Ci sono luoghi speciali che la storia ha prescelto come laboratorio dei suoi esperimenti fallimentari. Luoghi in cui una parola banale come "convivenza" può suonare minacciosa al comune sentire del popolo. Nazioni civili stufe di "convivere".
E allora sembrerà assurdo ma è quassù, nel gelo baltico di una Lituania repubblica democratica indipendente da quindici anni, che ho percepito il potenziale contagioso della propaganda contro il "mito" del "presunto" olocausto ebraico scatenata nel 2006 da un leader lontanissimo, abile nel padroneggiare i media, come l’iraniano Mahmud Ahmadinejad. Cospargendo dubbi malevoli tra popolazioni già predisposte al sospetto – non importa se distanti migliaia di chilometri – e intercettando la corrente sotterranea dei nazionalismi frustrati, diviene facile che i comizi televisivi in mondovisione di un mestatore superino i confini della geografia.
Il caso ha voluto che gli argomenti revisionisti della recente conferenza di Teheran sull’olocausto mi raggiungessero – come potenti onde telluriche – in uno scenario all’apparenza idilliaco, ma a suo modo spettrale.
Camminavo per i vicoli acciottolati della città vecchia di Vilnius, tra le botteghe d’ambra e di lino, le chiese barocche, i dodici cortili dell’università, i palazzi color pastello della nobiltà polacca, le pasticcerie di tradizione prussiana, le birrerie con musica dal vivo e i mercatini di calze e guanti di lana grossa sferruzzati a mano dalle babuske infreddolite. Stavo inseguendo qualcosa che non esiste più, reminiscenze familiari, i fantasmi della Zydowska, cioè il quartiere ebraico in corso di restauro grazie ai fondi stanziati dall’Unesco.
Fino al 22 giugno 1941 queste botteghe recavano quasi tutte insegne scritte in caratteri ebraici, il Bund (partito socialista ebraico) deteneva la maggioranza relativa nel consiglio municipale e l’yiddish era la lingua più diffusa perché la metà dei settantamila ebrei di Vilnius erano ammassati poveramente nel distretto 1 della città. Ma nel 1944, completata la liquidazione definitiva degli abitanti prima rinchiusi in due ghetti e poi quasi tutti fucilati nella foresta di Panerai, la Zydowska fu ridotta a un cumulo di macerie.
La collaborazione dei nazionalisti lituani allo sterminio viene ricordata come la più entusiasta e sistematica del Terzo Reich. Gli ebrei, già sotto lo zar vittime della propaganda antisemita ispirata dai gesuiti, discriminati e perseguitati nel periodo tra le due guerre mondiali quando Vilnius fu il capoluogo orientale della grande Polonia, si erano macchiati agli occhi dei lituani di una colpa ulteriore: collaborazionismo col terrore rosso instaurato dal 1939 al 1941 grazie al patto Ribbentrop-Molotov.
Ebrei e comunisti, identificati come un solo nemico, fino al punto di vivere come una liberazione il sopraggiungere dell’armata nazista. La quale avrebbe capitolato nel 1944 di fronte alle truppe di Stalin, sì che la Lituania per quarantasette anni fu annessa all’Unione sovietica. Non a caso viene chiamato Museo del Genocidio il sotterraneo del palazzo in cui si possono ancora visitare le terribili celle dove il Kgb rinchiudeva e torturava i detenuti politici: ‟genocidio” è parola usata per le vittime lituane, non sono considerati tali gli abitanti della Zydowska. Inevitabilmente passa in secondo piano che lo stesso edificio avesse ospitato in precedenza i prigionieri della Gestapo.
Mi scuso di questo intricato excursus storico, essenziale per comprendere come si sia dissolto il crogiuolo di nazioni narrato da Czeslaw Milosz, il premio Nobel nato in questo luogo che lui stesso definisce, con rimpianto, autentico rompicapo: ‟Città a turno dei russi, dei tedeschi, dei lituani, dei polacchi e poi nuovamente dei lituani, dei tedeschi e dei russi”. Il tutto nel volgere di soli cinquant’anni durante i quali Vilnius (Milosz a dire il vero la chiama Vilna) ‟ha visto nelle sue strade eserciti diversi e ogni volta i pittori erano occupatissimi a rifare le insegne dei negozi e i nomi degli uffici in una nuova lingua ufficiale”.
Possiamo comprendere che la Lituania entrata orgogliosamente nella Nato e nell’Unione europea come stato indipendente sia tentata di cancellare il ricordo di convivenze troppo faticose. Anche perché, nel descrivere la sua patria multiforme, Milosz sottolinea che le diverse comunità di Vilnius vissero per secoli l’una accanto all’altra senza mai riuscire a fondersi. Ma il senso di vuoto domina il visitatore, suscita inquietudine. È scomparsa la Wilno che diede i natali al poeta dell’irredentismo polacco Adam Mickiewicz e al futuro presidente Jozef Pilsudski, ancor oggi venerati a Varsavia.
