Le compagnie petrolifere che conducono le loro attività nell'Assam, stato all'estremo nord-est dell'India, devono ripulire il sistematico inquinamento ambientale di cui sono responsabili, o saranno obbligate a chiudere. L'ingiunzione viene dal Pollution Control Board dell'Assam, l'ente statale per il controllo dell'inquinamento, che giovedì ha annunciato i risultati di un'approfondita indagine sull'impatto dell'industria petrolifera nello stato. Per le associazioni ambientaliste e di cittadini che da tempo denunciavano l'inquinamento petrolifero è una vittoria. Il nordorientale Assam, con le sue colline coltivate a tè e le fitte foreste, è traversato dal Brahmaputra, uno dei grandi fiumi che nascono dalla catena dell'Himalaya sugli altopiani del Tibet, scende dapprima verso est, piega poi bruscamente verso ovest entrando in territorio indiano (appunto in Assam) e corre infine a sud attraverso il Bangladesh, dove formerà un gigantesco delta comune con il Gange prima di buttarsi nel golfo del Bengala. L'Assam produce circa il 15% del greggio estratto on-shore (sulla terraferma) in India. Vi lavorano le compagnie statali Oil India Ltd e Oil and Natural Gas Corporation Ltd, che riforniscono le raffinerie della Indian oil Corporation Ltd. Ora il Pollution Control Board riconosce che per oltre 40 anni hanno distrutto zone ricche di risorse naturali attraverso la deforestazione e impedito la rigenerazione delle medesime foreste lasciandosi dietro chiazze di greggio mai ripulite. Inoltre hanno messo in pericolo la salute di milioni di persone, poiché hanno contaminato le falde acquifere scaricando fanghi velenosi negli stagni e inquinato i fiumi scaricandovi i residui non trattati delle loro attività.
«Per oltre quattro decenni, le compagnie petrolifere hanno inquinato come nient'altro», ha dichiarato Jawahar Lal Dutta, presidente dell'ente di controllo dell'inquinamento (riferisce l'agenzia Reuter). L'indagine, ha aggiunto Dutta, rivela che le raffinerie scaricano reflui bio-chimici come petrolio e grassi, composti fenolici e solfuro, direttamente nel Brahmaputra e nei suoi affluenti, in misura ben superiore alle soglie ammesse dalla legge.
Secondo l'ente di controllo le compagnie petrolifere sono ora tenute a bonificare ciò che hanno inquinato e danneggiato. Anche se non sarà facile bonificare terreni in cui residui tossici sono percolati per decenni. E poi i fiumi: l'inquinamento del Brahmaputra minaccia direttamente il famoso delfino gangetico (Platanista Gangetica). Ma ciò che più preoccupa gli ambientalisti indiani è che l'industria petrolifera è in espansione. Con una crescita economica sostenuta (l'8% annuo in media negli ultimi tre anni) e una crescente domanda di energia da soddisfare, il governo sta autorizzando esplorazioni petrolifere in nuove zone. Questo significa più deforestazione per aprire nuove strade attraverso la foresta pluviale dell'Assam, per raggiungere nuovi siti dove scavare pozzi.
Non solo: le organizzazioni ambientaliste indiane chiedono di fermare il progetto di Oil India Ltd, che intende condurre esplorazioni sismiche in una zona di circa 4.500 chilometri quadrati dell'Assam orientale, che comprende il Brahmaputra e diverse grandi isole fluviali. È una delle fasi preliminari dello prospezioni petrolifere: si provocano scosse sismiche con un armamentario di cannoni d'aria compressa e apparecchiature capaci di registrare la scossa (le onde di ritorno «disegnano» gli strati rocciosi nel sottosuolo con le eventuali sacche di petrolio o gas). Provocare scosse sismiche in quella zona però può essere il colpo di grazia alla popolazione di delfini, dice un allarmato editoriale di Down to Earth, quindicinale del Centre for Scienze and Ecology di New Delhi (edizione del 5 dicembre). Le esplosioni e le scosse sismiche, è dimostrato, danneggiano i tessuti vitali del cetaceo, spesso in modo letale, e provocano danni permanenti all'apparato auditivo. Questo significa disturbare il sistema di comunicazione del delfino fluviale, che è quasi cieco (nell'ambiente fangoso del fiume gli occhi non sarebbero di grande aiuto) ma «vede» e comunica grazie alla capacità di percepire le onde sonore, secondo il principio del sonar. Con il sistema auditivo menomato, il delfino gangetico resterà vulnerabile, incapace di vedere le sue prede e di difendersi dai predatori. In nome del petrolio, rischia di scomparire una specie già minacciata - parente di piccole popolazioni altrettanto minacciate, dal delfino dell'Irawaddi a quello ormai scomparso dello Yangtzé.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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