Milan è un "sans papier" fortunato. Per Natale ha avuto un tetto, dopo dodici anni di vita nei cartoni. Una stanza di due metri per tre, in fondo a un corridoio gelido, col cesso intasato, ma pur sempre una stanza. Di pomeriggio, quando tira la bora, può ficcarsi sotto una montagna di coperte e dormicchiare fino al mattino dopo, accanto a una radiolina. L’inverno è una brutta bestia; per venirne fuori sta diciotto ore a letto, ogni giorno, feste comprese. Per lui Natale e Capodanno sono giorni come gli altri; anzi, peggio degli altri. Le feste - si sa - fanno bene a chi sta bene, male a chi sta male. E Milan Makuc - celibe, anni 59, ex cameriere di bordo - sta peggio che male. Ha un cancro in bocca che gli sfigura il volto come una maschera greca e fa di lui l’icona terribile dell’insulto che ha subito. Nessuno gli crede quando racconta la sua storia. Milan non è un relitto della guerra jugoslava. Non è un bosniaco o un kosovaro in terra straniera. È uno sloveno, cancellato dall’anagrafe per aver dimenticato - nel 1992 - di re-iscriversi alla propria nazionalità dopo l’indipendenza del Paese. Per questa svista gli hanno tolto tutto: appartamento, lavoro, passaporto, diritti civili, pensione, assistenza malattie. Quindici anni fa, prima che una burocrazia fascista lo trasformasse in barbone, Milan era uno stimato cittadino di Pirano. Oggi è un clandestino in patria. Per anni ha dormito sulle panchine del suo quartiere e ha vissuto della carità dei vicini. E per anni non ha trovato medici che lo curassero, finché il cancro è diventato un cavolfiore. Sulla riviera della piccola Montecarlo slovena ragazze alte ancheggiano col rosso cappello di Babbo Gelo, la Slovenia gongola perché da domani, primo gennaio, diventa Europa anche come moneta. Milan non ci fa caso. Arranca verso quella che è stata la sua casa, in via dei Combattenti, poco oltre lo yacht club. Oggi ci abita un’altra famigliola, al caldo, col suo albero di natale. Racconta: ‟è successo nel '94. Tornando a casa, ho visto due auto della polizia. Mi stavano svuotando l’appartamento. Buttavano tutto nei bottini delle immondizie. Anche i documenti. Volevo gridare, invece ho pianto. Mi sono nascosto, per la vergogna. Ho vagato per giorni, dormivo sulle panchine, temevo di essere arrestato per qualcosa. Ma non capivo che cosa”. Gli avevano già tagliato la luce, portato via il lavoro e l’assicurazione malattie, ma fino a quello sfratto coram populo lui aveva ostinatamente pensato a uno sbaglio. Sapeva che, causa i suoi viaggi per mare, non aveva fatto a tempo a spedire quella fottuta domanda di cittadinanza, ma era certo che tutto si sarebbe chiarito. ‟Ero sempre vissuto qui, i miei genitori erano sloveni, avevo votato l’indipendenza del mio Paese, avevo anche combattuto contro l’Armata federale jugoslava. Ero stato studente modello e avevo lavorato per il mio Paese”. Ma Makuc sottovalutava una "macchia" nel pedigree. Era nato in Istria meridionale, cioè Croazia, perché ai tempi di Tito suo padre c’era andato come minatore per qualche anno. Non sospettava, Milan, che solo per questo il suo nome fosse stato segretamente cancellato dall’elenco dei residenti permanenti, in nome del Dio Nazione. Andiamo in un bar tremolante di lumini natalizi. Fuori, l’Adriatico è striato di schiume. Per Milan non è più tempo di panettoni. Da quando ha il cancro, non riesce a mangiare niente di solido. Deglutisce a fatica un tè alle erbe e continua, ansimando, il suo racconto. Ecco: a un tratto si rende conto di non esistere, di essere un "desaparecido". Non ha più passaporto, può essere espulso in ogni momento. Smette di protestare, in Comune gli hanno detto che è finita. Racconta ad altri la sua storia, ma nessuno gli crede. Lui stesso non ci crede. Sopravvive di carità, ma l’amarezza e lo strapazzo gli producono lesioni alle ossa, poi un eczema alla bocca. Non dorme più, si arrovella. Come in un racconto di Kafka, è sicuro di essere vittima di una congiura, perseguitato da un singolo, sadico funzionario. E invece non è così. Nessuno sa che ci sono migliaia di disperati nelle sue condizioni. "Sloveni impuri", con piccoli "nei" nella "fedina etnica". E tutti, come lui, convinti di essere uniche vittime di un singolo mostruoso errore. Il signor Makuc lo scopre appena nel '99, quando la Corte costituzionale di Lubiana intima al governo di annullare le cancellazioni e di reintegrare i cittadini nei loro diritti, con effetto retroattivo. Il governo fa finta di niente e non legifera. Ma