Non era mai successo. Per la prima volta da quando è stato eletto presidente un anno e mezzo fa, Ahmadinejad si è trovato di fronte a degli studenti che gli gridavano in faccia: ‟Morte al dittatore!”. La protesta ha colto tutti di sorpresa. In un anno e mezzo le università sembravano essere state piegate: messi in carcere i capi del movimento studentesco, espulsi da tutte le università per uno due tre anni gli studenti più combattivi, costretti alla pensione anticipata i professori anche moderatamente liberali, privati di ogni potere i consigli di facoltà, obbligati a soggiacere a nuovi rettori nominati direttamente dal presidente e che provengono per lo più dalle scuole coraniche o dalle file dei pasdaran. Nessuno si aspettava questa ribellione improvvisa. L' occasione della protesta è stata data da un discorso che Ahmadinejad ha pronunciato alla Facoltà di ingegneria di Amir Kabir, uno dei due più famosi ed eccellenti politecnici di Teheran che sono stati il motore di tutte le rivolte studentesche. In questi giorni di campagna elettorale per il rinnovo dei consigli municipali e per l' elezione del Consiglio degli Esperti - un organo che ha, almeno sulla carta costituzionale, la capacità di eleggere o addirittura di ripudiare il Leader supremo se questi fosse giudicato privo del ‟consenso popolare” - il presidente fa quasi ogni giorno riunioni con i giovani. Non appena ha cominciato a parlare nell' aula magna di Amir Kabir si sono levati cori di ‟morte al dittatore”. Alcune studentesse si sono fatte avanti e si sono sdraiate per terra tenendo in mano le fotografie capovolte di Ahmadinejad. Quando la televisione iraniana ha cominciato a riprenderle hanno tolto di mano la telecamera all' operatore e l' hanno fatta a pezzi. Ahmadinejad ha mantenuto la calma, anzi ha abbassato il tono di voce e ha detto: ‟Vedete, dicono che qui non c' è libertà mentre a una minoranza è permesso di fare rumore e impedire alla maggioranza di ascoltare le mie parole. Dicono che sono un dittatore ma loro possono dire di me quello che vogliono, i giornali dicono di me quello che vogliono. Abbiamo lottato già in passato contro una dittatura e vi posso garantire che per mille anni non ve ne sarà un' altra in Iran. Io non sono un dittatore. Vi amo e vi perdono” Poi ha continuato dicendo che avrebbe fatto tutto per garantire la giustizia sociale ed estirpare la corruzione. A quel punto i cori si sono intensificati. ‟Menzogne, menzogne!” gridavano gli studenti. Mentre il presidente illustrava la sua recente lettera al popolo americano il gruppo che innalzava le foto capovolte ha dato fuoco ai manifestini. Ahmadinejad si è interrotto per un attimo e ha ricominciato a parlare in terza persona. ‟Tutti devono sapere - ha scandito - che Ahmadinejad, sulla strada della vera libertà, della vera indipendenza e della vera giustizia è pronto a farsi bruciare. Anche se verremo bruciati mille volte non arretreremo di un centimetro”. E' questo il ‟Basiji pensiero”, ha detto. Il presidente usa sempre più spesso questa espressione che è oggetto di battute sfottenti da parte degli iraniani: ‟I basiji sono noti per non aver mai avuto un pensiero” ha commentato uno studente. ‟Il tiranno non è qui. Il tiranno è l' America. Ahmadinejad è uno studente come voi e lo sarà sempre” ha concluso, mentre i suoi sostenitori scandivano: ‟Ahmadi, Ahmadi, noi siamo per te” mentre altri trascinavano i protestatari a forza fuori dalla sala. E' difficile pensare che il fuoco possa dilagare, gli studenti che hanno avuto il coraggio di protestare non erano più di una sessantina. E tuttavia, se nelle province, che visita regolarmente come nessun dignitario della Repubblica islamica aveva mai fatto prima di lui, il presidente viene ancora accolto da folle plaudenti, disposte a perdonargli di non aver mantenuto nessuna delle promesse che avevano hanno indotto tanti iraniani a votare per lui - una più equa redistribuzione delle entrate petrolifere, posti di lavoro e affitti più bassi - nelle città il clima negli ultimi mesi è radicalmente cambiato. La gente si è accorta che le misure populistiche di Ahmadinejad stanno rovinando l' economia. Le conseguenze negative sono ormai chiare a tutti: la disoccupazione aumenta e sfiora ormai il 30 per cento (ufficialmente l' 11,5), l' indice della Borsa precipita, l' inflazione cresce ogni giorno, secondo fonti ufficiali è al 20 per cento. Il pane, che è un alimento essenziale per i poveri che non si possono permettere il riso, è stato aumentato del 25 per cento. In Parlamento, che pure è formato quasi esclusivamente da conservatori, vi sono ogni giorno dibattiti contro le richieste del governo di distribuire ancora più denaro a pioggia. Il governatore della Banca centrale ha annunciato le dimissioni dicendo: ‟I prezzi alti del petrolio potrebbero essere una benedizione, ma quando il denaro viene gettato dalla finestra come si fa ora diventa una rovina per il paese”.
Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini è inviata de “la Repubblica”, di cui è stata corrispondente dalla Germania negli anni della caduta del Muro. Ha seguito le Guerre balcaniche, lavorato in diversi paesi e, dal 1997, soprattutto in Iran. Nel 1973 era stata una delle fondatrici di “Effe”, il primo giornale femminista italiano. Tra i suoi libri Quarant’anni in faccia (Rizzoli, 1982), Piccolo viaggio nell’anima tedesca (con Francesca Predazzi, 2004; nuova edizione in Ue: 2014), Rosa è il colore della Persia. Il sogno perduto di una democrazia islamica (Feltrinelli, 2006), Al di qua del muro. Berlino 1989 (Feltrinelli, 2010), L’amore a settant’anni (Feltrinelli, 2012) e Suonare il rock a Teheran (con Benedetta Gentile; Feltrinelli Kids, 2014).

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