L’Iran ha annunciato ieri l’intenzione di installare altre 3.000 centrifughe atomiche, le sofisticate macchine che arricchiscono l’atomo di uranio per farne combustibile nucleare (o, se arricchito a livello molto più alto, bombe nucleari: ma l’Iran ripete che ha solo ambizioni civili). L’annuncio, fatto dal portavoce del governo di Tehran, ha il solito tono di sfida verso la comunità internazionale, che chiede all’Iran di fermare quel programma e fugare i dubbi sulle sue intenzioni: ‟Stiamo muovendo verso la produzione di combustibile nucleare”, ha detto il portavoce: l’Iran respinge le pressioni, anche dopo che il Consiglio di sicurezza Onu ha decretato sanzioni.
La realtà dei fatti è spesso un po’ diversa dalle dichiarazioni. In questi giorni sono a Tehran gli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, che la settimana scorsa hanno visitato l’impianto nucleare di Natanz (quello delle centrifughe). Ieri agenzie di stampa occidentali riferivano, da Tehran, che secondo ‟diplomatici al corrente con le ispezioni Aiea” non ci sono segnali che sia cominciata l’installazione di nuove centrifughe; le due serie di 164 centrifughe avviate l’aprile scorso hanno prodotto finora solo una quantità simbolica di uranio arricchito, e girano in gran parte vuote. Media locali riferivano - citando dirigenti dell’ente nucleare di stato - che 50 centrifughe sono esplose per difetti tecnici quando sono state avviate in aprile.
Insomma, sembra che l’arricchimento proceda più veloce nelle dichiarazioni roboanti del governo iraniano che nella realtà. E questo potrebbe essere dovuto a problemi tecnici - o forse a considerazioni politiche? E’ noto che nell’establishment iraniano ci sono posizioni diverse sulla politica nucleare e il negoziato con le potenze mondiali, anche se i media hanno avuto ordine di non riferire critiche. Di recente però perfino la televisione di stato, controllata da fazioni vicine alla Guida Suprema, ha rotto l’apparente unanimità. Molti si chiedono se a Tehran si stiano rafforzando i ‟conservatori pragmatici”, dopo che in dicembre i fedeli del presidente Ahmadi Nejad sono stati mortificati dalle urne.
Un ‟pragmatico” è considerato Ali Larijani, capo del Consiglio di sicurezza nazionale (perciò responsabile del negoziato sul nucleare). Domenica sera Larijani era nella capitale saudita Riyad, dove ha incontrato re Abdullah. Gli ha consegnato una lettera della Guida suprema, Ali Khamenei, e del presidente Ahmadi Nejad: l’Iran chiede all’Arabia Saudita di aiutare Tehran ad allentare la tensione con gli Stati uniti. La tensione in effetti è al massimo, e non solo sul nucleare (che anche i sauditi guardano con allarme): giorni fa le forze Usa in Iraq hanno arrestato 5 diplomatici iraniani nella città kurda di Erbil (pare su ordine diretto della Casa Bianca) accusandoli di essere ‟agenti” delle Guardie della Rivoluzione; domenica il vicepresidente Dick Cheney ha accusato l’Iran di ‟ingerenza” in Iraq, in una dichiarazione assai minacciosa.
Dunque l’Iran chiede ai sauditi - da cui è diviso da parecchie questioni strategiche - di trasmettere a Washington la ‟buona volontà” di Tehran. Oggi la segretaria di stato Usa Condoleezza Rice sarà a Riyad. La partita continua.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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