Può un giudice con una mano prender soldi dalla Regione e con l’altra firmare serene sentenze su quella stessa Regione? È ciò che si chiedono a Catanzaro, dove su un pezzo della magistratura locale soffia ancora aria di tempesta. Nodo della questione: il decreto con cui la giunta guidata da Agazio Loiero decise di finanziare un corso di aggiornamento per funzionari pubblici affidando le lezioni (quante?) a un gruppetto di docenti e di ‟tutor” di fiducia. Tra i quali c’erano un membro della Corte dei Conti più il presidente e tre toghe del Tar della Calabria. Sentiamo già l’obiezione: uffa, per un pugno di euro! Vero: la cifra, in sé, non è poi così grossa: 56.898 euro. Poco più di centodieci milioni di lire. E anche le somme incassate da questo o quello dei ‟professori” contestati, chiamati a spiegare come funziona la legge numero 15 dell’11 febbraio 2005, sono contenute: da 2.686 a 5.649 euro. Né appare facile contestare la legittimità formale della faccenda. Anzi, diamo per scontato che l’operazione sia corretta. Ma resta il nodo: è opportuno che un’amministrazione pubblica passi dei soldi a chi quotidianamente deve valutare se i suoi atti siano rispettosi della legge? Nella lista dei docenti spicca ad esempio Quirino Lorelli, che lavora alla Corte dei conti calabrese e tempo fa chiese al Consiglio di Presidenza, il Csm dei giudici amministrativi, il via libera (negato) per fare il segretario generale della Regione alle dipendenze di quella giunta su cui tuttora deve vigilare. Accanto a lui, Cesare Mastrocola, presidente del Tar. E nella loro scia Pierina Biancofiore, Giuseppe Chiné e Giovanni Iannini, tutti e tre componenti della Seconda Sezione dello stesso Tar. Per carità, tutto regolare. Forse. In una regione tormentata e diffidente qual è la Calabria, dove troppo spesso ogni singolo atto della magistratura viene letto in chiave politica (vedi l’invio degli ispettori ministeriali sollecitato mesi fa da un gruppo di parlamentari di destra contro il pm Luigi De Magistris, sospettato di simpatie sinistrorse prima che mettesse sotto inchiesta anche un pezzo dell’attuale giunta di sinistra) la scelta ha avuto però l’effetto d’un fiammifero in un pagliaio. Al punto che il Quotidiano è arrivato a scrivere di ‟mandati di pagamento effettuati in tempi non proprio non sospetti”. Certo è che di tutto aveva bisogno, la Calabria, tranne che di questo nuovo sgocciolio di veleni. Che è andato ad aggiungersi ad altri due casi sconcertanti. Prima lo scontro tra il presidente del Consiglio regionale, il diessino Giuseppe Bova, e ‟i ragazzi di Locri” del movimento ‟Adesso ammazzateci tutti”, additati per mesi come simbolo del riscatto morale della Calabria e ora querelati perché avevano denunciato una ‟squallida opera di strumentalizzazione politica” condotta dai Ds, ‟partito che nella regione del dopo-Fortugno vanta il record nazionale per numero di consiglieri regionali inquisiti”. Poi il ritrovamento delle denunce che il vice-presidente del Consiglio regionale Francesco Fortugno aveva fatto sulla gestione scellerata della Asl 9 di Locri prima di essere assassinato, denunce per oltre un anno misteriosamente sparite al punto che si negava fossero mai state presentate. Le polemiche e i sospetti intorno alla decisione della Regione di ‟assumere” per alcune lezioni quei magistrati amministrativi arrivano infatti nella scia di una lunghissima stagione di vicende non limpidissime dei palazzi della giustizia di Catanzaro. Dove è sembrato ‟normale”, in un recente passato, che Caterina Chiaravalloti fosse presidente del Tribunale del Riesame (ufficio dove passavano le procedure di arresti e sequestri dalla criminalità economica all’amministrazione pubblica) mentre