Cancellata, comprensibilmente, la Vilna russa in cui vide la luce il famigerato Feliks Dzerjinskij, fondatore della polizia segreta sovietica. E insieme a loro se n’è andata la Vilnè yiddish, evocata orgogliosamente per secoli come "Gerusalemme di Lituania", roccaforte del rabbino illuminista Elia, il Gaon, che con i suoi mitnagdim (ebrei ortodossi askhenaziti, ndr) si opponeva alla corrente mistica dei hassidim. Nelle sue cento sinagoghe, nelle scuole talmudiche, nella celebre biblioteca Strashun, i primi hovevei Sion - gli innamorati di Sion - avevano predicato la superiorità dell’ebraico classico nei confronti della contaminazione yiddish, anticipando nel 1880 con i loro viaggi in Palestina la diffusione del movimento sionista. E sempre qui, nel 1897, si era tenuto il congresso di fondazione del Bund operaio ebraico, invano scomunicato dagli ortodossi.
Come possono entrare in relazione, queste tragedie storiche, con la nuova offensiva negazionista dell’Olocausto scatenata con finalità diverse nel Medio Oriente asiatico?
Imbattendomi nei fedeli che affollano le chiese da poco riconsacrate, nelle studentesse eleganti e nei venditori imbacuccati, mi veniva spontaneo stilare l’elenco delle domande in fondo semplicissime che da un anno Ahmadinejad pure a loro sta rivolgendo. Domande che gli ripropongono un antico sapore casalingo, non diverse da quelle che già circolano - prima sottotraccia, poi di nuovo declamate in pubblico - anche in Polonia, in Ucraina, in Croazia, in Germania.
‟Cosa c’entriamo noi con lo sterminio degli ebrei, ammesso e non concesso che sia accaduto? Perché la libertà d’espressione di cui l’Occidente mena gran vanto dovrebbe arrestarsi al cospetto dell’Olocausto, fino al punto di incriminare studiosi negazionisti come David Irving, Ernst Zundel, Georges Theil, solo perché la pensano diversamente? Ma vi rendete conto che quei sei milioni di ebrei vi vengono rinfacciati come se voi europei non aveste avuto decine di milioni di morti in quella stessa guerra? I morti ebrei contano forse più dei vostri? E perché mai debbono soffrirne le conseguenze i palestinesi? Se veramente ci fosse stato un Olocausto, Israele dovrebbe situarsi in Europa per riparare quel torto. E infine, perché i giovani europei dovrebbero sentirsi in colpa nei confronti dei sionisti?”.
Ahmadinejad solleva metodicamente questi argomenti per negare la legittimità morale d’Israele. Riscuote consensi fra i confratelli musulmani ma prevede che il dubbio torni a serpeggiare - in questo nuovo tempo di guerra - anche fra i popoli europei. Prima dei mondiali di calcio in Germania lo ha scritto alla cancelliera Angela Merkel. Ora tende la mano al papa tedesco: quale ricatto morale dovremmo subire ancora, sessant’anni dopo? La sua è una scommessa sulle nuove generazioni, eredi di una memoria mutilata e di una colpa che i decenni di dominazione sovietica hanno autorizzato a rimuovere in molte contrade europee. Da ultimo gli ha dato una mano, in un’intervista a Repubblica, il presidente siriano Bashar al-Assad, confermando la forza del nuovo luogo comune: ‟Sentite, l’Europa ha un complesso dell’Olocausto. Noi no, non l’abbiamo commesso noi. Voi parlate tanto di libertà d’espressione, ha avuto successo il Codice da Vinci. Si può discutere del Cristo e non dell’Olocausto? Non è storia di Dio: è storia di esseri umani”.
Proprio così: è storia di esseri umani, come dice sarcastico Assad. Una storia che a ogni latitudine pare doversi fondare sul medesimo assunto: ‟Ne ho già abbastanza delle mie, le sofferenze altrui non mi riguardano”. È lo stesso identico fastidio con cui nel 2000 il nazionalista Vytautas Sustauskas si era opposto in parlamento al progetto dell’Unesco, che vincolava i suoi stanziamenti di fondi alla ricostruzione del ghetto della Zydowska. ‟La Lituania sarà ridotta in schiavitù dagli ebrei”, avvertì. Un po’ come da noi c’è chi vaticina uno snaturamento islamico delle identità locali.
Naturalmente a Vilnius sono sopravvissuti troppo pochi ebrei perché il suo centro storico possa tornare ad assumere connotati giudaici. Il ricordo della Gerusalemme di Lituania è affidato a tre o quattro lapidi, niente più. Il turismo della nostalgia qui non può avvalersi nemmeno di una memoria artefatta come a Cracovia, perché non è passato nessun Steven Spielberg a girare "Schindler’s list" con lascito conseguente di localini klezmer artefatti per malinconie postume. In Gaon gatvé, dove sorgeva l’antica sinagoga, ora puoi alloggiare in un delizioso hotel de charme, e in Zydu gatvé (la via degli ebrei) ci sono un paio di graziose boutiques. Poco più in là un testone di bronzo segnala la casa in cui visse dal 1720 al 1797 il mitico rabbino Elia, Gaon di Vilna. Ma il fascino indubbio di questi vicoli ricurvi cambia sapore per chi li attraversi dopo aver letto certi diari giunti avventurosamente fino a noi sulla vita e sulla morte degli internati nel ghetto: come quello di Rolnikaite Masha copiato in minuscole striscioline nascoste in una bottiglia; o quello di Grigorij Sur, custodito sotto le assi del pavimento della biblioteca universitaria.
