La politica è fatta anche di gesti. Il 4 gennaio al Congresso degli Stati Uniti si è insediata la nuova legislatura, in cui il partito Democratico ha la maggioranza sia alla Camera dei rappresentanti sia (pur di stretta misura) al Senato. Quel giorno stesso un gruppo di deputati democratici ha presentato una proposta di legge per la protezione e la gestione degli oceani e delle coste statunitensi. Pochi giorni dopo, sempre alla Camera, un altro gruppo di democratici ha presentato una legge che se approvata renderà permanente il divieto di scavare pozzi petroliferi nell'Arctic National Wildlife Refuge (Anwr), una delle più importanti e contese zone protette degli Stati uniti. Intanto i loro colleghi hanno presentato al Senato la bozza di legge nazionale 2007 su ‟energia e sicurezza ambientale”. Insomma: i legislatori democratici cercano di dare il segno del cambiamento attraverso la legislazione ambientale e sull'energia.
La battaglia per l'area protetta in Alaska è ormai annosa: l'amministrazione Bush, che nel 2001 si era presentata con un ambizioso piano di nuove concessioni petrolifere per incoraggiare la produzione nazionale (e ‟diminuire la dipendenza americana” da approvvigionamenti esteri), chiede di scavare nuovi pozzi anche in una zona dell'Arctic National Wildlife Refuge, in un territorio di quasi 5.000 chilometri quadrati lungo la costa settentrionale dell'Alaska. Un provvedimento che autorizzava le perforazioni petrolifere era stato presentato nel giugno 2004 dal segretario all'energia Abraham Spencer; nel 2005 l'allora presidente della commissione energia al Senato si era pronunciato a favore di uno ‟sviluppo petrolifero ambientalmente leggero nel Anwr” (environmentally gentle, ‟gentile”). Secondo le stime del Servizio geologico degli Stati uniti, in quella zona protetta giacciono tra 5,7 e 16 miliardi di barili di greggio, con una stima media di circa 10 miliardi di barili. Da allora su quella zona protetta in Alaska si è combattuta una battaglia politica e simbolica; la legge che autorizza le perforazioni petrolifere in deroga alle leggi di protezione ambientale è passata ben 10 volte alla Camera - ma è sempre stata respinta dal Senato: il divieto di scavare nell'area protetta dunque è restato in vigore
La proposta presentata pochi giorni fa chiede di rendere permanente questo divieto. E' firmata in modo congiunto da un democratico, Edward Markey (Massachusetts), e il repubblicano Jim Ramstad (Minnesota). ‟La pianura costiera \ndr\] è il cuore biologico del Rifugio ed è essenziale alla sopravvivenza di molte specie uniche di animali tra cui il caribou, l'orso polare, il bue muschiato, lupi e oltre 160 specie di uccelli”, ha fatto notare Markey: ‟Se dovessimo permettere le perforazioni petrolifere nel parco, questo ecosistema sarebbe per sempre sfregiato e devastato”. Il deputato ha anche ricordato l'incidente a un oleodotto della Bp in Alaska, che in marzo ha sversato 1.000 metricubi (267mila galloni) di greggio: l'incidente più grave nel grande Nord, che ‟ha per sempre distrutto il mito delle attività poetrolifere gentili con l'ambiente”. Permettere le perforazioni nell'area protetta dell'Alaska poi ‟segnerebbe un pericoloso precedente, che permetterebbe alle compagnie petrolifere di scegliere qualunque delle 544 aree protette in territorio statunbitense come prossimo obiettivo”. In effetti, molti pensano che l'ostinazione dell'amministrazione Bush nel chiedere mano libera nell'Arctic Refuge mirasse a sancire il principio che gli interessi economici prevalgono sulla protezione ambientale.
Nel frattempo anche l'amministrazione compie i suoi gesti simbolici: esercitando i suoi poteri esecutivi, il 10 gennaio il presidente George W. Bush ha firmato un decreto che toglie il bando alle perforazioni petrolifere in un'altra zona dell'Alaska, la sud-occidentale Bristol Bay, una delle zone peschiere più importanti dell'America (‟e del mondo”, dice il Sierra Club) in particolare per la riproduzione dei salmoni selvatici. Il Sierra Club, importante organizzazione ambientalista Usa, fa notare che ‟se i nostri camion, auto e veicolu sportivi facessero almeno 40 miglia (64km) per gallone di benzina (3,7 litri), cosa perfettamente fattibile con le tecnologie attuali, rispermieremmo tanto petrolio quanto gli Usa ne importano oggi dal Golfo Persico, con un altro milione di barili risparmiati”.
Il punto è, infatti la politica energetica. La proposta di legge presentata al Senato propone, per diminuire la dipendenza amerciana dal petrolio importato, di aumentare l'efficenza dei veicoli a motore e incoraggiare l'efficenza e il risparmio energetico in tutti i settori (anche promuovere i biocarburanti, cosa che invece non è affatto ‟ecologica”).
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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