il padre Giuseppe, già procuratore generale alla corte d’appello di Reggio, era governatore. Come più o meno ‟normale” era apparso, tempo fa, che Gerardo Dominijanni continuasse a fare il sostituto procuratore anche mentre lo zio Giovanni Filocamo era assessore regionale alla sanità. O che Maria Teresa Caré presiedesse la fase iniziale del processo (concussione e altro) contro l’ex sindaco forzista di Catanzaro Sergio Abramo, che sua madre avrebbe poi appoggiato presentandosi come capolista alle successive comunali. O che l’udienza preliminare nei confronti del marito del gip Abigail Mellace, Maurizio Mottola D’Amato, coinvolto in una brutta storia di appalti nella sanità, si tenesse di fronte alla porta della donna e che l’uomo fosse assolto con rito abbreviato da altro collega della moglie, della porta accanto. Ahi ahi, i parenti... Il ruolo di segretaria particolare dell’allora presidente regionale, per dire, fu ricoperto a un certo punto dalla signora Maria Rosaria La Monaca, moglie dell’allora presidente della prima sezione del Tribunale Penale Antonio Baudi, chiamato a giudicare anche la condotta degli amministratori calabresi. Un ruolo di spicco, uno stipendio ottimo e una carriera straordinaria per una telefonista precaria all’ufficio acquedotti. Agevolata anche da una leggina bacchettata dall’allora Procuratore della Corte dei Conti Nicola Leone e successivamente bollata da una sentenza della magistratura come ‟tanto singolare e discutibile da giustificare il ragionevole sospetto che si trattasse quanto meno di una norma dettata ad personam”. Per non dire di Nicola Durante, già membro di quella seconda sezione del Tar oggi fornitrice di tre dei cinque ‟docenti” del corso regionale e al centro di polemiche recenti su sentenze favorevoli a dipendenti scolastici che avevano avuto il posto presentando documenti falsi e polemiche più antiche (anche col Corriere, che rivelò tutta la faccenda) seguite a una sentenza. Sentenza che bloccò l’abbattimento di una parte (lo scivolo a mare costruito sugli scogli) di una villa di Caminia, una delle zone più belle e devastate della Calabria, di proprietà di suo suocero, Domenico Porcelli, già avvocato generale dello Stato presso la Corte di Appello di Catanzaro. Uscito indenne da un’inchiesta dell’organo di auto-governo che sulle prima pareva essere severissima e promosso da Loiero, appena salito alla guida della Calabria, segretario generale della Regione sulla quale fino al giorno prima vigilava, Durante è stato coinvolto mesi fa in una nuova polemica dalla deputata di An Angela Napoli, che voleva sapere come potesse cumulare insieme il mestiere (e lo stipendio) di capo di gabinetto e segretario generale col mestiere (e lo stipendio) di membro del Tar di Salerno dove aveva chiesto (restare a Catanzaro era troppo) di essere trasferito. Un braccio di ferro concluso, con l’autosospensione, solo poche settimane fa. Quanto ad Antonio Baudi, il governatore calabrese ha pensato che in pensione fosse sprecato. E lo ha nominato sottosegretario. A cosa? Che domande: alla legalità.
Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella è inviato ed editorialista del “Corriere della Sera”. Tra i suoi libri Schei, L’Orda, Negri, froci, giudei & co. e i romanzi Il Maestro magro, La bambina, il pugile e il canguro, I misteri di via dell’Amorino. Insieme a Sergio Rizzo ha scritto, per Rizzoli, La Casta, La Deriva, Vandali e Licenziare i  padreterni. Con Feltrinelli ha pubblicato Tribù s.p.a. Foto di gruppo con Cavaliere bis (2005), Bolli, sempre bolli, fortissamente bolli (2014) e Se muore il Sud (con Sergio Rizzo, 2013; Premio Benedetto Croce 2014).

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