Tra gli argomenti presenti nel dibattito pubblico due tornano in modo ricorrente: la cosiddetta rinascita del sacro e l’ormai fin troppo vieta questione della tecnica. Il dibattito sul sacro viene rinfocolato dalla quotidiane violenze, generate spesso da conflitti etnico-religiosi e dai vari fondamentalismi.
Per altro verso le due questioni s’intrecciano quando le scoperte scientifiche impattano le credenze religiose e danno luogo a dilemmi etici circa quello che non si deve fare – potendolo tuttavia fare – e quel che invece si può fare.
In tempi recenti, poi, nella pubblicistica ha preso sempre più piede l’informazione e la divulgazione scienti fica: proliferano i festival della scienza – cosa inusuale fino ad ora in Italia – ; scienziati e filosofi della scienza escono dall’ambito dello specialismo e occupano finalmente ampi spazi sulle pagine dei quotidiani; i testi di divulgazione scientifica attingono successi letterari.
Per questo val la pena riprendere la questione del tecnica in termini meno generali di quanto comunemente accada. Scienza e tecnica sono le forme di sapere attraverso cui la specie umana ha cercato, nel corso del sua evoluzione, di dominare la natura, di emanciparsi dalla necessità e divenire più libera. Già Anassagora diceva che l’uomo è intelligente perché ha le mani: per questo si può dire che l’uomo è l’animale artificiale per natura o meglio quell’animale che più che adattarsi alle condizioni date le ha piuttosto adattate a sé e così ha disposto il mondo-ambiente a proprio vantaggio. Da questo punto di vista scienza e tecnica hanno sempre corso insieme. Eppure di età della tecnica si è cominciato a parlare solo da un certo momento in avanti – Heidegger ne è stato uno dei suoi più alti rappresentanti – e precisamente quando la somma degli effetti e le realizzazioni pratiche della ricerca scienti fica hanno reso manifesta tutta la sua efficacia pratica. La scienza è divenuta pervasiva nel suo dispiegarsi come tecnologia. Si potrebbe dire, per usare una formula che ne dà l’idea, che si è passati dall’illuminismo all’illuminazione. A partire dal Settecento, ma ancor più nel corso dell’Ottocento, la tecnica è stata sempre di più associata alle filosofie del progresso: infatti ha emancipato gli uomini dai vincoli naturali, ha ridotto il peso della fatica, ha attenuato il dolore, ha accresciuto il benessere, ha conteso lo spazio alla morte differendola sempre di più. Nel far questo ha però lacerato antiche credenze, ha prodotto mutazioni di mentalità che hanno fatto vacillare le coscienze, specie quelle che ritrovavano le loro sicurezze nell’abitudine.
Se nel corso dei secoli, e in particolare nell’accelerazione impetuosa dell’Ottocento e del Novecento, la tecnica ha scandito i ritmi del progresso oggi essa vien formulandosi in altro modo: si parla, infatti, di società del rischio. Ciò è avvenuto per almeno due ragioni: 1) se un tempo la tecnica, nell’ampliare le possibilità riduceva i rischi che venivano da fuori e in senso lato dalla natura, oggi è essa stessa ad immettere rischi; 2) la tecnica, oggi, è nelle condizioni di interferire in modo profondo nei processi naturali modi ficandone i cicli; ma questo rende difficile prevedere, al presente, in modo esatto e compiuto le conseguenze future. Che, in taluni casi, potrebbero essere non solo dannose, ma anche irreversibili. In senso stretto, l’età della tecnica non mai esistita o è esistita da sempre dal momento che l’uomo è un animale artificiale. Per stare, invece ai più recenti due secoli si passati dall’età del progresso – le magnifiche sorti e progressive – a quella del rischio. Tuttavia non vi è altro modo di orientare e correggere la tecnica se non la tecnica stessa.
Lo sviluppo tecnologico ha ampliato lo spazio delle possibilità, ma perciò stesso ha immesso nel mondo indeterminazione. Ora è proprio quest’orizzonte d’indeterminatezza che riconsegna l’uomo sempre e di nuovo ai suoi limiti.
La tecnica nel momento stesso in cui li abbatte non li elimina, ma li riformula. Di qui – lo vediamo ad ogni momento – il moltiplicarsi di dilemmi morali. A fronte di quel che la tecnica mette a disposizione c’è sempre da chiedersi: a che scopo? È davvero utile fare quel che materialmente è possibile fare? Oppure le contro finalità che si rischiano non bilanciano a suf- ficienza i vantaggi che si ottengono? Che peraltro non sono mai univoci: se per un verso si guadagna, per l’altro qualcosa sempre si perde. Basti pensare alla modificazione irreversibile del paesaggio naturale e in generale all’alterazione degli spazi umani. L’implementazione delle tecniche accresce l’imponderabilità del mondo: si può anche immaginare – come taluni fanno – che la tecnica presiederà sempre di più al suo ordinamento, ma essa – in ragione del suo inarrestabile sviluppo – non può non immettere disordine.
E ciò richiederà, a sua volta, nuovi e diversi riassetti. La tecnica fin dal suo primo apparire è stata indissolubilmente legata al limite e senza di esso non sarebbe stata necessaria e neppure concepibile. Non ce ne sarebbe stato bisogno. Infatti se, caso mai, l’umanità, in qualche momento del tempo, raggiungesse uno stato di compiutezza a quel punto l’uomo diverrebbe Dio e la tecnica svanirebbe. Resta allora decisivo quel che scrive Goethe: l’umanità non mai tutta insieme. A fronte di quest’elementare evidenza è altrettanto evidente che ogni uomo cerca di realizzarsi, di attingere la sua felicità nel tempo a lui assegnato, nell’hic et nunc della sua irripetibile esistenza. E ciò nelle condizioni date, indipendentemente dagli stadi che il progresso tecnologico potrà più o meno raggiungere.
Il futuro non lo si ricerca per se stesso, ma lo si semina negli interessi del presente, ivi compresi quelli dell’umanità. Per questa ragione i progressi della tecnica – ed anche i suoi possibili fallimenti – s’inscrivono, per dirla con Blumenberg, nel tempo del mondo. In quello della vita, quello che propriamente ci appartiene, è invece necessario che ognuno prenda in carico responsabilmente la propria finitezza, che nessun avanzamento della tecnica riuscirà mai a cancellare. Se questo è vero, discendono conseguenze impegnative che ripropongono nella società della tecnica o delle abilità l’etica delle virtù. Più che indugiare sull’età della tecnica mi pare divenga sempre più rilevante riflettere sulla nostra costitutiva finitezza. È cosa che personalmente vado praticando da tempo, ma ritengo sia una delle istanze più profonde del presente, il bisogno di rispondere alla domanda: come orientarsi nel mondo?
Salvatore Natoli