Voglio dire che i ristoranti e i caffè sono deliziosi con le loro scale che ti conducono nel sottosuolo, legni pregiati e mattoni rossi. Ma non puoi fare a meno di pensare che in quel reticolato sotterraneo di cunicoli, spelonche, cantine, famiglie intere si erano fatte murare vive nella vana speranza di sfuggire così alla mattanza. Nessun moralismo. Sono ammirevoli il gusto e la perizia con cui i lituani hanno recuperato alla gioia di vivere una città morta.
Solo che resta il dubbio di una memoria calpestata, l’ennesima pulizia etnica, un sussulto di furia bestiale cancellato dal successivo mezzo secolo di oppressione comunista. Dopo la proclamazione dell’indipendenza, frettolose riabilitazioni hanno restituito dignità pubblica a molti complici di quel massacro.
Gli ebrei sopravvissuti hanno la loro sinagoga fuori dal centro e un piccolo museo la cui direttrice, Rachel Kostanian-Danzig, pare rassegnata: ‟Qui c’è poco da illudersi, una cosa è la storia dei lituani, un’altra la storia degli ebrei. Vige la separazione della memoria”.
Mi chiedo se queste nazioni europee stufe di troppe convivenze, sensibili all’antica retorica della terra e del sangue, paladine di un’identità cristiana poco importa se cattolica o ortodossa, non corrispondano infine ai requisiti del nuovo predicatore negazionista che le interpella di lontano: liberatevi finalmente del fardello dell’Olocausto! Vi siete già sdebitate abbastanza!
Per visitare lo shtetl, cioè il villaggio agricolo da cui i miei bisnonni giovani sposi emigrarono in Palestina, ho percorso settanta chilometri di foreste, laghi e praterie suggestive fino al confine con la Bielorussia. A Eisiskés (in yiddish Aishishuk) un vecchio gentile ci ha mostrato la casetta di legno che fu del maestro Hurwitz, proprio di fianco alla scuola trasformata nel frattempo in locanda. Naturalmente di ebrei non ce ne sono più in questo paese di ottomila anime, ma il vecchio ci ha consigliato: ‟Andate a vedere lì, subito dopo le ultime case, abbiamo ancora due cimiteri ebraici”.
Addirittura due cimiteri ebraici nella minuscola Eisiskés, quando a Vilnius a malapena ne hanno conservato uno? Sul prato dalla terra ancora morbida e ondulata, abbiamo capito. Un cippo ricordava: ‟Qui tra il 24 e il 25 settembre 1941 i nazisti insieme ai loro collaboratori locali hanno barbaramente assassinato 1500 uomini ebrei di Eisiskés”. A un chilometro di distanza, l’altro cippo: ‟Qui tra il 24 e il 25 settembre 1941 i nazisti insieme ai loro collaboratori locali hanno barbaramente assassinato 2500 donne e bambini ebrei di Eisiskés”.
Ecco spiegato il mistero dei due cimiteri: fosse comuni rimaste così, senza neppure un elenco di nomi. Ed è già tanto che qualcuno venuto da fuori abbia posto un ricordo di quale terra tu stai calpestando.
La teoria dell’unicità dell’Olocausto ebraico - in un secolo che ha conosciuto almeno altri quattro genocidi - non può reggere il confronto con la storia extraeuropea. E infatti leader senza scrupoli la rivoltano come un’arma contro il diritto alla vita di Israele. Ma la fatica che si fa ancor oggi, in tanti luoghi europei, a comprendere l’odio per l’ebreo che ha assatanato intere popolazioni, rischia di lasciarci nuovamente indifesi di fronte alle domande velenose di Ahmadinejad. Le sofferenze altrui sono sempre impastate con le nostre, per questo ci riguardano.
Mi sarebbe piaciuto riuscire a dirlo alle bellissime persone che passeggiavano ignare sulla memoria perduta di Vilnius.
Gad Lerner

Gad Lerner

Gad Lerner è nato a Beirut nel 1954 da una famiglia ebraica che ha dovuto lasciare il Libano dopo soli tre anni, trasferendosi a Milano. Come giornalista, ha lavorato nelle principali testate italiane da inviato o con ruoli di direzione. Ha ideato e condotto vari programmi d’informazione televisiva alla Rai, La7 e Laeffe. Ha diretto il Tg1. Le sue ultime trasmissioni d’inchiesta sono “Operai” e Ricchi e poveri. Con Feltrinelli ha pubblicato Operai (1988, 2010) e Tu sei un bastardo. Contro l’abuso delle identità (2005), Scintille (2009) e Concetta. Una storia operaia (2017).

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