Saddam e la morte. Una rincorsa continua per batterla e restare nella storia. Le ricostruzioni pacchiane di Babilonia erano le sue Piramidi. Il centro di Bagdad, con lo splendore dei palazzi presidenziali e le grandi arterie di comunicazione, era la sua Berlino, ispirata ai sogni di Albert Speer. Con la morte aveva convissuto da sempre. Le era sfuggito per un soffio nell’ottobre 1959, giovanissimo, quando il fallito colpo di Stato cui aveva partecipato per rovesciare il regime di Abdel Karim Qassem lo aveva visto scappare ferito tra i canneti dell’Eufrate. Poi, con le epurazioni interne al partito Baath, il conflitto con l’Iran, l’invasione del Kuwait, la sfida aperta agli americani e al mondo. ‟Per tanti anni Saddam ha sfiorato la morte. Ora era pronto. Era convinto di diventare un martire. Lo aveva scritto a chiare lettere nella sua missiva al popolo iracheno di pochi giorni fa. Non si sarebbe tirato indietro. Lo conoscevo bene, dev’essere andato alla forca sulle sue gambe. Avrà rifiutato di farsi trascinare dai secondini. Senza mostrare paura. O avrà fatto di tutto per non mostrarla, per autocontrollarsi. Vedeva la sua fine in modo messianico, da eroe destinato all’immortalità. Lui si raccontava da martire e intendeva agire come tale”, spiega per telefono da Bagdad Sadoon Al Zubaydi, che sul raís sta scrivendo un libro. ‟L’ho intitolato Interpretando Saddam, perché la sua personalità era davvero complessa, contraddittoria”, aggiunge. Al Zubaydi ha tutti i numeri per riuscire. Laurea in Letteratura inglese a Oxford, dottorato su Shakespeare, docente all’università di Bagdad, poi ambasciatore in Indonesia e Singapore, è stato capo traduttore per il palazzo presidenziale dal 1986 al 1995, quindi interprete personale dello stesso Saddam dall’inizio del 2002 alle settimane precedenti la guerra del marzo 2003. Il periodo del crepuscolo della dittatura l’ha dunque vissuto spalla a spalla con il raís. ‟Un periodo strano, curioso, tutto diverso da quanto si potesse immaginare nelle cancellerie occidentali. Il mondo guardava con apprensione ai preparativi dell’attacco anglo-americano contro l’Iraq. E intanto Saddam trascorreva larga parte del tempo a scrivere un nuovo romanzo d’amore e avventura che aveva in mente da tempo”, ricorda. A Bagdad sostengono che pochi mesi fa Saddam, in caso di condanna alla pena capitale, avesse espressamente chiesto di essere fucilato. Desiderava gli fosse riconosciuto il suo status di comandante in capo dell’esercito, dice Al Zubaydi. Molto meglio i colpi del plotone d’esecuzione, che il cappio attorno al collo e l’agonia scomposta. Invece ha dovuto rassegnarsi all’impiccagione. Una forma di morte più dolorosa e più umiliante per lui che si presentava come il ‟novello Saladino” nella guerra tra mondo arabo e Stati Uniti. Avrà avuto paura? ‟Non è da escludere. Il raís era un uomo carico di contraddizioni. Aveva sempre convissuto con la morte, ma era anche un personaggio vitale, che amava le emozioni intense e la vita in tutte le sue manifestazioni”, risponde Al Zubaydi. E a cosa avrà pensato Saddam in queste ore? Lui, che non esitò a mandare a morte centinaia di migliaia di concittadini e persino dei familiari, che da quando era salito al potere, alla fine degli anni 70, aveva imposto al suo Paese e a quelli vicini l’incubo della guerra: cosa deve aver provato all’avvicinarsi della sua ora? Si dice che Saddam non avesse mosso ciglio quando negli anni Novanta ordinò l’esecuzione dei due generi che erano fuggiti in Giordania. E anche la fine dei due figli maggiori, Uday e Qusay, per mano degli americani a Mosul nel luglio 2003, non lo avrebbe scosso più di tanto. Avrà fatto lo stesso di fronte alla sua forca? ‟Non lo possiamo sapere. Aveva un carattere complicato. Ma alla morte si stava preparando da lungo tempo. Anche tra i fedelissimi nel partito Baath c’è chi lo criticò per non essere caduto combattendo contro i marines quando invasero Bagdad nell’aprile 2003. A molti non è piaciuto il modo in cui venne catturato nel suo nascondiglio alla periferia di Tikrit nel dicembre di quell’anno. Ma mi sembra di poter dire che Saddam è andato a morire con dignità, anzi sfidando apertamente gli americani e i loro alleati”. Alla morte Saddam pensava dai giorni dopo la sua cattura. Si aspettava di essere ucciso subito. Lo si capisce leggendo le lettere alle figlie, rifugiatesi ad Amman. I toni erano quelli di un padre che si congedava dalla vita e non pensava di vedere più i suoi cari. Consigliava loro di avere cura di se stesse e dei figli, come se stesse aspettando di sparire da un momento all’altro. E invece era sopravvissuto, aveva avuto tre anni di carcere per prepararsi al momento finale. Era un combattente più a suo agio nei momenti di difficoltà, che non nella gestione quotidiana del potere. I fedelissimi lo ricordano più felice nelle fasi delicate e incerte della prima Guerra del Golfo, nel 1991, che non seduto sul trono nella quiete dei suoi palazzi. Era evidente anche nel modo in cui ha curato il suo corpo durate i mesi di prigionia. Sembrava ringiovanito, dimagrito, imbellito. Quando si sentiva in pericolo, Saddam faceva ginnastica. Era il suo modo per curare le tensioni, racconta il suo ex traduttore. Saddam sosteneva che la forma fisica mantenesse anche la mente più reattiva. Per cercare di analizzare meglio la personalità del condannato Al Zubaydi si rifà ai suoi libri di racconti più popolari. Uno degli ultimi, Zabiba e il re, è di fatto un romanzone rosa con la classica bella e giovanissima paesana che fa innamorare il sovrano molto più anziano di lei. Vi ha trovato il tema della morte? ‟Non tanto della morte. Piuttosto della vita fatta di slanci, passione e sofferenza. Negli ultimi anni Saddam si era messo a leggere i testi classici della storia araba. Era affascinato dalla biografia di Saladino e dai racconti sui re babilonesi. Nabucodonosor era il suo eroe. Fu lui che scacciò gli ebrei dalla Mesopotamia. Saddam concepiva i suoi romanzi come delle allegorie, voleva che diventassero un modello di comunicazione tra il sovrano e il suo popolo”.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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