Salvatore Natoli

Salvatore Natoli è professore di Filosofia teoretica. Tra le sue opere ricordiamo: Ermeneutica e genealogia. Filosofia e metodo in Nietzsche, Heidegger, Foucault (Feltrinelli, 1980), L’esperienza del dolore. Le forme del patire nella cultura occidentale (Feltrinelli, 1986), Vita buona, vita felice. Scritti di etica e politica (Feltrinelli, 1990), Teatro filosofico. Gli scenari del sapere tra linguaggio e storia (Feltrinelli, 1991), La felicità. Saggio di teoria degli affetti (Feltrinelli, 1994), Soggetto e fondamento. Il sapere dell’origine e la scientificità della filosofia (Bruno Mondadori, 1996), Dizionario dei vizi e delle virtù (Feltrinelli, 1996), Dio e il divino (Morcelliana, 1999), La felicità di questa vita (Mondadori, 2000), Stare al mondo. Escursioni nel tempo presente (Feltrinelli, 2002), Libertà e destino nella tragedia greca (Morcelliana, 2002), Parole della filosofia o dell’arte di meditare (Feltrinelli, 2004, Premio filosofico Castiglioncello; In Ue: L'arte di meditare. Parole della filosofia, 2016), La verità in gioco. Scritti su Foucault (Feltrinelli, 2005), Sul male assoluto (Morcelliana, 2006), La salvezza senza fede (Feltrinelli, 2007), Edipo e Giobbe (Morcelliana, 2008), Il crollo del mondo (Morcelliana, 2009), Il buon uso del mondo (Mondadori, 2010), L’edificazione di sé. Istruzioni sulla vita interiore (Laterza, 2010), Soggetto e fondamento. Il sapere dell’origine e la scientificità della filosofia (Feltrinelli, 2010), I comandamenti. Non ti farai idolo né immagine (con Pierangelo Sequeri; il Mulino, 2011) e Nietzsche e il teatro della filosofia (Feltrinelli, 2011).

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