lavoratore non avrà mai diritto. Quei soldi saranno spesi nell'unico spaccio che sta nel batey, dove i prezzi sono gonfiati dalla situazione di monopolio e dove i lavoratori finiscono per indebitarsi.
‟I bateyes dovrebbero appartenere al passato” dice, nel documentario, il parroco di Los Llanos: ‟L'impossibilità reale di avere acqua potabile, il vivere senza energia elettrica, lontano da tutti i servizi minimi di sanità, istruzione e ricreazione, senza possibilità alternative di lavoro, tutto ciò rende i bateyes dei ghetti, luoghi isolati, inaccessibili, una riserva di manodopera sparpagliata fra i campi di canna”. La storia del parroco - un missionario sacerdote anglo-spagnolo, Christopher Hartley Sartorius - la dice lunga sul potere quasi feudale che i latifondisti mantengono sulle piantagioni di canna da zucchero. Per anni questo sacerdote si è battuto per i diritti dei braceros, ha aperto un asilo per gli anziani (che dopo una vita di stenti non hanno neppure una pensione), un ambulatorio, una mensa per i bambini, un centro di formazione in carcere. Tutto questo, e forse soprattutto il suo insistere sulla parola ‟diritti”, lo ha reso inviso ai latifondisti. Padre Christopher ha subito intimidazioni e minacce di morte. La famiglia Vicini è una delle più ricche e potenti del paese e pare le sue pressioni per rimuovere quel parroco siano arrivate fino alla Nunziatura apostolica. Infine il sacerdote è stato esonerato dalla sua diocesi ed espulso dal paese. Cattivo segno.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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