Il paradosso italiano mi viene improvvisamente svelato da un visitatore americano che sa un po’ l’italiano e niente dell’Italia, ma mentre sta in Italia ascolta la radio. Mi dice: ‟Sapevo che siete un Paese cattolico ma non credevo fino a questo punto. Sessanta veglie contro il dolore e la sofferenza, continue notizie per solidarietà con la lunga agonia di un uomo, anche per un Paese profondamente cristiano non è un po’ troppo”?
Ho potuto rassicurarlo. La vicenda è quella di un uomo, Piergiorgio Welby, che soffre troppo e chiede di morire. Ma sono i miscredenti che si mobilitano contro la sua sofferenza, sono gli atei (o in tal modo sono descritti), sono i militanti del partito Radicale che è forse l’unico partito in Italia a non essere intimidito da ciò che prescrive la gerarchia ecclesiastica. Il politichese italiano, tutto, si ispira alle istruzioni dei cardinali che dicono: ‟Peccato che soffra ma va bene così”. Oppure al politichese dei partiti che dicono: ‟Peccato che soffra ma purtroppo non c’è una legge”. Oppure, in un’altra versione, che però è del tutto equivalente: ‟Peccato che soffra, non c’è una legge e non ci sarà mai”.
C’è chi aggiunge che è bene stare vicino a chi soffre, ma non spiega per fare che cosa. E chi, in un impeto di sincerità, nel titolo di un giornale considerato religiosamente ‟osservante”, intitola ‟La veglia dei boia” per descrivere le manifestazioni di solidarietà dei non cristiani per la sofferenza inumana di Welby.
Scrivo - ingiustamente lo so - ‟i non cristiani” perché sto aspettando, come tutta l’Italia, una parola cristiana di pietà, (nel senso di amore e rispetto) e dunque di intervento per Welby. Sappiamo che prese di posizione (e iniziative di fatto) per salvare altri Welby dalla tortura ci sono state nel mondo, e non da parte di miscredenti e di assassini. In Italia silenzio o frasi vuote, mentre Welby continua a morire.
Mi unisco sin d’ora a chi deciderà di dire (e di fare) ciò che la civiltà impone: il silenzio è colpa, il rinvio è scusa. Un uomo non può essere abbandonato alla sua pena indicibile.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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