A incontrarlo, Ryszard Kapuscinski sorprendeva: un uomo che aveva coperto in 30 anni 27 rivoluzioni e colpi di Stato, uno dei più osannati, amati inviati di guerra, si presentava con l’aspetto modesto e trasandato di un lavoratore qualunque - bassino, asciutto, pochi capelli. Non trasudava eroismo, memorie, tantomeno esibizionismo macho. Non aveva il fisico dell’inviato di guerra, e, del resto, questo suo fortunato sprezzo per il ruolo era lo specchio di un suo ancor più fortunato sprezzo per tutte le banalità, le ripetitività e le ovvietà del giornalismo.
Questo suo fisico, le sue maniere quiete, la sua voce bassa, erano la perfetta proiezione della prosa e dell’approccio con cui aveva cambiato il lavoro del giornalista: una scrittura per molti versi minore, interessata al dettaglio, fortemente soggettiva, ma non personalistica. Impegnata anzi, sempre, a indicare nel dettaglio il significato di tutto l’insieme. Un gusto come ha detto in un libro
autobiografico, gli veniva dagli la scuola di storici francesi che ha rinnovato, attraverso lo studio della quotidianità, gli studi storici, Kapuscinski, premiato e imitato nel mondo - dagli Stati
Uniti a tutti i Paesi europei, inclusa l’Italia, dove aveva ricevuto il premio Grizane Cavour,
era in realtà un non-giornalista, o, avrebbe detto lui, un a-giornalista. Sicuramente era una stranezza nel suo mestiere. Questo piccolo polacco, sempre con pochi soldi, nato a Pinsk, nella Polonia orientale (poi divenuta Bielorussia) nel 1932, impiegato tutta la sua vita dalla agenzia di Stato della
Polonia, inviato per buona parte dei suoi anni in paesi dove morivano o nascevano rivoluzioni e/o colpi di Stato in cui sovietico aveva sempre un forte ruolo, è riuscito in effetti a trasformare il linguaggio e la visione del potente giornalismo occidentale.
Come sia successo lo si capisce nel libro che è la pietramiliare del suo lavoro: Shah of shah, dedicato alla caduta dello scià di Persia. Bloccato in Iran per mesi, chiuso spesso in albergo per ragioni di sicurezza, costretto all’uso di poche fonti il suo reportage diventa una lunga serie di riflessioni sulle cose che sa e che non sa, su foto, pezzi di giornale spezzoni di discorso, storia. Un monologo interiore sulla natura del potere assoluto, e sulla vanità e fragilità di questo potere. È la sua esperienza dentro il comunismo che lo ha reso così sensibile alla struttura intima delle dittature? Si chiesero all’epoca della pubblicazione del libro molti recensori americani. Allora la caduta del Muro era del tutto inimmaginabile e ben lontana, ma nella angoscia e nella attenzione alla idea del crollo di Kapuscinski se ne avverte un chiaro anticipo. In realtà, la sua scrittura divenne subito molto popolare tra gli addetti ai lavori perché echeggiava una tradizione occidentale, il new journalism americano degli Anni Sessanta, coniugandolo però alla sofferenza, la sensibilità, e il piacere della riflessione politica della vecchia Europa, comunista e non. Una combinazione che non a caso, su un versante molto diverso, c’è anche nei libri di Bruce Chatwin. Non sono pochi infatti ad aver considerato i due autori molto simili sia pur su due versanti diversi di scrittura.
Anche per questo, negli ultimi anni, Kapuscinski era diventato un autore al di là del mondo dei giornalisti. I suoi libri, come Imperium e Ebano, diventano meno reportage e più viaggio. Ma è viaggio vero nel mondo, e alla sua scoperta. Il suo era divenuto sempre più una ricerca esistenziale: ‟Ci sono vari modi di viaggiare Per me il più prezioso è quello etnografico o antropologico intrapreso per conoscere meglio mondo, la storia, i cambiamenti avvenuti in modo da trasmettere agli altri le conoscenze acquisite”; ‟La mia principale ambizione è di dimostrare agli europei che la nostra mentalità è quanto mai eurocentrica e che l’Europa, o meglio una sua parte, non è il mondo intero”. Tutte dichiarazioni che hanno attratto l’attenzione delle nuove generazioni cresciute dentro e contro la globalizzazione. E che, tuttavia, se ci è permesso, a noi vecchi ammiratori sono sembrate comunque un po’ più ovvie del viaggio fatto senza muoversi dalla sua stanza di un alberghetto Teheran.
Lucia Annunziata

Lucia Annunziata

Lucia Annunziata, giornalista, corrispondente per “il manifesto”, “la Repubblica”, “Corriere della Sera”, negli Stati Uniti, in America Latina e Russia, conduttrice di trasmissioni politiche televisive e direttrice del Tg3, è stata nominata direttore dell’Agenzia di informazione internazionale ApBiscom. Ha vinto il Premiolino per i suoi servizi durante la guerra del Golfo e il Premio Max David come inviato di guerra, nel 1993 ha avuto la Nieman Fellowship dell’Università di Harvard, dal 2003 al 2004 è stata presidente della Rai. Con Bassa intensità (Feltrinelli, 1991), il suo primo libro, ha vinto il Premio Malaparte e con La crepa (Rizzoli, 1998) il Premio Saint Vincent. Dirige dal 2013 "Huffington Post Italia".

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