intanto comincia a venire a galla l’abominio. La storia di una pulizia etnica raffinatissima e senza sangue. Quella dei "cancellati". Si scopre che le persone tolte segretamente dai registri nel '92 erano state diciottomila. Rapportate al totale della popolazione, in Italia equivarrebbero a mezzo milione. Poi con gli anni la questione s’è in parte risolta da sé. Oltre diecimila ce l’hanno fatta a mettersi in regola. Altri si sono tolti di mezzo da soli: suicidati o morti di stenti. Altri erano già stati deportati in Croazia e risucchiati senza ritorno dalla guerra. Per i rimasti è l’inferno: vagano per l’Europa come apolidi, o vivono in Slovenia come schiavi, lavorando gratis in cambio di un letto. Altri si nascondono in tuguri, sostenuti dalla carità. La mannaia ha colpito a casaccio, ha spaccato persino le famiglie, dato la cittadinanza a uno solo dei coniugi o a uno solo dei figli. Tutto è così inaudito che nemmeno a Bruxelles ci credono. Dicono: non possono esistere profughi di un paese dove non c’è guerra. Nessuno pensa che la giovane democrazia mitteleuropea possa essersi macchiata di una simile porcheria. Gli sloveni per primi ne sono convinti. Milan s’illude che sia finita, chiede al Comune di riavere i documenti, ma lo cacciano via. A Lubiana il governo non molla. Lo scheletro nell’armadio è troppo grande per essere ammesso. E poiché in troppi hanno coperto l’oscenità, a destra come a sinistra, il parlamento fa un fuoco di sbarramento e parla di montatura, congiura antislovena, nemico interno. L’11 settembre 2001 sposta poteri ancora più discrezionali sulla polizia, che in Slovenia controlla l’anagrafe e quindi può espellere chi vuole. Il Paese sembra una Padania indipendente con la Lega al potere: espulsioni arbitrarie, ronde anti-zingari con fucili, cortei razzisti, esami di lingua agli individui etnicamente sospetti. La Chiesa, impegnata a ricuperare dal governo il patrimonio requisito dai comunisti, tace per opportunismo. E per i "sans papier" la clandestinità continua. Nel bar entra un postino intabarrato, le vetrate tremano nel vento. Milan ha il fiato corto, raccontare lo stanca. Non ha acrimonia, e poi per la prima volta da qualche mese ha cominciato a sperare. Una brava assistente sociale gli ha dato una mano; un medico impegnato nell’assistenza barboni a Lubiana lo ha fatto ricoverare nel miglior centro clinico del Paese. Ora è operato da poche settimane, la sua storia è finita sui giornali, e da Lubiana gli hanno fatto avere il documento di residenza permanente, primo passo verso la regolarizzazione. Per averlo, ha dovuto portare tre persone a testimoniare le sue radici. Cerca di sorridere, ma gli viene una smorfia: ‟Pensa, tre testimoni - dice in veneto - per mi che conosso qua ogni buseto de graia”, per me che conosco ogni angolo di questa campagna. Gli suona il cellulare, sono i compagni di sventura in assemblea a Lubiana, in una fabbrica abbandonata di biciclette. In un capannone hanno messo un albero di Natale, anche per gli ortodossi che celebrano il 6 gennaio. Con loro c’è Ursula Lipovec, una bionda antropologa incinta di nove mesi che, col suo compagno italiano Roberto Pignoni e gli amici del Movimento antirazzista sloveno, ha portato il caso al Parlamento europeo e alla Corte dei diritti umani di Strasburgo. Ora i cancellati sono diventati movimento, hanno un leader che compare in tv. E Milan, con la sua maschera, è diventato il simbolo di una battaglia europea contro l’esclusione. ‟Ce la faremo” dice, per la prima volta al plurale, quando ci separiamo. E poi, prima di zoppicare via: ‟Mi telefoni ogni tanto”.
Paolo Rumiz

Paolo Rumiz

Paolo Rumiz, triestino, è scrittore e viaggiatore. Con Feltrinelli ha pubblicato La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan; 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe. Con i disegni di Altan e una Premessa del misterioso 740 (2009), La cotogna di Istanbul (2010, nuova edizione 2015; Audiolibri “Emons-Feltrinelli”, 2011), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia (2011), A piedi (2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013), Come cavalli che dormono in piedi (2014), Il Ciclope (2015), Appia (con Riccardo Carnovalini; 2016), Il filo infinito. Viaggio alle radici d'Europa (2019) e, nella collana digitale Zoom, La Padania (2011), Maledetta Cina (2012), Il cappottone di Antonio Pitacco (2013), Ombre sulla corrente (2014), Gulaschkanone (2017).

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